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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Monthly Archives: maggio 2012

Quando dici “spesa pubblica” dici “il male”. Non è sempre stato così, ma ultimamente lo è sempre di più, c’è poco da fare. Per quanto mi riguarda, l’idea non può che sorridermi. Sicuramente c’è chi la pensa diversamente.

Per la parata militare organizzata in occasione del 2 giugno, non mi riesce di farne una questione economica. E aggiungerei che alla fine chi se ne frega della polemica. E’ diventata stantia appena è partita. E chi si accapiglia per #no2giugno #si2giugno mi ha frullato i coglioni quasi subito.

Del 2 giugno ne faccio più una questione di … forma e senso, per così dire.

Il motivo per cui il giorno della Festa della Repubblica si fa una parata militare è che nel mica-poi-tanto-lontano 1948 se ne organizzò una proprio per onorare la Repubblica Italiana. Per nessun altro motivo. Leggo in giro che qualcuno pensa che si faccia per onorare i nostri soldati. No, in realtà non è questo il motivo. Non so chi abbia messo in giro questa voce ma non è assolutamente la festa delle Forze Armate o dell’Esercito Italiano o similari.

Si può dire che il 2 giugno è una data che fissa la nascita della nostra nazione nel modo in cui la conosciamo noi che siamo nati dopo il 1948.

Il significato della festa è un po’ simile a quando in Francia celebrano la presa della Bastiglia o negli Stati Uniti festeggiano il 4 luglio, più o meno. Ora, io non so quanti di voi sono stati di passaggio negli Stati Uniti proprio durante queste celebrazioni. Io sì. E vorrei raccontarvelo, sperando di non fare la solita figura di quella che ama gli Stati Uniti alla follia, cosa che è, ma vorrei cercare di essere obbiettiva.

Mi trovavo nell’orribile città di Houston, Texas. Un territorio veramente orrendo, dove l’unica cosa positiva è che il costo della vita è più basso rispetto ad altre zone più patinate degli USA. Ebbene, era una calda, caldissima giornata di luglio. Con i miei amici abbiamo deciso di andare a partecipare ai festeggiamenti per l’Independence Day. Quello che avevano fatto, a Houston, era questo: una parte contigua alla downtown era stata chiusa al traffico, diciamo una grossa stradona, che costeggiava un pratone altrettanto grosso, un parco, fatto come a forma di valle verde. Tutto era stato recintato e per entrare dovevi pagare un biglietto d’ingresso dal costo ridicolo. Una volta lì dentro, c’erano giochi di vario tipo, e diverse tipologie di stand: quelli che ti vendevano deliziosa roba da mangiare, quelli che ti regalavano gadget delle aziende più in vista in città, quelli promozionali, ecc. C’erano delle aree per consumare cibi e bevande… Insomma, un momento di grande convivialità, con musica e chiasso a volontà. Una gioia per grandi e piccini, si direbbe. Ho mangiato e bevuto come una zozzona e mi sono divertita.

E poi…c’era l’esercito. E che faceva? Ve lo racconto io. C’era un grosso stand targato United States Army. Dietro al bancone c’erano alcuni ufficiali gentilissimi, che stavano lì a distribuire roba alla gente, gadget dell’esercito americano. Eravamo tutti impazziti. Siamo diventati tutti militaristi nel giro di…tipo 10 secondi. Avevo un ombrellino dell’esercito americano ma l’ho perso, e ho perso anche delle bellissime penne. Ho ancora una tazza, un tappetino per il mouse e una catenina con una placca metallica con su scritto il mio nome, il mio cognome, la mia data di nascita e la mia religione, proprio come quelle dei marines. La tengo appesa alla parete della mia camera, che pende su un vecchio calendario con una grossa foto della Statua della Libertà. Io sono malata, lo ammetto. Ma al di là della mia patologia…ma quanto è meglio? Quanto è meglio che l’esercito, invece di sfilare in pompa magna davanti a quei tromboni con il culo a sedere sul morbido, stia in mezzo alla gente, saluti, parli, distribuisca cose, quindi in qualche modo continui a “servire”. In modo diverso dal solito, ma comunque a “servire”. Chiamatela demagogia, lo è senz’altro. Ma cazzo se funziona! Funziona magnificamente. Fa il suo porco dovere.

