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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Stamattina mi sono svegliata con un umore leggermente migliore rispetto alla media di questo periodo. Non ho avuto improvvisa voglia di buttare il cellulare che suonava la sveglia dentro il caffè che Alicia De Longhi mi aveva appena preparato.

Mi sono alzata un po’ prima del solito. Prima di lanciarmi in un pensiero solitario su come i due modelli economici e sociali sui quali ci siamo scannati fino ad ora (comunismo e capitalismo) si siano dimostrati fallimentari, sebbene con conseguenze e tempistiche differenziate, ancora mezza in dormiveglia mi sono scoperta a canticchiare e ballicchiare Crank That, indiscusso capolavoro di quel rompicoglioni di Souljaboy. Da quando lo seguo su Twitter ho la home invasa dei suoi cinguettii e ricinguettii. Souljaboy è un rapper social. D’altronde sul social ci ha costruito il suo esordio. Il video di Crank That è basato tutto sul fatto che questo sconosciuto brotha del ghetto si inventa un balletto e, grazie ad una campagna virale in internet, riesce a farsi produrre e a diventare famoso. Non so se la storia di DeAndre Cortez Way sia andata esattamente così. Ma ricco è diventato di sicuro e anche molto famoso. Circa due anni fa mi trovavo al Giardino di Boboli a Firenze e, con mia grande sorpresa, una ragazza americana si lanciò nel balletto di Crank That davanti ai suoi amici che ridevano in quel modo sobrio in cui solo gli americani autentici sanno ridere.

Pensare a Souljaboy mi ha portato ad una serie di riflessioni sul rap. Premetto che non è un genere che mastico solitamente. Un po’ perchè purtroppo lo trovo molto monotono, un po’ perchè mi sembra il genere musicale più pieno di cliché in assoluto, fisso che più fisso non si può. Il rap è pieno di regole e gerarchie, un regime di mafia che non vige manco nel neomelodico napoletano!

Regola 1

Il rapper viene dal ghetto. Un randagio di strada, completamente slegato dalla società nel suo insieme. Uno che vive nella comunità di brotha che stanno con lui.

Regola 2

Il rapper non dice ciao. Al massimo strascina un wazszszszsup e si aspetta che lo chiami ‘man’ e che confermi la tua appartenenza al suo giro assecondando la sua mano destra in coreografie di convenienza per un tempo di almeno 15 secondi.

Regola 3

Il rapper disprezza le donne. Per lui sono tutte pollastre tette e culo. La cosa veramente importante è che siano fighe e apprezzino e sguazzino nel loro ruolo di pupazze. Il punto focale è che le donne stanno con il rapper nella misura in cui questo è ricco e famoso, perchè le donne amano i soldi.

Regola 4

Il rapper è uno zeppato. Quasi sempre. O almeno negli Stati Uniti. Il rapper diventa famoso perchè ha l’endorsement di uno che a sua volta è diventato famoso perchè ha avuto l’endorsement da qualche padrino del rap. Sì, esattamente come il neomelodico napoletano. Ma, esattamente come Gigi D’Alessio, il rapper non ammetterà mai che qualcuno l’ha zeppato, perchè è comunque un americano e gli piace dire in giro che si è fatto da solo, che ha cominciato con le feste private fino a che qualcuno non l’ha notato. Questa roba del farsi da solo ce l’hanno i rapper di tutto il mondo, anche in casa nostra.

Regola 5

Il rapper è un moralizzatore. Ce l’ha sempre con le meraviglie della fede in Dio. In realtà per un unico motivo, molto alla Caterina Caselli: vuole dire a tutti che Dio è l’unico che lo può giudicare, perchè in realtà ne fa più di Carlo in Francia.

Ecco, queste sono le regole basilari. Ce ne sono altre minori ma questi sono i pilastri fondamentali del rap. Più o meno, bene o male, su per giù, sono valide per quasi tutti i rapper del mondo.

Ma c’è una regola che accomuna proprio tutti i rapper, tutti. Il rapper è uno che ama sentirsi scomodo, ama affermare che è uno che dice le cose come stanno, in barba ai suoi detrattori. Il rapper ama sentirsi odiato da una larghissima maggioranza di gente che si sente colpita dalle sue dure parole e idolatrato da chi lo adora, e quando lo vede generalmente dice una cosa tipo: Respect.

Ed è per questo motivo che una volta nella vita, ogni rapper scriverà per forza una canzone il cui messaggio è più o meno questo:
Sono tornato. E voi non ci credevate! Mi volevate morto! Invece ho scritto un’altra canzone, me l’hanno prodotta e ci faccio pure un fracco di soldi! Peggio pevvoi!

E già che ci sono, respect!

E comunque anche se sono famoso non mi piace esserlo.

…Respect.

 Ci sono cascati tutti in questa spirale di ritorno annunciato. Tutti. Vi ricordate Eminem quando ha scritto I’m Back? Ecco, la flasariga è quella.

Anche Souljaboy c’è cascato. Ve na faccio un riassunto con i punti più salienti, e vi assicuro che c’è tutto.

La sorpresa di essere famosi dalla sera alla mattina:
hopped up out tha bed,
turn ma swag on,
took a look in tha mirror said wassup,
yeeeeea im gettin money

L’odio dei detrattori ingiusti, compensato dal fracco di soldi che stai facendo:
I got a question why they hattin on me 
I aint did nuthin to em,
but count this money
i know a lot of yall thought i wasn’t coming back….. y
eeeeea, yeeeeea
I had to prove them wronggggg,

Il ritorno:
got back in tha studio and came up with another hit

L’amore dei fratelli, che indovina cosa ti dicono quando ti vedono?
now everytime you see me spit,
every time you hear me rhyme,
everytime you see me in your state or town
say wassup

Devo ammetterlo, lo prenderei a bidonate. Ma adoro questa canzone:

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