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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Archivi Mensili: marzo 2012

Un oggetto mitico, una roba che andava a pile, una cosa che non vedo e che non tocco più da una ventina d’anni. Ci andavano i 45 giri, i dischi piccoli. Te li vendevano in confezioni di carta o cartone. Già quando ero piccola non è che fosse una cosa modernissima. In fondo anche i miei avevano dei 45 giri, perciò… Se penso che quando iniziarono a girare i walkman io il mangiadischi ce l’avevo ancora mi sento praticamente una nonna. Il walkman era una figata pazzesca. Sapeva di America, sapeva di jeans, ghetto e CocaCola. Sapeva di anni 80 e di felpe colorate. Lo desideravo da morire.

Ma da bambina io avevo ancora il mangiadischi. Ne ho avuti in tutto due, forse addirittura tre. Il primo, il mio amore, era arancione. Ci infilavi il disco, si sentiva un po’ di sfriccichio e poi iniziava. Se ci davi sopra un colpo forte saltava, e il suono si ripeteva ripartendo da un secondo prima della percossa. Già allora, di cose da sentire ne avevo tante. Ogni disco si poteva girare e tu potevi ascoltarne entrambi i lati. Avevo dischi con sopra le favole e dischi con sopra le sigle dei cartoni animati. Avevo una canzone che iniziava con “Carissimo Pinocchio, ricordi quand’ero bambino?”. Avevo anche una vecchia sigla di Calimero. Mi ricordo con precisione che avevo una favola in cui c’era un cacciatore ad un certo punto. Ma in verità conosco circa mille favole in cui ad un certo punto c’è un cacciatore. Verosomilmente era Pierino e il Lupo. Di questo disco ricordo solo il particolare del cacciatore, perchè quando arrivavo ad ascoltare il punto che arrivava, mi veniva paura. Credo fosse colpa della musica. Avrei potuto semplicemente interrompere, spegnere, togliere il disco. Invece lasciavo che andasse avanti e correvo a nascondermi sotto il letto, pensando che qualcuno di cattivo entrasse dalla porta chiusa della mia cameretta. Non avevo più di 4 anni l’ultima volta che mi è successo. Ce n’era di spazio sotto il letto allora. Col tempo ci stavo sempre più stretta finchè diventò difficile entrarci, e io non seppi più dove nascondermi per sentirmi al sicuro, fossero entrati eventuali cacciatori.

Però alla fine la cosa che ricordo meglio sono le sigle dei cartoni animati che avevo. Ero fortunata, perchè i miei gentori me ne compravano tante. Tra le ultime che ho avuto, sicuramente D’Artagnan. Ma ricordo con precisione quelle prima. Jem, Lupin III…e adesso dai, chi si ricorda di Roky Joe?Io mi ricordo perfettamente di aver avuto il disco con la sigla di quel cartone. Non ricordo per niente la trama, ricordo solo che era uno che tirava cazzotti ed era un cartone più bello e profondo dell’Uomo Tigre. Ricordo anche chi cantava la canzone. Aveva un nome insolito e un po’ buffo: Olindo Lasola. Una cosa appanicante, no?

I cartoni animati ti insegnavano dei valori, come quando alla fine di He-Man uno dei personaggi prendeva la parola e ti diceva cose belle sul valore dell’onestà, dell’amicizia, della fedeltà, dell’impegno per la comunità, della fiducia, della bontà, del rispetto e di tante altre cose belle. Noi di quella generazione siamo stati tutti fregati da quella roba, tanto che nonostante tutto io ci credo ancora.

Poi il tempo iniziò a scorrere veloce. Io chiesi ai miei genitori di comprarmi La mia moto, ovvero Jovanotti quando era un pischello e di lui facevano anche i quaderni e i diari.  Un giorno scenderò in garage, girerò quel 45 giri e vedrò finalmente che canzone c’è sul lato B, perchè ci penso da anni e anni, e non me la ricordo mai. Ho come la sensazione che scoprirlo potrebbe essere una rilevazione, come nei film, che quando ti decidi a fare una cosa che hai riposto in un angolo del cervello per tanti anni, poi quando la fai questo determina una serie di cambiamenti insospettabili, è un’epifania, un’illuminazione.

Devo scendere in garage, prima o poi.

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Ma anche stamattina posso stare tranquilla. Ho avuto la mia suora giornaliera.

Che ci posso fare? Mi stanno troppo simpatiche.

Questa era bellissima, aveva gli occhiali da sole tondi scuri scuri. Ma per ragioni di privacy ho deciso di celare la sua identità. Eh che diamine! Avranno pure il diritto ad un po’ di privacy, no?

All’Inferno stanno già preparando una cameretta per me. Più suore fotografo, più grande sarà la metratura e gli onori che riceverò. Quindi, insomma, mi impegno.

Dai cantiamo:

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Ho scioccamente verificato l’entità dei miei risparmi. Dopo aver avuto un mancamento, ho deciso che, in seguito alla munificenza che ha contraddistinto le ultime settimane, devo tirare la cinghia.

E poi dai, ho preso tre chili! In… quanto? 3 giorni?

Basta. L’ultimo acquisto da ricca è stato un pezzo di Parmigiano Reggiano.

Così domani in ufficio porterò un piatto di cucina fai-da-te, o come l’ho ribattezzata, Crisis Cuisine.

Il piatto che ho avuto in mente di preparare è una piacevole rivisitazione di un grande classico, ma con un tocco frizzante di colore e allegria. L’ho chiamato Lentilles avec du laurel.

Ingredienti:lenticchie, olio, alloro.

Aprire un cartoncino di lenticchie Coop avendo cura di non versare ovunque il prezioso liquido di conservazione. Lasciar fuoriuscire con attenzione il suddetto liquido, lasciandone nel cartoncino una quantità minima ma necessaria per non far loro perdere sostanza e fragranza. Versare qualche goccia d’olio (poco! per carità di Dio! l’olio costa…) in un pentolino e farlo scaldare a fuoco lento. In seguito, adagiare le lenticchie nel pentolino e mescolare delicatamente con un cucchiaio. Lasciar bollire a fuoco lento per qualche minuto, assicurandosi di continuare a mescolare. Infine, aggiungere alloro tritato q.b. per insaporire il piatto.

Et voilà.

Lasciar freddare la pietanza e versarla amorevolmente in un contenitore in plastica per cibi da asporto. Conservare il contenitore in frigo fino al mattino, quando potrete comodamente metterlo in una bustina e portarlo in ufficio.

Consumare lontano da chi potrebbe rendervi oggetto di scherno e commenti taglienti.

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