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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Monthly Archives: novembre 2011

Mentre tutti lavorano io vado in ferie.

Ma solo per qualche giorno.

Ovviamente ho scelto novembre, un periodo ottimo per recarsi in una zona dal clima morbido e mite come la Germania.

Io temo molte cose.

Tanto per cominciare, temo che mi stia venendo l’influenza, il che significa in modo pressochè inconfutabile che c’è qualcuno che porta sfiga.

Poi ho il sospetto che alcuni miei sentimenti antieuropei, antigermanici e antimerkeliani si siano diffusi anche fuori dai confini nazionali, tramite la rete, e che quindi io venga ‘trattenuta’ e interrogata, magari in tedesco.

E visto che nel frattempo l’Italia affonderà nella più nera crisi e l’eurozona scomparirà, io mi ritroverò come in The Terminal, con la differenza che, non avendo la faccia simpatica e il carattere affabile di Tom Hanks, verrò trattata malissimo da tutto il personale dell’aeroporto e non farò amicizia con nessuno. A volte me le cerco proprio.

Se tornerò, vi narrerò della mia esperienza in terra ariana, terra delle mie origini, terra che ha visto i natali dei miei padri.

Forse non lo sapevate, ma in Germania esisteva un certo Richard Selbmann che faceva dolci. Ecco una confezione di cioccolato da lui prodotta:

Speriamo che il mio cognome mi salvi dalla prigione.

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Sono ancora in ufficio quando mia mamma mi telefona. Ha la voce un po’ trafelata. Mi fa domande molto specifiche sul mio lavoro, su che tipo di lavoro è, quante ore a settimana lavoro, se è part time o full time…sento una voce di donna dietro di lei che le suggerisce le domande. Inizialmente non capisco e sono anche un  po’ disturbata dal fatto che mia mamma debba rivelare ad una persona sconosciuta i dettagli del mio lavoro. Non che sia un segreto di stato ma sai, è una questione di privacy!

Mi spiega che sta compilado il modulo del censimento.

Mi dice che serve all’ISTAT.

Mi chiede a che ora esco di casa la mattina per andare a lavoro.

Francamente scoppio a ridere. Ma che statistica vuoi tirar fuori dall’orario in cui gli italiani escono di casa per andare a lavoro? E se mento? Chi mi controlla? Lo stato? Lo stato mi pedina per scoprire se effettivamente esco di casa alle otto piuttosto che alle nove?

Mi chiede quanto ci metto per andare a lavoro e che mezzo di trasporto utilizzo.

Ma andiamo.. a chi interessano queste statistiche? O meglio, cosa misurano? E a che scopo?

Stando a quanto dicono, con il censimento facciamo una fotografia dell’Italia di oggi.

La fotografia che riguarda me, ritrae una cittadina sotto i trent’anni, che esce di casa la mattina alle 8 e in circa 30/40 minuti è a lavoro. Ci va con i mezzi pubblici.

Ammesso che la signorina davanti a mia mamma abbia il diritto di sapere i fatti miei, ammesso che lo stato non ne sappia ancora abbastanza di me (quasi tutto quello che faccio lascia una traccia, mi faccio due calcoli e lo stato sa di me più di quanto ne sappia io stessa) e abbia il diritto sacrosanto di saperne di più, mi sa se volessimo davvero fare una foto dell’Italia di oggi, al di là dei numeri, servirebbe sapere altro.

E non servirebbe neanche entrare troppo nello specifico. Se proprio dobbiamo fare il censimento, sta fotografia, facciamo una cosa seria, facciamola difficile, che non basta mettere insieme i dati in modo matematico.

Perchè in una fotografia non conta tanto come sei vestito o che stai facendo, quanto che espressione hai, se sorridi o sei triste.

Allora chiedimi se sono soddisfatta del mio stile di vita. Chiedimi a cosa rinuncio e a cosa non rinuncio neanche se sto con le pezze al culo. Chiedimi cosa desidero e quale scala di priorità hanno per me le cose importanti. Chiedimi quali sono per me le cose importanti e se sento di averle o no.

Chiedimi se sono felice.

Di seguito, una diapositiva della felicità:

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Mantenere la tradizione adattandola alla contingenza, senza per questo rinunciare agli elementi  base del menù del Thanksgiving. Un’impresa non facile ma ben riuscita. Si trattava di incastrare nella cena i seguenti ingredienti: tacchino, zucca, cavoletti di bruxelles, frutti di bosco, castagne, patate dolci.

