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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Monthly Archives: agosto 2012

Quanto siamo disposti a sacrificare per la sicurezza? Quanta libertà siamo disposti a perdere? Quanta ne vogliamo cedere allo stato in nome del bene comune?

Le distopie dei grandi scrittori del passato paventavano un futuro terribile, nel quale il governo avrebbe installato telecamere all’interno delle nostre case per sorvegliarci costantemente.

Ma la realtà è molto più beffarda e ironica: quelle telecamere, le abbiamo comprate e installate noi stessi…

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Noi probabilmente conosciamo solo ABC 123, e forse neanche quella. In realtà i Broder Daniel in Svezia sono praticamente un’istituzione e di canzoni ne hanno scritte tante. E adesso sono anche un po’ leggenda, visto che il chitarrista, che si chiamava Anders, si è ammazzato a Stoccolma nel 2008, a soli 33 anni. Ai loro concerti i giovani si mettevano due stelline luccicanti sotto gli occhi, e queste brillavano come se ci fosse una luce che si rifletteva su due lacrime. Una cosa da ragazzi, insomma. I Broder Daniel sono stati scelti per la colonna sonora di un film che ormai ha più di 10 anni, che non so quanta gente abbia avuto il piacere di vedere. Un filmetto costato probabilmente due lire. Quando studiavo a Firenze ricordo di aver visto un volantino che diceva che lo proiettavano a queste cose culturali studentesche alle quali mi sono sempre ben guardata dal partecipare. Forse ho fatto male, perché poi alla fine il film me lo sono visto e mi è piaciuto.

Iniziamo con dire che Elin non è felice. E vabè, non è una novità. Ha 14 anni, vive in un paesino sperduto, dove tutti si conoscono, sono in pochi, hanno il destino quasi già segnato. E’ un posto dove i giovani si vestono tutti uguali, dove il massimo passatempo è fare le feste a casa dei compagni di scuola, sballarsi pur di divertirsi un po’, perché se rimani sobrio sai che palle. Obbiettivamente non è bella, ma forse nella media della sua scuola non è poi così male. Ma è la ragazza più popolare della scuola, perché a quell’età per essere popolare basta andare con tanti ragazzi. Ti dà un certo potere, le altre ragazze ti si fanno amica per non temerti. Tutti credono che Elin l’abbia data via come il merluzzo fresco, in realtà non ne ha mai avuto nessuna voglia. Sembra che le giornate non le passino mai. Qualsiasi cosa la annoia e la deprime. Non sopporta stare a casa e non sopporta uscire, non trova la sua dimensione da nessuna parte. Il che, tutto sommato, alla sua età è più che normale. Però tutte le persone che conosce sguazzano più o meno tranquillamente in quella realtà isolata, dove le mode arrivano quando altrove sono già out, dove i giovani escono in tuta da ginnastica, dove i maschi si intendono di tecnologia e le femmine di look.

Chi ha viaggiato per la Scandinavia lo sa che le case non sono certo fitte. Sa che la densità di popolazione è bassa. Sa che se vivi a Stoccolma è un conto. Stoccolma è una figata. Ma se ti allontani dai grandi centri trovi posti meravigliosi ma pieni di un grande silenzio. Alcuni direbbero che è pace. Ma la pace te la godi se ce l’hai dentro. E Elin non ce l’ha. E quella pace la sente come una prigione, come una quiete che deve necessariamente trasformare in tempesta, per avere l’impressione di sentire qualcosa, di provare qualcosa.

E la prima cosa che riesce a provare, a sentire fortemente, è l’amore. E ti pare poco! E’ la prima cotta vera, quella che non mangi, non dormi, sembra quasi che soffri! Solo che non se lo aspettava. Cioè, non si aspettava che potesse provare questo sentimento per qualcuno che …insomma che non aveva decisamente previsto.