Lo preferirei, e molto. Niente alte uniformi, niente marcette sotto la scoppola del sole, niente trombette e saluti ufficiali al matusalemme di turno che è diventato presidente. Una festa vera, la musica, i fuochi d’artificio, per tutti, bellissimi. E poi l’inno nazionale, la birra a fiumi…Non so quanti soldi sarà costato alla municipalità di Houston. Ma ho visto un sacco di aziende e imprese che hanno pagato per essere lì, perciò…puoi stare certo che non è tutta spesa pubblica. Magari una parte…chissà.

Ma ok, lo capisco, mi è chiaro, da noi tutte queste cose sono fantascienza. Vediamoci sta palla di parata militare in diretta tv, se non m’addormo nel frattempo!

E sognamo una giornata nella quale si festeggi l’Italia così:

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Si dice che a volte, per capire il valore delle cose, bisogna sperimentarne l’assenza. Tra le cose che hanno un valore inestimabile per l’umanità c’è anche la rete. Non possiamo dire cosa sarebbe accaduto senza la rete ieri in Emilia.

A metà mattinata Twitter viene invaso da decine di appelli che invitano gli utenti ad aprire la propria rete Wi-Fi, liberarla dalla password. Il motivo è semplice: consentire alle persone di comunicare liberamente, di usare Skype, perché le reti telefoniche sono ormai intasate. Dopo l’appello a liberare la rete parte quello con le istruzioni su come farlo. Poco dopo, @TIM_Official twitta la guida per togliere la password dalla propria connessione Wi-Fi. Tito Faraci del Sole24Ore (@titofaraci) scrive: “La rete è di tutti. Oggi più che mai. #NoPassword #terremoto”. Così la rete si libera velocemente. È così facile, basta un semplice procedimento…

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Ad un certo punto ho creduto che il suo sogno fosse diventare lui. Ce l’aveva anche stampato sulla maglietta nera. Doveva essere certamente così. Perchè si lascia crescere i capelli biondi, anche se non sono tanto lunghi ancora. Certo il fisico non c’è. E manco a dire, sai, non c’è ma magari ci starà. Lunghi anni di esercizi, steroidi e scatolette di tonno non possono comunque salvarti dal fatto che hai l’ossatura di un lemure. Non arriverai mai ad avere il suo fisico. Non sarai mai come …

…THOR.

Seduta sul solito autobus, sto quasi per addormentarmi, per quanto sono stanca. Non vedo l’ora di tornarmene a casa. Ad un tratto, una delle meraviglie dell’Atac Roma: i personaggi. Secondo me sono attori pagati dal Comune per allietare le giornate del lavoratore capitolino. Salgono sul bus due ragazzetti che non avranno più di..tò..famo 15 anni? 16 anni? Due sviluppini, insomma. Peccato che dalla mia posizione io riesca a vedere solo uno di loro: Wannabe Thor.

Io pensavo che gli adolescenti parlassero più o meno delle stesse cose, ma Atac Roma mi fa ricredere. Una volta beccai un gruppetto di sviluppini che si insultavano in rima, ma non per cattiveria…per sfida! Erano sviluppini rap. Dicevano cose tipo: le tue rime fanno pena, peggio pe chi non te mena. Ovviamente non sono brava come loro…

Ma questi due, questi due mi hanno veramente colpito. Perchè, in un modo tutto particolare, c’era una qualche logica in quello che dicevano! Una logica terribile, per carità, che però fa capire un sacco dei maschi che attraversano quell’età in cui sono desiderabili come un’anta dell’armadio. Ascoltandoli riesci quasi a capire che disagio pazzesco devono provare. Ma anche quale sia la dimensione della sfiga che portano sulle gracili spalle!

