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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Ci sono stati anni d’oro per Tarquinia. Però non vale, perchè erano anni d’oro proprio per l’Italia in generale. Dicono che sono quegli anni che ci hanno portato qui dove siamo adesso.

Da piccola questi anni d’oro li ho vissuti solo a metà. Ma nel mio piccolo posso ricordare almeno 20 anni di storia del litorale cornetano e altri e tanti me ne hanno raccontati.

Bisogna iniziare col dire, per chi non lo sapesse, che Tarquinia non è un paese di mare. E’ un paese molto vicino al mare. Così, con il tempo, si iniziò a costruire il Lido, per renderlo roba turistica, quando la gente iniziò a permettersi la villeggiatura, perchè la gente era più ricca di quanto non lo fosse prima. La gente iniziava ad avere la lavatrice, la macchina, la televisione…

Ora, parecchie delle case che attualmente stanno a Tarquinia Lido appartengono a viterbesi, ternani e romani. Sono le razze dominanti lì. Non tutte, intendiamoci, ma la maggior parte di queste è costata quasi una puzza. Io non ero nata, ma ho sentito tanti racconti. Dicono che le case siano state comprate dalla stessa gente che le costruiva, che dava i permessi, che approvava i piani regolatori, ecc. Beh, non che altrove funzioni diversamente! E posso credere che fino agli anni… 70 circa, e forse anche un po’ prima, Tarquinia fosse un posticino molto carino.

Gli stabilimenti erano ridotti al minimo di edificazione. Erano capannine. In Italia era tutto ancora così. Io non lo saprò mai, se non dalle vecchie cartoline che ancora vendono nelle tabaccherie. Peccato. Con il tempo sono stati cementificati, sono state costruite le cabine, sempre in cemento, che quando da piccoli si giocava a palla, capitava che se finiva lassù non scendeva più e dovevi chiamare qualcuno per farti aiutare.

Aumentava il cemento ma si riduceva la spiaggia. E lì, con la spiaggia, con il mare… hanno sempre lottato.

Il problema è che a Tarquinia sono sempre stati combattuti tra la brama di denaro e un certo odio per il turismo di massa. Hanno sempre desiderato essere famosi per il turismo culturale, perchè ci stanno le tombe etrusche. Quel lido che stava lì buttato tra il porto di Civitavecchia e la centrale nucleare di Montalto, l’hanno trattato male, ma gli è servito per fare soldi, anche se non volevano ammetterlo. Per questo organizzavano gli infausti notturni etruschi, serate in musica smaccatamente celtica, che la gente in cerca di divertimento e spensieratezza avrebbe dovuto apprezzare e preferire ad una discotechina sulla spiaggia. I villeggianti mangiano e spendono, ma sono degli zotici che non apprezzano le nostre tombe etrusche. Quindi meritano di essere schifati. Questo è sempre più o meno stato il ragionamento dei tarquiniesi.

Però negli ultimi 30 anni hanno dovuto fare qualcosa, qua e là, a stracci e bocconi, senza troppa voglia. Perchè la gente lì ancora ci andava a spendere lo stipendio. Noi, che siamo una famiglia normale, cantavamo:

Tutti al mareeee, tutti al mareeeee,
a mostrar le chiappe chiareeee,
co li pesciiiiiii
in mezz’allonneeeeee
noi s’annamo a divertìììììì….

Anche se li pesci in mezz’allonne non ce l’ho visti mai. E crescendo mi sono divertita sempre di meno.

Nel tempo il lido rishiava di scomparire, e sarebbe senza dubbio scomparso se non avessero fatto qualcosa. All’inizio mettevano i sacchi e i pali a riva, per frenare la risacca risucchiante che voleva restituire tutto a Poseidone. Sui sacchi si scivolava e davi delle culate pazzesche, e poi ti veniva un bel livido sul culo abbronzato. Anche perchè ci si formava sopra quella specie di insalatina verde. Sui pali sbattevi sempre qualche piede incauto, e il bagnino non aveva altro compito che toglierti le scheggie di legno che ti si erano conficcate tra il mignolo e l’anulare del piedino di bambina che ti ritrovavi. Ci provarono anche con tonnellate di brecciolino appuntito, che ti faceva sanguinare i piedi e dovevi entrare nell’acqua trovando il lato sicuro. Erano gli anni che compravamo quelle orribili scarpette di plastica colorata salvapiedi.