Perché, vi spiego, ci sono due persone che sono innamorate di Elin. Uno è un ragazzo di 17 anni che si chiama Johan. E’ un bravo ragazzo, carino, buono, direi adorabile. Oddio, non è un’aquila, ma almeno non è uno sbruffone come gli altri, ed è tanto dolce, somiglia tanto al mondo di Elin, è vicino alla sua realtà. L’altra persona invece è una ragazza, che si chiama Agnes e ha 16 anni. Si è trasferita da un anno e mezzo in quel buco di culo che si chiama Amal, che si pronuncia omol,  e non si è fatta neanche un amico, un po’ perché è molto timida, un po’ perché si sente questa cosa dentro che non la fa stare a suo agio. Insomma a lei piacciono le ragazze e questo l’ha capito da un pezzo. E non è una cosa con la quale convive serenamente. E poi… le piace tanto Elin, che sembra irraggiungibile, e soprattutto non sembra interessarsi minimamente a lei.

A questo punto si capisce no? Di chi si innamorerà Elin? Troppo facile? Sì, certo, si innamora di Agnes.

Ma che ti credi? Mica è così, pam, automatico. All’inizio è tanto per…per scherzo! Le ruba un bacio per 4 corone, per scommessa. E poi torna, e la bacia per davvero, e allora non è più per scommessa.

E poi scappa, ma a questa ragazza ci pensa e ci ripensa, e ci ripensa ancora, e la cosa la preoccupa sempre di più. Così cerca di cacciare via questa cosa complicata, perché sa benissimo che le renderà la vita in salita, che le farà mettere in discussione una serie di cose che dava per scontate. E poi che vai a dire a tua mamma? E a tua sorella Jessica? E agli amici?  E a scuola? Naaah, troppo difficile, è impossibile, che Agnes si fotta. Così Elin si mette con Johan. Ci va persino a letto,  perché almeno è fatta, ha passato il confine e non si torna indietro. Eh vabè, ma quanto può durare? Dura un cazzo, perché alla fine tanto pensa sempre a Agnes, che di lei a questo punto non ne vuole più sapere, per quanto l’ha ferita.

Finché un giorno Elin raccoglie il coraggio e la convince a farsi ascoltare. E così noi siamo lì, seduti sul divano o dov’è che siamo, e assistiamo con il fiato sospeso ad un coming out un po’ particolare, non dall’arcinoto closet ma dal cesso di una scuola:

E adesso? Adesso che succede? Rivoluzione? Fuoco e fiamme? Esplosioni? No no… niente di tutto questo. Succede che Elin non si annoia più delle cose semplici, succede che capisce che sono favolose, se solo sai con chi condividerle, con chi goderne. E non deve più scappare, o sballarsi, o fuggire dalla quotidianità, perché la quotidianità è quello che desidera. Non c’è il solito bacio languido che chiude il film. C’è invece una scena…banale. Sono solo due ragazze, sedute lì, dentro casa, che bevono un bicchiere di latte al cioccolato e parlano di cose ordinarie. Fuori c’è sempre la merdosissima Amal, ma dentro ci stanno loro. E quindi è tutto diverso.

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Alcuni sciano da soli verso il Polo Nord, mentre io devo raccogliere tutto il mio coraggio per attraversare la sala di un ristorante.

Sarà pure un po’ matto, ma non è per niente scemo. Vive in Norvegia e sa perfettamente di non essere normale, di non essere come gli altri. Sa che ha vissuto per 40 anni con sua mamma, quasi esclusivamente con sua mamma. E questo l’ha reso in qualche modo diverso. Ha paura delle cose, della gente, dei luoghi, di muoversi, di fare da solo. Non prende un treno da trent’anni, non ha mai fatto la spesa e legge sempre lo stesso libro. E quando sua mamma muore, lui si nasconde in un armadio, e solo la polizia riesce a tirarlo fuori e portarlo in uno di quei posti dove tentano di reinserirti nella vita, e magari tu non ti eri neanche accorto di non starci dentro.

Si chiama Elling, e rimane per circa due anni in stanza con un omone grosso e solo, di nome Kjell Bjarne, che è fondamentalmente un enorme timido, e a 40 anni non ha mai toccato una donna, non sa di cosa parlare e ha paura di fallire in tutte le cose che fa.

Un giorno succede che il governo norvegese mette in piedi un programma di recupero. Elling e Kjell Bjarne ci rientrano. Li accompagnano a Oslo, quella magnifica città sospesa sulla costa sputacchiata della Scandinavia, e danno loro un piccolo appartamento. Se riusciranno a dimostrare di sapersela cavare da soli, l’appartamento rimarrà a loro per sempre e potranno ripartire e camminare da soli.