Di seguito il menù di Casa Belbmann

Menù Illustrato

Antipasti

– Pop Corn

– Bruschette con olio della Tuscia e sale marino

 

Primo

– Penne rigate alla salsa di zucca e carote (Barilla – Piccolini)

Secondo:

– Wurstel di Pollo e Tacchino Fiorucci

Contorno:

– Cavolini di Bruxelles 

– Purè di Patate Dolci 

Dessert

– Gelato con Frutti Rossi

– Marron Glace Motta

Il tutto annaffiato da ottimo vino novello, vino della casa e acqua San Benedetto

caffè

amaro

Come da tradizione, abbiamo fatto anche il brindisi del ringraziamento, durante il quale ognuno dei commensali ha brindato alla cosa a cui è grato. Molti hanno detto che mi erano grati per la cena.

L’unico punto sul quale i commensali hanno avuto di che lamentarsi è stato il tacchino che, hanno detto, non era ripieno.

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Quello della cittadinanza ai figli degli immigrati è indubbiamente un nodo che andrà prima o poi affrontato. Vuoi perché l’Italia invecchia, vuoi perché i figli degli immigrati sono di fatto dei contribuenti a tutti gli effetti, vuoi perché sono una forza lavoro, vuoi perché alla fine è anche giusto dar loro una madrepatria nella terra che i loro genitori hanno scelto di abitare.

Per inciso, nessuno pare porsi seriamente il problema di come incentivare anche gli italiani a fare figli, di come sostenere le donne lavoratrici e i genitori single, di come garantire alle famiglie il servizio essenziale degli asili nido  (che vedono in cima alle liste dei posti riservati proprio i figli degli immigrati, alla faccia dell’Italia razzista). Nessuno pare notare che il tasso di occupazione delle donne è molto inferiore a quello degli uomini immigrati. Il che significa, tra le altre cose, che le donne immigrate tendono (per scarsità di occasioni o per cultura) a fare le casalinghe e occuparsi a tempo pieno di famiglia a figli, diversamente dalle donne italiane…

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E’ da Halloween che rifletto sui sincretismi. Wikipedia dice che può essere considerato sincretismo qualsiasi tendenza a conciliare elementi culturali, filosofici o religiosi eterogenei appartenenti a due o più culture o dottrine diverse.

Ci penso da Halloween perché quando ero piccola Halloween non esisteva. Ce lo facevano studiare quando nelle ore di inglese si faceva civiltà. Visto che da qualche anno lo festeggiamo come se l’avessimo sempre festeggiato, c’è anche chi non approva, chi rivendica la supremazia del Carnevale, visto che di maschere e travestimenti si tratta, in ogni caso.

A me questo sincretismo piace, questo mescolare le feste, festeggiare tutti. Diversi anni fa, sono andata a vedere il Capodanno Cinese a Londra. Una figata, mai visti tanti cinesi tutti insieme, spaventoso. E tutto sommato anche Halloween mi piace, sebbene qui molti l’abbiano confuso per un Carnevale bis, cosa che non è, perché si suppone che tu ad Halloween ti vesta da morto vivente o da qualche altra creatura immonda e assetata di sangue, non da principessa dei sogni.

Ho notato che è considerato normalissimo chiedere: “oh ma te che fai per Halloween?”. È diventato normale come dire che fai il Primo Maggio?

Così ho pensato che è veramente carino, e bisognerebbe incoraggiare di più questo fenomeno di sincretismo, specialmente tra Italia e Stati Uniti.

Sto tentando quest’anno, con scarsissimo successo, di diffondere in Italia una nuova festa. Da qualche giorno chiedo alla gente: “oh ma te che fai per il Ringraziamento?”. Mi guardano malissimo, molti non sanno di cosa sto parlando, alcuni mi scrutano con sospetto, pensando che sia una festa islamica e io sia la messaggera di qualche imam sotto mentite spoglie.

Ma io non mi sono data per vinta. Ho organizzato la Festa del Ringraziamento nella mia residenza romana, casa Belbmann. Purtroppo, per motivi di lavoro, l’ho dovuta anticipare di un giorno, contravvenendo all’etichetta. Ovviamente, essendo sincretismo, sono libera di personalizzare la tradizione e renderla compatibile con le lunghe giornate lavorative dei miei commensali e di me medesima.

Pertanto, avremo forse tacchino, ma sicuramente pronto da scongelare e non certo ripieno. La tradizione vuole che venga portato a tavola dal capofamiglia, cioè IO. Ci vorrebbe anche la salsa di cranberry freschi, che verrà eccezionalmente sostituita con gelato ai cranberry, non freschi. Poi ci vogliono i cavolini di Bruxelles, e qui la Carrefour mi viene incontro. Più complicato avere le castagne al bacon, alle quali mi sa che dovremo rinunciare, per quest’anno. Mi sto mentalmente organizzando per torta di zucca servita fredda con panna montata. Aggiungerò un tocco personale con dei rustici per antipasto e un primo che sceglierò lasciando che la Findus stuzzichi la mia fantasia.