Riporto il loro dialogo. Il dialogo tra Wannabe Thor e l’Amico un po’ più Saggio.

WT: Ma allora sta statua se po vvedè ssolo o sse po’ ppure comprà?

AS: Nonnò se po comprà…

WT: Ah allora se la compramo. Anche se io cercavo un mantello, sai, proprio come ‘r suo.

AS: Eh ma poi ala fine che cce fai?

WT: Boh, ce vai pure in giro ala fine.

AS: Eh ma mica poi annà in giro cor mantello…

WT: Ala fine che tte frega, ce sta tanta varietà…che tte frega!

AS: Beh ma è na cosa da bbambini!

WT: Ma devi sempre raggionà ccome ‘n bambino!

AS: Eh… ma la sorca poi…

Io trovo che siano due geni.

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La certezza che sei di fronte ad un capolavoro si ha sin dai titoli di testa, quando una scritta sul grande schermo ti avvisa che in questo film ad un certo punto vedrai comparire Alice Cooper. Chi non si emoziona per una cosa così, prego, non vada a vedere Dark Shadows, perchè non se lo merita. Perchè il nuovo film di Tim Burton è soprattutto incredibilmente godibile e divertente. Ma questo non è tutto.

Sembra che il buon Tim abbia messo in questo film la quintessenza dell’America. Se sapete godervela, ve lo godete, sennò restate a casa, non è cosa che possa interessarvi.

Andiamo per ordine, poi veniamo a quanta America c’è qui, dentro quest’opera sempiterna e burtoniana.

La trama. La trama è abbastanza semplice, chiara, anche già dal trailer. Barnabas Collins, un ricco imprenditore ittico dei tempi andati, non ricambia l’amore della sua scopamica, la donna meretrice. Questa si incazza. Il che sarebbe il meno, chi se ne frega? Lui decide di sposare un’altra, la donna virtuosa, l’angelo del focolare. Peccato che la meretrice sia anche una strega e gli lanci una maledizione terribile, tramutandolo in vampiro, inducendo la virtuosa al suicidio e condannando l’intera stirpe di lui all’ombra, popolandone la discendenza di mostri di vario genere. Barnabas viene sepolto vivo (o meglio, non morto) e incatenato. Per un caso fortuito, viene disseppellito nel 1972. Fa ritorno alla sua magione trovando i suoi pronipoti alla rovina economica. La capofamiglia è Elizabeth Collins, rimasta praticamente sola a reggere e sorti della progenie. Ritrova la reincarnazione dell’amata virtuosa, di nome Victoria, la nuova governante di casa Collins. Ma ritrova anche la stregaccia malefica, che nel frattempo è diventata imprenditrice ittica a spese dei Collins. Tra schermaglie varie, alla fine la stregaccia crepa e lui, nell’estremo tentativo di salvare la virtuosa dalla morte, la tramuta in vampiro, per tenerla con sè forever and ever. The End. Più o meno, i dettagli poi ve li vedete da voi.

Ma veniamo alla cosa più interessante di Dark Shadows. Una cosa che non fa che dirti cos’è l’America, ovvero una figata pazzesca.  Questo film è un inno. Un inno vero e proprio. Gli inni, per definizione, sono in musica. Questo inno in particolare è in buona, anzi, in ottima musica. Perchè Tim Burton avrebbe potuto far disseppellire Barnabas anche ai giorni nostri, ma farlo resuscitare nel 1972 gli ha permesso di utilizzare una colonna sonora spettacolare. Peccato per qualche imprecisione qua e là. Avrebbe potuto fare un po’ più di attenzione agli anni di uscita di tutte le canzoni che ha usato. Peccato. Ma va bene, lo perdoniamo perchè ha realizzato questa figata.

