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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

A chi non è mai capitato di girare per le vie del centro città alla ricerca di graziose ciabattine infradito nuova stagione da uomo da regalare al proprio cugino per il giorno del suo compleanno?

A molti di noi.

A molti di noi sarà capitato anche di essere disturbati da dispenser umani di volantini, vestiti in varia foggia e colori, a seconda della loro ‘appartenenza’ e del loro scopo. Oggi camminavo per i fatti miei, abbastanza in pace con me stessa, dopo aver gustato il primo yogurt gelato della stagione, con fragole, in buona compagnia. Alzo lo sguardo e vedo tanta gente che ha affollato la via principale, la stretta via dei negozi. All’orizzonte scorgo qualcosa che mi inquieta.

Bandiere nere. Nere nere nere, con un fulmine sopra. Una saetta.

Sono tra il perplesso e il molto perplesso. Perchè io vedo bandiere nere, scure, cupe, un po’ minacciose, lungo la via dei negozi? Sarà che scioccamente io sono portata ad associare il colore nero a qualcosa di ben preciso a seconda del contesto in cui lo vedo. Il nero: sicuramente elegante su un tubino da sera; saettone su una macchina sportiva; minaccioso se sta su una bandiera, su un vessillo. Inutile girarci intorno. Appena inizio a vedere teste rasate e una schiacciante maggioranza di maschi, capisco immediatamente la situazione. Un po’ come quando vedo barba incolta e capisco che mi vogliono vendere Lotta Continua.

La cosa non mi ha sconvolto. Perchè avrebbe dovuto? Ognuno la pensa come gli pare. Posso non essere d’accordo con te, penso sicuramente che essere vestiti tutti uguali sia limitante, riduttivo e omologante. Ma va bene, fai come ti pare. Gli estremismi non mi preoccupano, sono sempre esistiti.

Poi però sono tornata a Casa, ho parcheggiato la macchina in garage, aperto il cancelletto sul retro e mi sono diretta verso l’ascensore. L’ascensore di Casa mia ha le porte in ferro e una cornice di legno. Sulla cornice vedo qua e là incisi alcuni simboli. Non ci faccio mai caso, mi limito a maledire le persone maleducate e incivili che hanno inciso roba su un pezzo di legno che non è di loro proprietà o comunque è di proprietà di altra gente oltre che tua.  Stavolta invece ci ho fatto caso, ho osservato le incisioni. I simboli che apparivano erano sempre gli stessi: croce celtica e falce e martello.

Alcuni simboli erano stati… come dire … sfregiati. Si vede che i decerebrati che hanno usato l’ascensore di Casa mia come bacheca per schermaglie fuori tempo massimo, si fanno pure i dispetti tra di loro. Gne gne adesso ti cancello il tuo simbolo e ci metto il mio. Gne gne adesso ti cancello il tuo e ci rimetto il mio. Gne gne gne. Gne.

Allora ho capito quanto sono stata stupida, passando per la via dei negozi, a non sentirmi turbata nel vedere quei vessilli neri. Non ci ho quasi fatto caso perchè, come credo la maggioranza delle persone, sono stata cresciuta e pasciuta con l’abitudine di vedere sta roba scritta sui muri, sul legno dell’ascensore di casa mia, su internet, sui manifesti. Ho visto il saluto fascista e i pugni chiusi, ho visto le bandiere nere e quelle rosse, ho visto l’odio, la morte, la distruzione, la violenza, la miopia. Ho sentito parlare in termini di ‘noi’ e ‘loro’. Ho guardato i documentari, ho letto i libri, ho ringraziato Dio che mi ha fatto nascere in un mondo in cui mi sento un po’ più in salvo di quanto mia nonna si possa mai essere sentita da giovane.

Quindi sono scandalizzata. Io devo essere scandalizzata. Sono scandalizzata dal fatto che giovani nati liberi scelgano di portare ancora sulla carne un sigillo di intolleranza, di identificarsi nelle macerie di ciò che fu e non deve mai più essere e non abbiano nelle vene il desiderio di creare qualcosa che sia luminoso, loro, nuovo, inclusivo. Mi scandalizza che non vogliano proteggere la libertà ed amarla, estenderla, corteggiarla, accarezzarla e tenersela cara al cuore, portarla in giro per mano, come un bambino che non devi mai perdere di vista, sennò basta un niente che magari si fa male. Mi preoccupa che i giovani abbiano paura della solitudine. Mi lascia perplessa soprattutto il fatto che la società che il secondo dopoguerra ha costruito sia ancora talmente imperfetta e ingiusta che lascia crescere al suo interno i semi infestanti del danno.

A me hanno insegnato ad essere libera, o almeno a provarci. Mi chiedo se sono semplicemente stata fortunata.

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