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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Chi se li filava gli indiani? No adesso, francamente, chi se li filava?Chi ci voleva litigare? Ci volevamo molto bene. Molto.

Per quanto mi riguarda ho sempre pensato agli indiani come ad un popolo di laboriosi gestori di mini market londinesi. Questa è la veste nella quale li vedevo. Anche se in realtà la mia percezione era leggermente alterata, perchè i gestori dei mini market londinesi sono spesso pakistani, le due nazionalità si confondono ai miei occhi in modo piuttosto vorticoso. Per comodità, ho deciso di chiamare ‘indiani’ tutti quelli che mi sembrano indiani.

Non c’è solo questo, ho sempre visto gli indiani come una popolazione irraggiungibile. I cantanti, gli attori, gli scrittori famosi, queste categorie di gente strana si recano sovente in India per ritrovare loro stessi, l’ispirazione artistica, per sbloccare la loro creatività, aprirsi mondi paralleli e nuove dimensioni. Ricordo perfettamente quando Alanis Morissette, in una famosa canzone di cui ritenne opportuno girare un video nuda, cantava Thank You India. La ricordate? Eccola, rapita dalla spiritualità ritrovata tra le strade di Nuova Delhi:

Dell’India ho sempre avuto ben presente la figura della dea Kalì, la quale, a detta di alcuni membri della mia famiglia, magna riso e caca supplì.

E poi il cinema. Alcuni film che ho visto sono diventati pietre miliari per il mio idioletto, la mia formazione e la mia vita. Penso, ad esempio, a Indiana Jones e il Tempio Maledetto, un capolavoro con pochi eguali.

 E che dire di The Millionaire? Una dolcezza di film, per una dolcezza di libro, che mi ha veramente aperto il cuore.

E poi gli Aerosmith, che in Nine Lives inserirono Taste of India e io me la sentivo molto spesso, e aveva alcuni versi che ritenevo e ritengo di particolare bellezza:
When you make love to the sweet tantric priestess
You drink in the bliss of delight
But I’m not afraid when I dance with her shadow

Insomma l’India ha rivestito sempre un certo fascino per noi occidentali. Chi non conosce la storia di Mowgli? Chi?

E sono pronta a dire che noi italiani abbiamo subito questo fascino indiano in modo molto particolare. Non vi ricordate forse di quest’uomo?

Buffi baffi, è vero. Si tratta di Emilio Salgari. Salgari in India non ci andò mai. E come avrebbe potuto? Era povero in canna. Fu povero tutta la vita, e povero ci morì pure. Ma la sua fantasia, al contrario delle sue tasche, era piena, fitta, fervida e fiorente. Era ricca e viaggiava senza sosta. Era rigogliosa e abbondante. E se quel pesce lesso di Kabid Bedi ha una pensione non lo deve alla ridicola parte che ebbe in Beautiful, ma lo deve a lui, e a nessun altro. E se gli Oliver Onions hanno cantato Sandokan lo devono a lui, e a nessun altro:

Una volta per tutte, noi l’India la amiamo. A noi gli indiani ci stanno simpatici. Noi con gli indiani ci vogliamo fare pace. Capito? Non vogliamo litigarci. A noi piacciono gli indiani, la cucina indiana, ci piace il curry, ci piace il modo in cui fanno quell’ottimo riso che accompagnano alle portate. Ci piace tutto degli indiani.

Solo che ci devono rimandare a casa quei poveri marò che si stanno tenendo per non ho capito bene quale motivo. Devono fare in fretta! Perchè altrimenti non gli vorremo più bene e sarà un vero peccato.

Già se ne sentono le prime avvisaglie. Ci eravamo ormai abituati al loro odore speziato che già ci stiamo facendo a lotta nella vita di ogni giorno.  Una prova tangibile?
Ieri. Roma. Tram. Un indiano ha in mano un mandarino, lo sbuccia, ne lascia cadere a terra la buccia, lo infila in bocca intero, mastica, deglutisce e rutta senza ritegno.

Vi prego, la cosa sta degenerando. Facciamo pace. Ridatece sti marò.

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