Poi vennero gli anni delle alghe perenni, e noi bambini ci giocavamo a fare il ristorante o ci decoravamo i castelli di sabbia come se fossero pennacchi e vessilli di qualche reame. Erano gli anni delle meduse nascoste tra le montagne di alghe che si depositavano a riva e i bagnini avevano un nuovo compito: ricoprirle di sabbia.

Poi venne quando i depuratori non funzionavano e uscivi dall’acqua che avevi addosso una melmetta marrone che tutti identificavano come merda.

Poi venne quando ci fu il divieto di balneazione e quando la sabbia verso la foce era trattata e faceva male.

Poi venne quando per tutta la giornata aspettavamo solo l’onda anomala, così ci movimentava le ore.

Poi ci furono gli anni delle grandi manovre. Si misero delle orrende panchine sul lungomare e qualche stabilimento faceva acquagym. Si mise un cinema all’aperto, si mise una discoteca che fallì subito, perchè dava fastidio alla gente. Se ne mise un’altra che non ebbe miglior vita. E intanto le giostre erano le stesse ogni anno, solo che furono spostate all’ingresso del lido, in zona orrore, e la mela del bruco mela fu la stessa da quando per la prima volta ci poggiai le mie chiappette di bambina, solo sempre più sbiadito ne divenne il rosso fuoco dell’inizio. E alle macchinette a scontro ogni tanto gli sbarbatelli facevano a pugni per noia.

Tra le grandi manovre anche questa:

E’ una foto che ho scattato ieri. Direte…e che è sta zozzeria? E’ una fontana. Una moderna, orrida fontana, costruita quando io ero piccola. Ricordo che qualcuno, in segno di apprezzamento, ci buttò dentro il sapone per piatti e diventò tutta schiumata. Bene, hanno fatto bene, Così imparano a costruire una cosa così orrenda coi soldi pubblici. Quello che vedete in lontananza sulla sinistra è addirittura un box di informazioni turistiche.

Tornando alla storia. Poi la risacca ebbe il sopravvento, e così per tanto, tanto tempo mandarono a lavoro le ruspe. Lavori mastodontici, ciclopici, costati non so quanto. Si costruirono porticcioli finti, piccole scogliere artificiali. Si portarono tonnellate su tonnellate di sabbia per allungare la spiaggia e permettere agli stabilimenti di mettere file di ombrelloni ad una distanza umana le une dalle altre. Combattevano la risacca.

Il primo weekend di sole e mare del giugno 2012, il Lido di Tarquinia è deserto. La risacca del mare l’hanno sconfitta, ma quella della gente no.

C’è un gran silenzio, e per me che lavoro a Roma è una benedizione, non so per gli affari…ma se ti muovi dal lido è anche peggio.

Fai una puntata a Tarquinia paese e il primo cartello che ti accoglie è quello di Coldwell Banker. Per tutta la bellissima città vecchia, con tutte le sue torri e le sue chiese rigorosamente chiuse la domenica, cartelli di vendesi, vendesi, vendesi e ancora vendesi. Coldwell Banker, Frimm e Media Re. Mai sentite prima a Tarquinia. Si stanno vendendo tutto e alla gelateria manca pure la panna montata. La gente se ne va per non tornare. E chi compra? Chi compra dove c’è bellezza, ambiente rustico, natura… ma niente lavoro, niente idee, niente mentalità imprenditoriale? Facile! I tedeschi! Gli inglesi! Gli americani! Oh, beautiful Icialia! Buongiiorno seniorina! Al belvedere ci sta un baretto aperto, tutti i vecchietti del luogo stanno all’ombra. Al sole ci stanno solo un uomo e una donna sui quaranta, bevono birre enormi, sono cotti dal sole e parlano inglese. E sul muretto del belvedere, c’è incastonata una targa di ceramica con le parole del poeta Vincenzo Cardarelli:

Qui tutto è fermo

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