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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

La certezza che sei di fronte ad un capolavoro si ha sin dai titoli di testa, quando una scritta sul grande schermo ti avvisa che in questo film ad un certo punto vedrai comparire Alice Cooper. Chi non si emoziona per una cosa così, prego, non vada a vedere Dark Shadows, perchè non se lo merita. Perchè il nuovo film di Tim Burton è soprattutto incredibilmente godibile e divertente. Ma questo non è tutto.

Sembra che il buon Tim abbia messo in questo film la quintessenza dell’America. Se sapete godervela, ve lo godete, sennò restate a casa, non è cosa che possa interessarvi.

Andiamo per ordine, poi veniamo a quanta America c’è qui, dentro quest’opera sempiterna e burtoniana.

La trama. La trama è abbastanza semplice, chiara, anche già dal trailer. Barnabas Collins, un ricco imprenditore ittico dei tempi andati, non ricambia l’amore della sua scopamica, la donna meretrice. Questa si incazza. Il che sarebbe il meno, chi se ne frega? Lui decide di sposare un’altra, la donna virtuosa, l’angelo del focolare. Peccato che la meretrice sia anche una strega e gli lanci una maledizione terribile, tramutandolo in vampiro, inducendo la virtuosa al suicidio e condannando l’intera stirpe di lui all’ombra, popolandone la discendenza di mostri di vario genere. Barnabas viene sepolto vivo (o meglio, non morto) e incatenato. Per un caso fortuito, viene disseppellito nel 1972. Fa ritorno alla sua magione trovando i suoi pronipoti alla rovina economica. La capofamiglia è Elizabeth Collins, rimasta praticamente sola a reggere e sorti della progenie. Ritrova la reincarnazione dell’amata virtuosa, di nome Victoria, la nuova governante di casa Collins. Ma ritrova anche la stregaccia malefica, che nel frattempo è diventata imprenditrice ittica a spese dei Collins. Tra schermaglie varie, alla fine la stregaccia crepa e lui, nell’estremo tentativo di salvare la virtuosa dalla morte, la tramuta in vampiro, per tenerla con sè forever and ever. The End. Più o meno, i dettagli poi ve li vedete da voi.

Ma veniamo alla cosa più interessante di Dark Shadows. Una cosa che non fa che dirti cos’è l’America, ovvero una figata pazzesca.  Questo film è un inno. Un inno vero e proprio. Gli inni, per definizione, sono in musica. Questo inno in particolare è in buona, anzi, in ottima musica. Perchè Tim Burton avrebbe potuto far disseppellire Barnabas anche ai giorni nostri, ma farlo resuscitare nel 1972 gli ha permesso di utilizzare una colonna sonora spettacolare. Peccato per qualche imprecisione qua e là. Avrebbe potuto fare un po’ più di attenzione agli anni di uscita di tutte le canzoni che ha usato. Peccato. Ma va bene, lo perdoniamo perchè ha realizzato questa figata.

Insolita è innanzitutto la scelta di utilizzare il tema del vampirismo una decina d’anni prima che divenisse estremamente popolare grazie alla musica dark, patrimonio degli anni 80. Fa strano vedere vampiri aggirarsi al suono di queste note:

Veniamo a noi: in qualche modo il film racconta un po’ di storia americana. Parla di cosa vuol dire America, di cosa è l’occidente.

Tanto per cominciare, i Collins sono immigrati. Diciamo immigrati della prima ora. Si potrebbe dire che sono Wasp, anche se non si dice apertamente. Eh sì, perchè il cognome Collins è di origine britannico-irlandese. Questi arrivano nel nuovo mondo, si rimboccano le maniche, fondano addirittura una piccola città che si regge intorno alla loro attività imprenditoriale nel settore ittico: Collinsport. La gente del luogo rispetta l’imprenditoria, che porta ricchezza, lavoro e sviluppo per il territorio. Questa è l’America. O meglio, anche questa. E negli anni 70 il non morto Barnabas trova un po’ di quello che ha lasciato e un po’ del nuovo, che ai suoi tempi non esisteva ancora. Quello spirito lo trova ancora. Tanto che la prima cosa che vede appena uscito dalla bara che lo teneva prigioniero è la grande, luminosa M della catena di fast food più famosa del mondo.

La natura di imprenditore attivo e instancabile di Barnabas, si va a scontrare in modo veramente spassoso con l’atteggiamento dei figli dei fiori, con i quali si trova intorno al fuoco a ragionare sull’amore e sulla vita, prima di succhiare il sangue a tutti, con un po’ di rammarico per quelli che definisce simpatici ragazzi con tanti capelli. Non è difficile capire che Burton s’è divertito un mondo a farli succhiare dal vampiro!

Un uomo tutto d’un pezzo, che crede ancora nel ruolo dell’imprenditore come collante della società, che invita la gente al ballo nella sua magione per riposizionarsi come leader all’interno della comunità. Che paternalisticamente vuole accontentare la gente, e così invita la signora Alice Cooper, a suo dire la donna più brutta che abbia mai visto, ma che piace tanto agli invitati al ballo. Convinto del fatto che sia davvero una donna, dato il nome e la capigliatura femminea della rockstar, intima a David, suo giovanissimo pronipotino, di correre a vedere l’esibizione della signora Cooper. Meraviglia delle meraviglie:

Ancora non convinti che questo sia un film mega-americano? Sapete che automobile ha la famiglia Collins nl 1972? Una Chevrolet. Americana, ovvio. Di gran moda.

Non basta? Diamo un’occhiata al dialogo migliore del film: il colloquio di lavoro tramite il quale Elizabeth decide di assumere Victoria come governante:

Elizabeth Collins: Cosa ne pensa del Presidente?
Victoria: Mai incontrato.
Elizabeth: Della guerra?
Victoria: Non guardo la televisione.
Elizabeth: Crede nell’uguaglianza dei sessi?
Victoria: Cielo, no! Gli uomini diventerebbero ingestibili!

Vale la pena ricordare che nel 1972 il presidente era Nixon, la guerra del Vietnam era viva e vegeta e le donne rivendicavano la loro indipendenza e la loro sessualità. Un interessante parallelo con le streghe dei tempi di Barnabas Collins. Ci si potrebbe scrivere una piccola enciclopedia sul parallelo tra le femministe e le streghe. Divertitevi a immaginare.

Sai, oggi le cose non vanno proprio alla grandissima negli Stati Uniti. La casa dei Collins crolla. Un sistema che scricchiola già dagli anni 70 evidentemente. Un intero sistema crolla con la casa. Barnabas non riesce ad impedirlo. Quella che rimane a combattere, viva, mortale, donna e madre, è Elizabeth. Quando David, guardando la casa crollare, le chiede che cosa faranno adesso, lei risponde quello che l’occidente avrebbe il dovere di rispondere in questo momento, senza piangersi addosso:

Quello che abbiamo sempre fatto. Resisteremo.

Un po’ come direbbe Stefano Benni: Abbiamo sempre mangiato pane e tempesta, e passeremo anche questa.

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