Insolita è innanzitutto la scelta di utilizzare il tema del vampirismo una decina d’anni prima che divenisse estremamente popolare grazie alla musica dark, patrimonio degli anni 80. Fa strano vedere vampiri aggirarsi al suono di queste note:

Veniamo a noi: in qualche modo il film racconta un po’ di storia americana. Parla di cosa vuol dire America, di cosa è l’occidente.

Tanto per cominciare, i Collins sono immigrati. Diciamo immigrati della prima ora. Si potrebbe dire che sono Wasp, anche se non si dice apertamente. Eh sì, perchè il cognome Collins è di origine britannico-irlandese. Questi arrivano nel nuovo mondo, si rimboccano le maniche, fondano addirittura una piccola città che si regge intorno alla loro attività imprenditoriale nel settore ittico: Collinsport. La gente del luogo rispetta l’imprenditoria, che porta ricchezza, lavoro e sviluppo per il territorio. Questa è l’America. O meglio, anche questa. E negli anni 70 il non morto Barnabas trova un po’ di quello che ha lasciato e un po’ del nuovo, che ai suoi tempi non esisteva ancora. Quello spirito lo trova ancora. Tanto che la prima cosa che vede appena uscito dalla bara che lo teneva prigioniero è la grande, luminosa M della catena di fast food più famosa del mondo.

La natura di imprenditore attivo e instancabile di Barnabas, si va a scontrare in modo veramente spassoso con l’atteggiamento dei figli dei fiori, con i quali si trova intorno al fuoco a ragionare sull’amore e sulla vita, prima di succhiare il sangue a tutti, con un po’ di rammarico per quelli che definisce simpatici ragazzi con tanti capelli. Non è difficile capire che Burton s’è divertito un mondo a farli succhiare dal vampiro!

Un uomo tutto d’un pezzo, che crede ancora nel ruolo dell’imprenditore come collante della società, che invita la gente al ballo nella sua magione per riposizionarsi come leader all’interno della comunità. Che paternalisticamente vuole accontentare la gente, e così invita la signora Alice Cooper, a suo dire la donna più brutta che abbia mai visto, ma che piace tanto agli invitati al ballo. Convinto del fatto che sia davvero una donna, dato il nome e la capigliatura femminea della rockstar, intima a David, suo giovanissimo pronipotino, di correre a vedere l’esibizione della signora Cooper. Meraviglia delle meraviglie:

Ancora non convinti che questo sia un film mega-americano? Sapete che automobile ha la famiglia Collins nl 1972? Una Chevrolet. Americana, ovvio. Di gran moda.

Non basta? Diamo un’occhiata al dialogo migliore del film: il colloquio di lavoro tramite il quale Elizabeth decide di assumere Victoria come governante:

Elizabeth Collins: Cosa ne pensa del Presidente?
Victoria: Mai incontrato.
Elizabeth: Della guerra?
Victoria: Non guardo la televisione.
Elizabeth: Crede nell’uguaglianza dei sessi?
Victoria: Cielo, no! Gli uomini diventerebbero ingestibili!

Vale la pena ricordare che nel 1972 il presidente era Nixon, la guerra del Vietnam era viva e vegeta e le donne rivendicavano la loro indipendenza e la loro sessualità. Un interessante parallelo con le streghe dei tempi di Barnabas Collins. Ci si potrebbe scrivere una piccola enciclopedia sul parallelo tra le femministe e le streghe. Divertitevi a immaginare.

Sai, oggi le cose non vanno proprio alla grandissima negli Stati Uniti. La casa dei Collins crolla. Un sistema che scricchiola già dagli anni 70 evidentemente. Un intero sistema crolla con la casa. Barnabas non riesce ad impedirlo. Quella che rimane a combattere, viva, mortale, donna e madre, è Elizabeth. Quando David, guardando la casa crollare, le chiede che cosa faranno adesso, lei risponde quello che l’occidente avrebbe il dovere di rispondere in questo momento, senza piangersi addosso:

Quello che abbiamo sempre fatto. Resisteremo.

Un po’ come direbbe Stefano Benni: Abbiamo sempre mangiato pane e tempesta, e passeremo anche questa.

