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06/02/2013 An American Tail
Forse era il mio ottavo compleanno. An American Tail era già uscito da qualche anno. In Italia uscì con il titolo Fievel Sbarca in America. Non mi ricordo chi ma qualcuno per il mio compleanno mi regalò il VHS. Poi dice, come mai sono fissata con gli Stati Uniti…eh come mai! Perché ci sono cresciuta con questa idea. E la storia di Fievel è solo uno dei motivi che mi fanno amare questa terra che tutti credono di conoscere senza esserci mai stati. E poi l’ho sempre sentita tanto mia, la storia di Fievel, per un motivo in particolare che vi dirò in conclusione.
La storia è quella di una famiglia di russi che verso la fine del 1800 decide di emigrare in America, perché hanno detto loro che è questa magnifica land of opportunities, dove tutto è possibile e dove si respira aria di libertà. Ma soprattutto, è la terra dove non ci sono gatti! Non ci sono gatti in America! E questo è fondamentale perché i Toposkovich (Mousekewitz nella versione originale) sono una famiglia di topi. E in Russia non si può più stare, perché ci sono i terribili gatti Cossacks che non ti lasciano vivere! Beh, naturalmente i Toposkovich sono ebrei russi: babbo, mamma e due figli piccoli, Fievel e Tanya. Li senti parlare delle meraviglie dell’America così come gliele raccontano. Addirittura si vocifera che in America ti regalino il formaggio! Cose da pazzi! E a me sembra di vedere i Mancuso in Nuovomondo, che partono per l’America perché lì scorre il latte al posto dell’acqua:
Durante la traversata dei Toposkovich verso l’America succede un bel casino con la nave e Fievel risulta disperso, probabilmente morto annegato. La famiglia ovviamente è in lutto. Arrivano sì in America, ma dopo aver perso un figlio durante il lungo viaggio verso la speranza. In realtà Fievel se l’è cavata. E’ arrivato anche lui a New York e ora deve affrontare un’avventura ancora più insidiosa: trovare la sua famiglia tra le folle di immigrati che arrivano in città. Un’impresa pazzesca per un topolino, che cade nelle trappole nelle quali facilmente gli immigrati possono cadere, tra chi ti promette un aiuto e invece ti tradisce, chi ti propone scorciatoie, chi ti frega e basta. Ma fortunatamente c’è chi ti aiuta, altri immigrati come te. Tony, un topolino immigrato dall’Italia, e Bridget, dall’Irlanda. Un po’ di storia, dunque, che sarà piuttosto familiare a quanti hanno avuto la possibilità di visitare Ellis Island (il servizio di traghetti fa schifo, ma vale la pena).
Ben presto Fievel si rende conto che non è un cazzo vero che in America non ci sono i gatti, e si rende anche conto che trovare i suoi non è per niente semplice perchè New York è una giungla dove non sai mai quello che ti capita, e trovare una famiglia di immigrati che non si è ancora registrata per votare è praticamente impossibile.
Non sto a raccontare tutta la storia ma dopo mille peripezie finalmente i Toposkovich si ritrovano.
Il motivo per il quale mi sento molto legata a questo cartone non è solo perché mi ricorda la mia infanzia e parla degli Stati Uniti. Mi piace perché il legame tra Tanya e Fievel è raccontato in modo particolarmente delicato. Tanya è infatti l’unica a sentire che il fratellino è ancora vivo, da qualche parte, che non bisogna perdere la speranza di ritrovarlo e che anzi bisogna assolutamente cercarlo!
Avrò 30 anni? Certo che ho 30 anni! Ma quando guardo questa scena in cui i due fratellini guardano la stessa luna e sanno che si stanno cercando, piango come se non ci fosse un domani. Forse perché la luna mi piace da sempre, e molto più del sole. O forse perché da piccolo mio fratello aveva le stesse orecchie a sventola…che purtroppo col tempo sono diventate normali.
