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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Monthly Archives: febbraio 2012

Oggi si è laureato il mio amico Acquafan. Succede spesso che quando si finisce un percorso che ci ha  molto affaticato, abbiamo il proposito di appiccare il fuoco a qualcosa di significativo che lo ha caratterizzato, per sfregio, per vendetta, perchè sticazzi! E’ finita! Fanculo tutto!

Acquafan vuole bruciare quella che lui chiama ‘la stele’, un cartoncino su cui spuntava tutti gli esami. Per mettere in atto un gesto di tale importanza, bisogna scegliere accuratamente momento, luogo e stato d’animo. Non è una cosa da fare tanto per fare. Altrimenti non dà soddisfazione e lascia con un senso di incompiuto che non si ripara col tempo.

Anche io una volta ho avuto questo irrefrenabile desiderio, dare fuoco ad un oggetto odiato. Ho odiato molto la scuola, fino a che non sono andata all’università. No, non volevo dar fuoco alla scuola, troppo faticoso. Non sopportavo soprattutto la tensione che mi davano le ore di storia e filosofia. Avevo un’insegnante che pensava di stare all’università. Impostava vere e proprie sessioni di interrogazioni. Sceglieva dei libri di testo solo perchè doveva farlo ma credeva che niente potesse darci tanta cultura quanto potevano fare le sue dotte parole, perciò era assolutamente indispensabile prendere appunti. Ricordo ancora che qualcuno un giorno le chiese chi potesse, a suo parere, essere considerato un eroe. Lei rispose che era un eroe chi studiava giorno e notte ottenendo il massimo dei voti.

Era chiaro che io non ero un’eroina, ed era chiaro che questa era una scoppiata.

Ad ogni modo, finito il liceo mi sono sentita la persona più felice al mondo. Non potevo credere che non avrei più dovuto entrate in quel cesso di scuola, se non da donna libera. Ero finalmente libera. Mi sentivo re, mi sentivo una figata.

Decisi che la prima cosa della quale dovevo liberarmi era il quadernone degli appunti di storia e filosofia. Decisi che l’avrei bruciato. Il punto è che quando devi fare un rito, una cosa simbolica, non è che puoi improvvisare. Momento, luogo e stato d’animo sono fondamentali. E io ho sputtanato il momento. I fucked up.

Mi ero immaginata un falò enorme e un grande fuoco caldo che avvolgeva il mio quadernone di merda, in una notte di plenilunio.

Invece era quasi ora di pranzo, mia madre cucinava, sono uscita sul balcone e con un cerino ho appiccato il fuoco al quadernone, il quale però ha fatto solo un gran fumo nero, una gran puzza, ho dovuto gettarlo nel lavandino del suddetto balcone per non morire intossicata, il che ha evidentemente mortificato la mia voglia di fiamme e inferno di maledizione per l’orrido oggetto del mio odio. Il balcone si è riempito di pezzettini neri volatili, la puzza ha invaso la cucina e mamma mi ha sgridato.

Incendiari, non fate come me. Pianificate.

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Tra il primo e il secondo tempo faccio incetta di Cipster, pop-corn, Coca Cola e Coca Cola Light. Spendo una fortuna, è vero, ma sedersi al cinema senza sgranocchini è come mangiare cacio e pepe senza pepe: una cosa insensata, inutile e triste.

Il ragazzo al bancone mi dice: “I bei film, sempre poca gente“. Gli rispondo che oggi mi pare ce ne sia abbastanza e mi dice che è il primo spettacolo con un po’ di gente, che nei giorni precedenti non hanno fatto una lira.

Ma la tendenza cambierà presto, ci scommetto. Perchè laddove non puoi contare sulla curiosità delle persone, sulla voglia di andare a vedere un film nuovo, puoi sempre contare sul caro, vecchio passaparola. L’amico, il collega, lo sconosciuto che ti dice che lo devi assolutamente andare a vedere, perchè ne vale troppo la pena.

Varrebbe la pena già solo per la scena in cui il rozzo badante nero accompagna il ricco tetraplegico a vedere l’opera e si scompiscia quando la scena si apre con un buffo tizio vestito da albero che canta ispiratissimo. Esilarante. Varrebbe la pena anche solo per la colonna sonora, della quale vi propongo un estratto:

Però vale la pena soprattutto per un motivo: perchè tu ti aspetti di piangere, e invece non piangi. Te lo aspetti perchè scusa, come fai a non piangere, no? Sai, la storia di un giovane badante di colore, avanzo di galera, che si redime, che fa amicizia con il tetraplegico che grazie a lui torna a vivere! Che palla…! Si DEVE piangere! E’ ovvio! Sennò che tragedia è?

Invece manco per niente, non si piange. Si ride, e ci si emoziona. Giusto alla fine un po’ di commozione ma niente di serio. Ed è giusto, è giusto che sia così. Nessuna pietà.

Solo un’osservazione da parte mia: ma non era meglio chiamarlo con il titolo che è stato usato anche per il libro? Io lo chiamo così, perchè è molto meglio.