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Buongiorno. Ho l’allergia.

Da qualche anno soffro di una lieve forma di allergia che mi va a colpire soltanto agli occhi. Molto fastidioso, devo dire. Succede che a metà nottata mi rendo conto di avere un fastidio agli occhi e mi sveglio con due pomodori pachini infilati nel cavo oculare, lacrimosi, doloranti, semichiusi. Praticamente sembro un vampiro. Il che mi rende anche piuttosto di moda al momento, specialmente tra gli adolescenti.

Ebbene, decido che devo fare qualcosa. Non posso andare in giro così.

Mi si consiglia il Rupafin, antistaminico, mi si dice, dalle doti inaspettate. Mi reco in farmacia. Chiedo la suddetta medicina. La farmacista non sembra capire cosa le chiedo. Che strana casta quella dei farmacisti. Non sanno quasi mai assolutamente un cazzo di quello che gli chiedi. Infatti la signora farmacista in questione mi chiede: con la b o con la p? Le dico: guardi, me lo hanno detto per telefono, credo sia una p…ma non posso giurarglielo. Dopo una breve ricerca trova il prodotto. Le chiedo se sa per caso se sia un antistaminico molto forte o no. Mi guarda con indifferenza, fa una smorfia con la bocca e dice: come tutti gli antistaminici. Bene, un valido aiuto, un’informazione preziosa…meglio che me lo trangugi velocemente senza fare ulteriori domande a questa collaborativa farmacista.

Ma sai, prima di trangugiare una medicina a me piace sapere cosa sto ingerendo. Che ne so, la posologia, le controindicazioni, le interazioni con altri farmaci o con cibi e bevande…insomma non vorrei sbagliare! Così do un’occhiata al foglietto nella scatolina. Una cosa che non farò mai più, perchè se stai lì a leggere ti viene un colpo. Puoi stare certo che almeno un caso di morte si è verificato, insieme a casi di malattie sconosciute e dai nomi gravissimi e inquietanti. Però rilassati, sono casi rari. E poi non prendere sta medicina se guidi un convoglio pesante o manovri macchinari in fabbrica o se devi poi recarti al karaoke, perché chi l’ha preso, nel 50% dei casi, tende a stonare.

E poi ci sono quelle interazioni assurde, che tu non ti aspetteresti mai.

Il Rupafin, ad esempio, non lo puoi assolutamente prendere insieme al succo di pompelmo. Puoi bere anche 7 litri di succo di albicocche, ma se bevi un bicchiere di succo di pompelmo, sono cazzi tuoi.

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La mattina di sabato scorso, prendo la metro a Vallcarca e scendo a Catalunya. Mi aggiro per le strade di Barna in solitaria. Sono uscita presto, tanto per uscire insieme alla mia amica che sta a Barcellona. Ebbene, niente si muove prima delle 10, meglio 10.30. Se la piano comoda i barcellonesi. Così decido di concedermi una pausa di riflessione: comprerò un buon quotidiano e mi siederò da Starbucks a prendere un caffè, tanto per ricordarmi di quanto cazzo sono profondamente occidentale.

Vado all’edicola e con scaltrezza pago un quotidiano. Entro da Starbucks e ordino un tall cappuccino. Mi siedo al tavolinetto del caffè semi deserto e…mi accorgo che ho comprato la versione del quotidiano in catalano. Ma porc…. che palle! Meno male che il catalano non è così incomprensibile. In tutto il giornale, una sola cosa era in castigliano. Una lettera al direttore. Però mi è servita.

Se volete saperne qualcosa in più….

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Ebbene sì, ogni volta che si torna da Barcellona si sta una merda per i successivi tre/quattri giorni. Poi si ripiomba talmente nella quotidianità che è praticamente come se non ci fossi mai stato. Quindi è bene fissarsi qualcosa, tanto per non dimenticare.