Non è per niente facile. Questi due lo sanno che sono strani, sanno che possono appoggiarsi solo tra di loro, sanno qual è la loro situazione, ma non riescono ad uscirne. A volte succede anche ai cosiddetti normali, no? Sai quello che sei, sai che non va bene e che dovresti cambiare qualcosa, ma non ce la fai a muoverti. Per farti staccare da terra e saltare a volte serve una botta, un trauma. Loro iniziano con piccole botte: una cena fuori, una camminata più lunga del solito, rispondere al telefono… Il contatto con il mondo li spaventa. Il contatto con gli altri li spaventa. Eppure sanno che è necessario e desiderabile, come si accorgono al Parco di Vigeland, il parco dei corpi, il parco delle persone, della vita, dell’umanità e della gente, dove rimangono incantati di fronte alla colonna umana.

Poi arriva la botta definitiva, quella che scuote tutto e che cambia tutto. Così Kjell Bjarne incontra la vicina di casa, la notte di Natale, quando la ritrova ubriaca sulle scale di casa, incinta e senza speranza, visto che il 24 dicembre è anche il suo compleanno, e lei lo sta passando incosciente stesa su una scala fredda. I due si trovano, si innamorano direi, e l’equilibrio tra lui e Elling si spezza. Noi non lo sappiamo se Elling sia davvero un poeta, ma quella notte del 24 dicembre scrive una poesia, o almeno quella che a lui sembra una poesia. Sarà pure un po’ matto, ma non è per niente scemo. Aiuta l’amico a dichiararsi alla donna.

Inforca un paio di grossi occhiali da sole, alza il bavero del trench e decide che, essendo ormai un poeta, per di più underground, è perfettamente normale partecipare a seminari di poesia. Esce di casa, da solo, per la prima volta. Va ad un seminario di poesia davvero schifoso, e lì incontra un anziano signore che si chiama Alfons Jørgensen. Elling non lo sa, ma Alfons è un poeta famoso. E’ buffo, alcuni fingono, ma tu sei pazzo per davvero, dice Alfons a Elling, che sarà pure un po’ matto, ma non è per niente scemo, e capisce che il poeta è un uomo solo e che forse l’uno ha bisogno dell’altro, come le persone hanno bisogno delle altre persone, come diceva Vigeland.

Tra Alfons, Elling, Kjell Bjarne e la sua fidanzata, inizia un’amicizia assurda e a tratti comica. Chissà cosa li lega e li tiene insieme. Forse il fatto che le loro vite sono belle incasinate, forse è perché sono soli e disperati.

Alfons vede in questi tre matti disadattati qualcosa che non vede nelle altre persone. Qualcosa di melodico, di profondamente umano e simile a se stesso.

Kjell Bjarne diventa padre, e quando riceve la notizia per telefono, al bar dive si trova con Elling, tutti festeggiano con lui una vita nuova, come nella colonna umana.

Elling trova la sua passione e inizia a infilare di nascosto le sue poesie nelle scatole di crauti che si vendono al supermercato, e la sua buffa abitudine finisce pure sul giornale. Chiude la storia dicendo tra sé, Voglio rimanere chi sono: il cocco di mamma. Quell’anonima voce delle silenziose strade della notte.

Lo sai che non stai guardando la storia di un grande amore, di una guerra vinta o di un’avventura magnifica. Stai guardando dentro la vita di un drappello di disadattati che trovano una piccola via d’uscita, eppure ti appassioni come se fosse una cosa enorme. Tifi per loro, ti affezioni, ti intenerisci e ti emozioni.

Forse perché la poesia non la trovi solo e sempre guardando le stelle, ma guardando la terra. La poesia è nei crauti, è nelle cose che non ti aspetti, in quelle più banali, nelle finestre dei palazzi che ti sembrano tutti uguali.

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L’hanno ammazzata che aveva 25 anni. Io a 25 anni studiavo e viaggiavo. Ero sufficientemente libera e moderatamente felice. Lei invece l’hanno ammazzata. Aveva pure un bel nome, si chiamava Isabella. Se adesso vai sotto casa sua, ci trovi dei figuranti, vestiti con curiosi abiti d’epoca. Due di loro si lanceranno in una rivisitazione al violino e chitarra di Back to Black di Amy Winehouse veramente molto figa. Certo che per raggiungere casa sua ti ci devi mettere d’impegno, perché è arroccata su una roccia impervia, dove paghi una Beck’s 1 misero euro, ed è pure bella fresca.