Ieri sono andata a vedere al cinema un film che si chiama Il Diavolo Custode.

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Se proprio devi fare un video per una canzone, quel video deve avere senso. Altrimenti lascia perdere. Se devi fare il solito video in cui canti e suoni in playback, buono solo a far conoscere la tua faccia, ce la possiamo evitare tutti, ci fai un favore.

Ci sono dei casi in cui però il video è fondamentale, inscindibile dalla canzone. Tipo che ne so…Thriller. Thriller senza video non ha senso! E a volte capita di sentire delle canzoni che senza quel video ti sembra che non stiano in piedi, perchè il video ti fa capire un sacco di cose, o magari ti dà modo di inventartele e di fantasticarci su.

Oggi mi è capitato di imbattermi in uno di questi video, che te li ricordi per sempre perchè vanno così meravigliosamente a braccetto con la canzone. E’ un video dei Citizens ed è stato girato per la canzone True Romance. Ok, siamo d’accordo, è una canzone d’amore, non ci piove. Ed è pure un po’ strana, nel senso che non suona come una canzone d’amore, ha una melodia un po’ buffa e un po’ infantile, esattamente come il video. Perchè dai, all’inizio, quando vedi sti due invasati vestiti da cretini e acconciati come avanzi dei Village People ti viene solo da ridere, pensi che sia una parodia di qualcosa.

Poi ti trovi a pensare che sta canzone a modo suo non è brutta, che questi qui s’impegnano parecchio, e questo impegno folle e devoto non li rende poi così ridicoli, anzi. Pensi che tu forse non sapresti fare di meglio. Poi pensi che ballano leggermente fuori tempo ma non perdono mai il passo. Sono brutti, però si piacciono un casino. Ti accorgi che continuano a ballare, vestiti come gli pare, nei posti più improbabili, interpretando a modo loro un ritmo che non gli si accorda esattamente alla perfezione, ma lo fanno in modo coordinato, ed evidentemente trovano che la loro sia una coreografia bellissima.

Chissà perchè uno ci deve pensare per arrivarci, che vanno bene esattamente così come sono e sono bellissimi.

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Il 27 febbraio a Ginevra avrà inizio un processo diplomatico il cui risultato potrebbe essere un nuovo trattato che darebbe alle Nazioni Unite inediti poteri su Internet. Decine di nazioni, incluse la Russia e la Cina, spingono per raggiungere questo obbiettivo entro la fine dell’anno.

Come disse lo scorso giugno il Primo Ministro russo Vladimir Putin, il suo obbiettivo e quello dei suoi alleati è stabilire un “controllo internazionale su Internet” attraverso la ITU (International Telecommunication Union).

Mentre lasciamo scorrere tempo prezioso, gli Stati Uniti non hanno nominato un delegato per la negoziazione del trattato. Dobbiamo svegliarci da questo sonno ed entrare nella partita prima che sia troppo tardi. Questi sviluppi potrebbero non solo influenzare la vita quotidiana di tutti gli americani ma anche minacciare la libertà e la prosperità di tutto il mondo…

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Affittasi solo a studenti referenziatissimi, seri, puliti e con l’alito fresco, ampia e luminosa camera doppia in delizioso bivani, seminterrato, adiacenze spaccio di cocaina, da condividere con giovane coppia di lavoratori socievoli. 350 euro a posto letto, escluse utenze.

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GIORNALISTI (Roma) – cercasi aspiranti giornalisti per stage non retribuito in redazione giovane  e dinamica. giornale, web e tv. durata stage 3/6 mesi.

Stage non retribuito in ufficio stile studio moda. Stage della durata settimanale e/o mensile a seconda dei progetti da realizzare o portare a termine. i candidati debbono avere padronanza per: – dialettica corretta in italiano, conoscenza inglese – basi cucito a mano e macchina lineare / taglia cuci – basi di memoria fotografica, realizzo fotografia digitale, fotoritocco, scansione – conoscenza  catalogazione tessuti, filati e punti maglia – uso programmi mail outlook  od outlook express – saper accogliere un cliente in studio e presentarsi al telefono – capacità di disegno a mano libera – basi per realizzo cartamodelli – elementi base di segreteria, rispondere al telefono, capire la richiesta in breve tempo, contattare fornitori.

Fettadiculo, fettadiculo per sempre e forever, fettadiculo tutta la vita, fettadiculo ovunque e comunque, fino ad arrivare ad un’apoteosi di Carpacciodiculo in agrodolce.

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Mi capita abbastanza spesso di prendere gli aerei. A me piace prendere gli aerei. Gli aerei sono veloci e comodi.

Prendere l’aereo, specialmente se hai con te solo il bagaglio a mano, può farti sentire un piccolo manager. Sei svelto, moderno, agile. Sei un figo. L’aereo è un mezzo per cosmopoliti indipendenti.