A Barcellona c’ero già stata anni e anni fa, con una mia carissima amica. Ebbene, chiamatela coincidenza, ma questa mia stessa amica, proprio mentre mi trovavo a Barcellona in questi giorni, ha deciso di sfornare il primo figlio. Cavolo! Lo sapevo che sarebbe nato mentre stavo in Spagna, me lo sentivo. Eravamo giovani, single e spensierate. La nostra più grande preoccupazione era l’abbronzatura, che doveva essere uniforme e doveva farci sembrare mulatte. Bei tempi.

Tuttavia Barcellona si gode pure da grandicelli.

Ve ne propongo le cose più notevoli, catturate con il mio fido BlackBerry, in attesa di postare le foto che la mia amica a Barcellona ha scattato con una fotocamera da turista fighettina, che costituiranno la seconda parte del fotoreportage from Barna.

Quello che vedete qua sotto, è un primo piano di una delle oche che si trovano nel chiostro della Cattedrale. Le oche sono in tutto 13. Pare che stiano lì per fare la guardia a Sant’Eulalia, patrona di Barna. Se bastassero 13 oche per stare al sicuro le terrei sul balcone di casa mia. Mi sono chiesta per quale motivo sono 13. Pare che Eulalia, buon’anima, abbia avuto un gran culo nella vita. Morì infatti a ben 13 anni, sottoposta a 13 tipi di torture diverse. Il che ricorda vagamente la fine del beneamato e celeberrimo Vigo, flagello della Carpazia. Se non sapete chi è, è meglio che vi documentiate, cari miei, perchè questa è cultura.

Non pensiate che le oche sono l’unica cosa interessante di Barna. In effetti, ho notato che c’è dell’altro, del molto altro. Nella foto qui sotto, noterete una persona che non sappiamo chi è tenere in mano due testi fondamentali della letteratura contemporanea, che non a caso sono stati tradotti anche in spagnolo. L’autore è italiano ed è recentemente divenuto sindaco. Questo dovrebbe riempirci tutti di orgoglio patrio. Ammirate le sue opere:

Qui di seguito potete notare un tipico balcone della zona di Vallcarca con due vessilli alleati. Non sappiamo perchè, non vogliamo saperlo. Ma è una cosa simpatica. Probabilmente segnalano che lì ci vivono due innamorati di nazionalità diverse, dal momento che non ha le sembianze di un’ambasciata. Ci piace pensare che la gente a Barcellona si innamora di chi vuole, e in effetti è così:

Ah, dimenticavo. Pensate che solo in Italia abbiamo problemini con le signorine allegre che fanno strada fino ad occupare poltrone importanti? Ebbene no. Anche in Spagna hanno di questi piccoli intoppi. Come testimonia la locandina qua sotto riportata, la questione è anche di interesse iberico:

Fortunatamente possiamo dimenticare le ingiustizie affogando l’ansia e i dispiaceri in una birretta fresca, tanquillamente gustata nel quartiere di Gracia. Pur essendo nota per collezionare bicchieri da birra dal mondo, questo non sono riuscita ad ottenerlo. Eppure è diffuso in tutta Barna. Diciamo che mi sono controllata per non venire arrestata e rischiare di non tornare sul posto di lavoro, con lo spiacevole risultato di venir licenziata:

Alla fine sono dovuta tornare. Non prima di aver lasciato una testimonianza del mio passaggio su uno di quei fogli che vengono messi nei negozi per provare le penne in vendita. Poi vengono cambiati, buttati via. Ed è un bene. Perchè lasciare tracce fisiche non va più di moda ormai:

Arrivederci alla seconda puntata. Vorrei lasciarvi con un quesito su cui riflettere. Lo poneva una lavagnetta attaccata alla parete di un grazioso baretto della Barceloneta. Mi sono interrogata a lungo sulla possibile, saggia risposta. Poi ho trovato la soluzione, ragionando a lungo con la mia amica. La soluzione mi ha portato a scattare foto delle quali mi vergogno, per le quali potrei essere ricattata e che quindi non posterò mai:

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