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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Giusto un paio di settimane fa non avrei voluto scrivere un post sulla Festa delle Donne ma poi l’ho fatto. Mi sembrava veramente inutile scrivere un post sulla Festa del Papà, eppure lo sto facendo. Con un giorno di ritardo, vero. Ma ieri non ne avevo voglia, e poi ero un po’ stanca.

Avrei delle riflessioni da fare sulla Festa del Papà ma sono tutte molto noiose. Vorrei invece condividere un ricordo con i quattro gatti che ogni tanto inciampano in questo blog, sicuramente per errore, per uno scherzo del beffardo destino. Si tratta di un ricordo che riaffiora alla mia memoria ogni tanto, come molti altri. Però questo riguarda i papà, perciò ve lo voglio raccontare.

Dunque, risaliamo indietro nel tempo, fino agli anni della scuola elementare. Oddio adesso non saprei proprio dire se fermarmi alla prima o alla seconda, o magari alla terza. Comunque ero piccola, diciamo intorno ai 6/7 anni. Se mi guardo a quell’età, mi apprezzo davvero moltissimo. Ero sveglia, facevo pensieri profondi, sapevo a memoria tutte le canzoni dei Beatles senza sapere che cosa volessero dire. In effetti della lingua inglese mi limitavo ad imitare i suoni, ma ero brava, una brava imitatrice. I genitori degli altri bambini mi definivano ‘scalmanata’. Ma quella definizione un po’ mi è rimasta addosso. La differenza è che ora faccio pensieri meno profondi e sono molto più noiosa.

Non è che mi piacesse essere diversa dagli altri, perchè in effetti a quell’età neanche te lo poni il problema di cosa è ordinario e cosa no. Però, senza volerlo, dovevo sempre essere il bastian contrario. A pensarci bene forse anche questo mi è un po’ rimasto, solo che ora lo faccio più consapevolmente, un po’ per gusto e un po’ per convinzione.

Ogni volta per la Festa del Papà o per quella della Mamma o per qualsiasi altra cosa, si facevano i ‘lavoretti’, cioè delle composizioni manufatte, che si decoravano con colori, collage e similari. Un anno ricordo che per il giorno della Festa del Papà la maestra chiese a tutti i bambini della classe di dire una cosa che il papà aveva insegnato loro. Pensando che fossimo tutti dei cretini, ci fece degli esempi di cosa dire. Disse che potevamo dire che, ad esempio, il nostro papà ci aveva insegnato a camminare, a parlare o roba del genere.

Che idiota di maestra. Veramente un’idiota. Ma come fai ad avere ricordi in merito? Chi se lo ricordava veramente? Siamo sinceri. Nessuno di noi ha memoria di quando ha iniziato a camminare o parlare. Eppure quasi tutti i bambini dissero che il loro papà aveva insegnato loro a camminare o a parlare. Qualcuno si spinse su altri lidi, tipo giocare a calcio, ma niente di più.

A me sembrava proprio stupido. E non volevo che il mio papà fosse come tutti i papà, che avesse fatto le stesse loro cose. Per prima cosa non avevo idea di chi mi avesse insegnato a parlare o a camminare. Seconda cosa, io avevo memorie fresche di cose che mi aveva insegnato. Non avevo bisogno di dire cazzate perchè mio papà aveva continuato a insegnarmi cose fino a quel momento, perciò avevo cose nuove da dire. Dovevo sceglierne una. Era difficile ma poi pensandoci bene mi venne in automatico. Quando toccò a me, dissi l’ultima delle tante cose che papà mi aveva insegnato. Dissi che mi aveva insegnato che una volta che tu vai in moto per un po’ di strada, non azzardarti a toccare una certa parte della moto perchè scotta a morte e di potresti ustionare.

Trovai strano il fatto che tutti mi guardarono male o almeno con una certa perplessità. Credo sia stato per prima cosa perchè papà si dimenticò di insegnarmi come si chiamava quella parte della moto che scottava, io non lo seppi dire e solo molti anni dopo appresi che si chiamava marmitta, ma oggi non sarei ancora pronta a giurarci.  Per seconda cosa perchè evidentemente non lo ritenevano importante, almeno se paragonata a camminare e parlare.

Mah, trovo così stupida, così dannosa e così miope la scarsa attenzione ai particolari, alle novità, anche piccole. Trovo così omologante che tutti dicano la stessa cosa, e che alla fine si perdano quelle cose che cambiano il modo in cui vedi la realtà, quei particolari che ti rendono più consapevole del mondo, anche solo di una vecchia Ducati.

Facciamo un gioco educativo. Si chiama ‘trova la parte che scotta’:

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