Ma c’è qualcosa che ti rovina il portamento, che in un attimo ti fa sentire l’ultimo degli sciatti. E questa cosa è il controllo del bagaglio, il passaggio allo scanner. Un momento che ho sempre odiato e che mi perplime enormemente. Soprattutto per le anomalie che riscontro e per il modo in cui vengono effettuati i controlli. Non da sottovalutare anche la scortesia e antipatia manifesta di alcuni di coloro che fanno il noioso lavoro di barbosi controllatori dei passeggeri.

Un paio di volte mi è capitata la sventura di prendere l’aereo con la gonna e gli stivali. In inverno fa freddo e io sono solita fare una cosa molto antisesso, cioè indossare i calzini sopra o sotto i collant. Sai, per tenere caldi i piedi, per riattivare la microcircolazione, un grave problema del terzo millennio. Insomma giunta ai controlli, per quelle due volte di fila mi si chiede di togliere gli stivali, per ragioni di sicurezza. Evidentemente credono che io nasconda delle lame rotanti taglientissime dietro il polpaccio. Lo faccio molto a malincuore. Mi dicono che se non voglio poggiare i collant a terra posso sempre indossare delle graziose bustine di plastica intorno ai piedi.

Mi sembra l’umiliazione definitiva, piuttosto cammino scalza fino al gate.

Così l’ultima volta che ho preso l’aereo ero preoccupatissima, perchè non solo avevo gli stivali, ma avevo i jeans sopra di essi, a coprirli fino alla base, e avevo i calzini talmente lunghi che la loro parte superiore era rimboccata fino a coprire il bordo della calzatura. Una roba da oscar. Ero la regina delle nevi. Tremavo all’idea che qualcuno potesse scoprire che avevo gli stivali e me li facesse togliere davanti a tutti i passeggeri in fila, con mio grande imbarazzo.

Ero pronta a consegnarmi alle autorità. Arrestatemi piuttosto che farmi fare sta figura di merda. Interrogatemi pure, perchè la lampo dei miei stivali farà suonare l’allarme, e non c’è niente che io possa fare per evitarlo.

Ripongo il bagaglio a mano sul rullo, piego il cappotto e la sciarpa nelle luride vaschette dove gente prima di me deve aver messo le scarpe da scavo archeologico, mi dirigo con passo impavido allo scanner, faccio per attraversarlo e…

BBBEEEP

…sono fottuta.

La signorina in divisa mi fa notare che ho il cellulare in mano.

Aaah…. mi scusi… che sciocca…” Non me lo faccio ripetere due volte. Ripongo il fido BlackBerry nella lurida vaschetta insieme al cappotto e alla sciarpa. Mi incammino atterrita e passo lo scanner senza che il maledetto emetta alcun suono.

Fiu…è andata.

Mi fiondo a riprendere i miei averi, sbatacchiandoli penzoloni su spalle, braccia, testa, qualcosa la tengo per la bocca. La mia eleganza è svanita. Non sono più una cittadina cosmopolita.

Subito dietro di me passano due passeggeri uno dopo l’altro. Si ode un BBBEEEP.

E uno degli ufficiali gentiluomini commenta seccato: “E mo chi cazzo è che ha sonato….

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Io non credo negli ombrelli. Brutti, fragili, tutti uguali, io posso al massimo credere nell’ombrello definitivo. Questo mi ha spinto a farmi regalare un bellissimo ombrello di Moschino. Bello, elegante e originale, non puoi dimenticarlo, non puoi confonderlo.

Avevo passato un ottimo weekend, ero anche stata a mangiare al ristorante di Piero Chiambretti, che alla fine mi era pure piaciuto. Solo che poi torni a Roma, e Roma t’ammazza.

Ti svegli e senti che fuori piove, ti affacci e vedi che effettivamente fuori piove. Ti prepari alla bruttissima possibilità che i mezzi pubblici siano più schifosi del solito, perchè oltre ai fiati speziati e alcolici, alle ascelle pezzate e alle scaglie di forfora, sai che ci sarà quella zozza umidità romana, i vetri appannati, gli ombrelli grondanti, i rallentamenti dovuti al traffico. Perchè già Roma da sola è una calamità naturale, poi con una goccia d’acqua diventa la capitale del fastidio supremo. The Fastidio.

Il viaggio fino all’ufficio mi riserva la pessima sorpresa del ritrovamento di un’astina del mio prezioso ombrello di Moschino …rotta. Ed è tutta colpa dei romani, dei romani che spingono e strattonano e mi hanno rovinato questo oggetto meraviglioso, del quale andavo tanto fiera.

Sono inconsolabile e sinceramente incazzata. Devo trovare un ombrellaio, un angelo degli ombrelli, un eroe della pioggia. Un ombrellaio.

Sarà una settimana di merda? Penso di sì, ma non vorrei rischiare di passare per la solita pessimista.

Per ora, l’unica cosa che mi consola è la nuova iniziativa della mia collega: le posate pieghevoli che non inquinano l’ambiente. Ne ho un paio personale.

Ve le voglio mostare:

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