Sarà una grande Festa del Ringraziamento. È anche pronta una coreografia, ispirata ad uno dei momenti più alti del cinema internazionale: la recita del Giorno del Ringraziamento al campo Chippewa, con Bugsley Addams nella parte del Tacchino:

Felice Thanksgiving a tutti!

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Il luogo oscuro dove sta tutto ciò che la cucina tradizionale schifa e proibisce. Lì è dove mi rifugio ogni qualvolta sento l’estro prendere il sopravvento.

Non sempre i miei esperimenti riescono, ma laddove riescono sigillo il mio successo dando un nome al piatto creato. Molti dicono che in realtà mi approprio di ricette altrui ma questo non è vero. Le invento e poi le brevetto. E se qualcuno ci ha pensato prima di me io non ne sono certo a conoscenza. Così è nato l’uovo alla bavarese, all’etrusca e alla selbmann. Così è nato anche il risotto Tunisia e moltre altre ricette di mia invenzione.

Ieri sera mi sono ennesimamente cimentata con il pesce al forno ed ero sicurissima che la mia avventura sarebbe stata un trionfo di gusto. E’ vero che effettivamente l’accostamento era ardito, ma cercando su Google ho trovato anche il deciso sostegno di alcuni forum che rappresentano un’autorità nel campo della cucina fai-da-te.

Scendendo nel particolare, ho cucinato un cefalo, che  dalla sapiente pescivendola che me lo rifilò mi venne descritto come pesce dalle doti nascoste, appena un po’ spinoso ma dalla carne sostanziosa, uno dei pochi pesci non da allevamento.

Era in offerta. Fu facile convincermi.

Ebbene, io pensavo che il sapore del suddetto cefalo sarebbe stato…difficile, per palati coraggiosi. Invece è venuto proprio ‘na merda, tanto che uno dei miei coinquilini, entrando in cucina, ha affermato:  “c’è uno strano odore qui”.

Quindi, in conclusione, non cucinerò mai più cefalo con cipolle, fagiolini verdi e pecorino romano.

Inutile storcere il naso. Non sono certo la sola che propone miscugli insani, insensati e nefasti.

Ad esempio oggi Sacconi ha detto che l’oggetto dei desideri del Pdl è l’Udc.

A me piace ricordare il povero cefalo così come mi piace ricordare il Pdl: vivo.

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La prima lezione sulla rivoluzione è che tutti possono fare la rivoluzione. Tutti, in qualsiasi luogo, tempo e condizioni.

La seconda lezione sulla rivoluzione è che bisogna sempre controllare di non rimetterci dei soldi.

Non ho la forza, nè l’influenza necessaria, per combattere le cosiddette ‘caste’ ai livelli più alti. Non posso mettermi di traverso alla casta dei politici, o dei banchieri, o dei tassisti (non prendo mai il taxi). Non posso neanche lottare contro la casta dei dipendenti pubblici, dei militari e dei medici.

Ma posso dar battaglia, con onore, alla casta delle macchinette.  Posso dar filo da torcere ai dispensatori di orrendo caffè, ignominoso cappuccino, orrido tè e dannoso orzo. Posso boicottare le celle frigorifero che mi consegnano croissant gelati, patatine ghiacciate e acqua sovrapprezzo, nonchè tramezzini radioattivi.

Posso e lo faccio. Lo faccio e lo farò.

Ho iniziato dal basso fino a mettere su un’articolata strategia. Eccola divisa per punti:

– al posto della bottiglietta da mezzo litro a 30 cent, ne tengo una da due litri a 33 cent;

– patatine rigorosamente sottomarca, ottime e grassissime;

– riserva di biscotti e biscottini da gustare a varie ore del giorno;

– scorta di frutta di stagione.

Ma il punto fondamentale, su cui ruota l’intero sistema rivoluzionario da me ideato, è il bollitore elettrico. Non un bollitore qualsiasi, ma THE bollitore, quello perfetto, quello sotto i 10 euro. Eccone un ritratto:

Come potete vedere, è molto bello ed elegante.

Considerato l’acquisto del bollitore il punto focale della mia rivoluzione, bisognava rendere ufficiale l’insediamento del nuovo potere.

Ho ritenuto opportuno che la dittatura delle macchinette sapesse che avevo spodestato il tiranno e passato le consegne ad un nuovo esecutivo. Sigillo del passaggio di consegne, la mia restituzione della chiavetta ricaricabile.

Trionfante, impettita e orgogliosa, mi sono avvicinata all’uomo riempitore. Gli ho intimato di arrendersi. Egli ha facilmente gettato la spugna. Quanto facilmente crollano i regimi non sostenuti dal popolo e dalle idee. Lo sconfitto mi ha riconsegnato la cauzione, pari a euro 6.

Vittoriosa, mi sono seduta alla mia scrivania e ho lavorato meglio che mai.

Soltanto dopo ho pensato che forse nella chiavetta c’erano ancora dei soldi.

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