Ah, il testo in inglese è molto, molto carino:
Somewhere out there beneath the pale moonlight
Someone’s thinking of me and loving me tonight
Somewhere out there someone’s saying a prayer
That we’ll find one another in that big somewhere out there
And even though I know how very far apart we are
It helps to think we might be wishing on the same bright star
And when the night wind starts to sing a lonesome lullaby
It helps to think we’re sleeping underneath the same big sky
Somewhere out there if love can see us through
Then we’ll be together somewhere out there
Out where dreams come true
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04/12/2012 La Clinton e la Contessa
Chi bazzica su queste pagine da un po’ di tempo lo sa. La Contessa, ovvero la mi nonna, ha sempre ragione.
Come noto, la Contessa non sopporta Obama ma ne predisse la vittoria, ed ebbe tutte le ragionni. In compenso, non sopportava neanche Romney, anche in quel caso predisse la sua sconfitta, e anche in quel caso ebbe tutte le ragioni.
Quando Obama era il candidato alla presidenza per la prima volta, nel 2008, la Contessa era un po’ delusa. Avrebbe gradito la Clinton. Dal 100% delle donne della mia famiglia, la Clinton è considerata un modello di furbizia femminile machiavellica da ammirare in toto. La cosa che le femmine di casa mia ammirano maggiormente è stata la capacità stoica e ipocrita di tenersi le corna di quel mandrillo del marito, continuare a sorridere e nel frattempo scalare la vetta fino ad arrivare ad essere la prima donna Presidente degli Stati Uniti d’America.
Sissignore, è quello il destino che le donne della mia famiglia riservano alla signora Clinton, sin dai tempi in cui quella emancipata pompinara leggermente sovrappeso congelò il prezioso prodotto dell’hobby preferito di Bill.
Ebbene, il New Yorker ha comunicato che la Contessa potrebbe averci preso anche stavolta: Hillary Clinton sarà in corsa per la candidatura alla presidenza USA.
Vorrei solo dire che negli anni 70 portava orrendi pantaloni, per non parlare delle scarpe.
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13/11/2012 Ci mancavano solo le star…
In America hanno questa cosa che a noi sembra strana. Ovvero la gente famosa, le star, i vip, si schierano politicamente e lo fanno apertamente. Questo accade molto di frequente. Non di rado aiutano i candidati con feste per raccogliere i fondi per la campagna elettorale, contribuiscono anche di tasca propria, dicono la loro…insomma ci stanno dentro. Come normali cittadini, alla fine. Solo che avendo un fracco di soldi e notorietà, il loro impegno pesa parecchio.
Ed è arcinoto che Hollywood è genericamente piuttosto dalla parte democratica del paese. Essere artisti e repubblicani suona quasi come un controsenso, come una cosa particolarmente strana. Su questo si ricama molto da molto tempo.
E’ giusto? E’ carino?
E chi lo sa…probabilmente no.
E siamo sicuri che da noi non sia così lo stesso alla fine? Siamo più puri? Siamo più seri?
Dice che da loro è una cosa normale e da noi non si fa. Ma davvero è così? E allora i cantanti che vanno al concertone del Primo Maggio? E quelli che suonano sempre o quasi nei centri sociali?
Ma sì, alla fine anche per noi è lo stesso. Solo che il nostro è un sistema molto più ipocrita, perchè se negli Stati Uniti la campagna è finanziata e sostenuta da gente con nome e cognome, da noi non sai mai davvero chi c’è dietro e, tra l’altro, ci mette i soldi lo stato (quindi tutti noi). E parlare di politica poi… è sempre una cosa che non si fa, una cosa poco delicata.
Da noi la politica è una cosa da mestieranti e ci caschiamo tutti. Tutti abbiamo una volta giudicato una persona che dal mondo dello spettacolo è passata alla politica, ignorando che la politica è una cosa di tutti, che tutti hanno eguale diritto ad essere elettori ed eletti.
Noi ci scandalizziamo se Beppe Grillo, Elisabetta Gardini o finanche Iva Zanicchi fanno politica, ma in California un certo Arnold Alois Schwarzenegger divenne governatore e Ronald Wilson Reagan divenne Presidente (oltre che governatore della California a sua volta).
Una cosa abbiamo in comune con lo Star System made in USA: schierarsi a sinistra è comunque fico; schierarsi a destra manco pe gnente.
Ma almeno negli USA ci mettono la faccia, e io lo preferisco…
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