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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Un oggetto mitico, una roba che andava a pile, una cosa che non vedo e che non tocco più da una ventina d’anni. Ci andavano i 45 giri, i dischi piccoli. Te li vendevano in confezioni di carta o cartone. Già quando ero piccola non è che fosse una cosa modernissima. In fondo anche i miei avevano dei 45 giri, perciò… Se penso che quando iniziarono a girare i walkman io il mangiadischi ce l’avevo ancora mi sento praticamente una nonna. Il walkman era una figata pazzesca. Sapeva di America, sapeva di jeans, ghetto e CocaCola. Sapeva di anni 80 e di felpe colorate. Lo desideravo da morire.

Ma da bambina io avevo ancora il mangiadischi. Ne ho avuti in tutto due, forse addirittura tre. Il primo, il mio amore, era arancione. Ci infilavi il disco, si sentiva un po’ di sfriccichio e poi iniziava. Se ci davi sopra un colpo forte saltava, e il suono si ripeteva ripartendo da un secondo prima della percossa. Già allora, di cose da sentire ne avevo tante. Ogni disco si poteva girare e tu potevi ascoltarne entrambi i lati. Avevo dischi con sopra le favole e dischi con sopra le sigle dei cartoni animati. Avevo una canzone che iniziava con “Carissimo Pinocchio, ricordi quand’ero bambino?”. Avevo anche una vecchia sigla di Calimero. Mi ricordo con precisione che avevo una favola in cui c’era un cacciatore ad un certo punto. Ma in verità conosco circa mille favole in cui ad un certo punto c’è un cacciatore. Verosomilmente era Pierino e il Lupo. Di questo disco ricordo solo il particolare del cacciatore, perchè quando arrivavo ad ascoltare il punto che arrivava, mi veniva paura. Credo fosse colpa della musica. Avrei potuto semplicemente interrompere, spegnere, togliere il disco. Invece lasciavo che andasse avanti e correvo a nascondermi sotto il letto, pensando che qualcuno di cattivo entrasse dalla porta chiusa della mia cameretta. Non avevo più di 4 anni l’ultima volta che mi è successo. Ce n’era di spazio sotto il letto allora. Col tempo ci stavo sempre più stretta finchè diventò difficile entrarci, e io non seppi più dove nascondermi per sentirmi al sicuro, fossero entrati eventuali cacciatori.

Però alla fine la cosa che ricordo meglio sono le sigle dei cartoni animati che avevo. Ero fortunata, perchè i miei gentori me ne compravano tante. Tra le ultime che ho avuto, sicuramente D’Artagnan. Ma ricordo con precisione quelle prima. Jem, Lupin III…e adesso dai, chi si ricorda di Roky Joe?Io mi ricordo perfettamente di aver avuto il disco con la sigla di quel cartone. Non ricordo per niente la trama, ricordo solo che era uno che tirava cazzotti ed era un cartone più bello e profondo dell’Uomo Tigre. Ricordo anche chi cantava la canzone. Aveva un nome insolito e un po’ buffo: Olindo Lasola. Una cosa appanicante, no?

I cartoni animati ti insegnavano dei valori, come quando alla fine di He-Man uno dei personaggi prendeva la parola e ti diceva cose belle sul valore dell’onestà, dell’amicizia, della fedeltà, dell’impegno per la comunità, della fiducia, della bontà, del rispetto e di tante altre cose belle. Noi di quella generazione siamo stati tutti fregati da quella roba, tanto che nonostante tutto io ci credo ancora.

Poi il tempo iniziò a scorrere veloce. Io chiesi ai miei genitori di comprarmi La mia moto, ovvero Jovanotti quando era un pischello e di lui facevano anche i quaderni e i diari.  Un giorno scenderò in garage, girerò quel 45 giri e vedrò finalmente che canzone c’è sul lato B, perchè ci penso da anni e anni, e non me la ricordo mai. Ho come la sensazione che scoprirlo potrebbe essere una rilevazione, come nei film, che quando ti decidi a fare una cosa che hai riposto in un angolo del cervello per tanti anni, poi quando la fai questo determina una serie di cambiamenti insospettabili, è un’epifania, un’illuminazione.

Devo scendere in garage, prima o poi.

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