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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Ho un rapporto molto conflittuale con l’Atac Roma. Si potrebbe quasi dire che io la odio. La odio perchè odio i mezzi pubblici, odio la calca, odio la puzza che c’è sopra, la gente che non si lava i denti o le ascelle o che non si lava…niente. Odio il vociare della gente che telefona a tutti i parenti in Calabria proprio mentre sta sul bus o sul tram. Odio quando fa caldo, odio quando fa freddo. Io odio l’Atac Roma.

Certo, ogni tanto è fonte di ispirazione per me, perchè ci trovi veramente di tutto e può capitarti di tutto, dalla cosa più insolita a quella più irritante. Ma ho come la sensazione che, in media, l’Atac Roma mi deride e di molto.

Prendo il bus che ha già iniziato a piovere. Mi fiondo e sono in salvo, almeno dalla pioggia. Mi accorgo che salgono i controllori, e sono molto tranquilla, io sono un’abbonata, a peggiopevvoi!!! Io ho un cazzo di abbonamento annuale, costosissimo e in corso di validità. Posso anche cagarci sul vostro verbalino di merda. Un anziano carabiniere in pensione si piazza davanti all’uscita centrale del bus, con fare autoritario nonostante la sua ridicola statura. Spavalda faccio per estrarre la mia preziosa card.

E invece ho perso la mia preziosa card.

Porca troia indemoniata.

Così passo circa 30 minuti a spiegare all’omino Atac che io sono una cazzo di titolare di costoso abbonamento annuale. Mi fa il verbale e mi spiega come fare per farmi togliere la multa del menga. Mi sembra un metodo estremamente farraginoso. Ma non poteva fa ‘na telefonata? Si sarebbe subito accorto che è vero che sono abbonata, e io mi sarei salvata tante pippe. Invece no. Non mi è concesso. Da quando Dio c’ha cacciato dall’Eden, la burocrazia ci stritola come un boa stritolerebbe un topo. Così, sotto la pioggia, mi reco alla stazione di Polizia di Stato, dove mi faccio fare sta denuncia di merda. Attendo il mio turno e esco con il prezioso foglio.

Il mattino seguente mi reco trafelata all’assistenza clienti con la denuncia. Ottengo una nuova metrebus card pagando solo 5 euro per il rinnovo. Vabè, ok. Pago. Provvista di scartoffie varie, mi recherò alle Poste Italiane per spedire una raccomandata con ricevuta di ritorno per farmi annullare una sanzione che non mi spetta. Sperando che non se la perdano e che non mi inseguano per i prossimi 5 anni pretendendo che io paghi una multa che non devo pagare.

Queste cose mi segnano nel profondo, mi deprimono e mi fanno incazzare come una belva. Già che io nel 2012 debba ancora prendere in mano una penna e scrivere su un pezzo di carta i dati che tutto il mondo già conosce, e poi recarmi fisicamente nei posti per consegnare fogliacci firmati, mi sembrano delle anacronistiche assurdità. Posso scoreggiare e farlo sentire via Skype a qualcuno che vive in Cambogia, ma non posso ottenere che un controllore verifichi telematicamente che io possiedo un abbonamento. Questo mi turba.

Sono una ragazza leggermente gracile, classe sociale medio-bassa, irrimediabilmente pallida, periodicamente anemica, moderatamente stressata e autenticamente NON romana. Io NON sono nata a Roma. Chi NON è nato a Roma non è abituato a questi casini, a questo caos primigenio, a questa roba antica. Datemi tecnologia. Datemi roba digitale, roba che non mi occupi spazio. Datemi roba automatica, roba veloce, immediata, istantanea.

Che depressione.

Meno male che alla fermata del bus c’è sempre qualcuno che fa ridere. Passa un giamaicano, si avvicina e mi vorrebbe dare due braccialetti con i colori preferiti di Bob Marley, offerta libera. Gli spiego che non li voglio e lui mi dice: Dai, non fa vergogna. Ribadisco che effettivamente l’acquisto non è di mio interesse e mi saluta:

Ciao, bella abbronzata.

Bella abbronzata…un giamaicano… a me?!

E’ come se passasse Pamela Anderson e mi dicesse:

Ciao, belle tette.

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