Ti fanno male le cosce se cammini verso dove viveva. E’ difficile raggiungerla adesso, figuriamoci nel 1520, l’anno in cui pare sia nata Isabella. E infatti lei si lamentava che stava sempre sola, che non poteva muoversi e che viveva segregata. Ad ammazzarla furono i fratelli, amorevoli. La uccisero perché credevano se la facesse con un poeta, che si chiamava Diego, ed era pure sposato. Si dice invece che i due intrattenessero un’amicizia epistolare. Lei amava lo studio, e che altro poteva fare, chiusa lassù? In quel castelletto arroccato sulla vecchia Favale, che oggi si chiama Valsinni, perché sotto ci passa il Sinni e la strada che percorre la zona è chiamata Sinnica. Dicevo, che altro poteva fare? La celebrano come una poetessa, ed è vero che scrisse poesie. Ne scrisse poche, in realtà, tutte molto tristi.

Il suo precettore la mise in contatto con questo Diego, la corrispondenza le teneva compagnia, le dava conforto. Quando i fratelli scoprirono la relazione, uccisero il precettore, uccisero Isabella e poi anche Diego. Brava gente, dunque.

Ma adesso Isabella è l’orgoglio di questo lembo di terra, celebrata quasi come una santa. Le hanno messo una statua all’ingresso del paese e le hanno dedicato un piccolo festival culturale, di poesia.

Il fiume che oggi si chiama Sinni, una volta si chiamava Siri. Isabella, dalla cima della sua prigione non poteva raggiungere il mare. Si aspettava che da un momento all’altro venisse il padre a salvarla, ma non venne mai. Era lontano e nel frattempo era stato ammazzato pure lui. Così, quando sentì che la sua fine era vicina e che non le rimaneva molto da respirare, scrisse una poesia al fiume Siri, un testamento. Chiese al fiume di andare veloce in riva al mare ad incontrare suo padre, qualora lui tornasse e lei fosse già morta. Gli chiese di raccontargli del dolore che lei aveva dovuto patire, delle sue lacrime che erano state così tante da ingrossare le acque del fiume stesso. Gli chiese di dire a suo padre:

M’accrebber sì, mentre fu viva,
non gli occhi no, ma i fiumi d’Isabella.

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Un puzzle, di quelli da qualche milione di pezzi. E’ il regalo che i colleghi fanno a Serge Pilardosse quando se ne va in pensione, dopo anni di onorata carriera in un mattatoio. Serge è uno che di carne se ne intende, ama il suo lavoro, che alla maggior parte della gente fa davvero schifo.

Molti vi diranno che è un film che parla della classe operaia. Non sono d’accordo. Ma certamente Mammuth è un film proprio strano, forse un po’ lento e forse neanche un’opera d’arte. Però non è un film che parla della classe operaia. Parla di gente forse un po’ lenta, esattamente come il film.

Dicevo che Serge è in pensione. Non sono stata precisa. Serge è quasi in pensione, perché ci sono alcune buste paga che mancano. Sono relative ad alcuni lavori che ha fatto in gioventù, qua e là. Sempre lavori manuali, sempre umili, senza lamentarsi, senza fare un fiato. E lui con quelle buste paga del passato ci deve fare i conti, deve mettere a posto questa cosa, altrimenti dovrà pagarsi i trimestri che gli mancano di tasca sua. Salta in sella alla sua vecchia moto, la Münch Mammuth che guidava da giovane e che non ha mai più guidato, e gira gira gira per trovare i vecchi datori di lavoro e farsi dare i documenti che attestano che ha lavorato una vita e a quella pensione ha diritto.

Serge è un signore grasso, in età avanzata, brutto e anche un po’ puzzolente. Ma tanto buono e con un dolore dentro. Con il suo passato deve fare i conti mica solo per le buste paga. Non viene mai raccontato esplicitamente, ma il suo primo amore morì in un incidente avvenuto proprio sulla Münch Mammuth insieme a lui. Era sull’orlo del suicidio, stava per ammazzarsi in un supermercato, con un coltello lungo, quando una giovane donna, Catherine, che lavorava lì dentro, lo pregò di non farlo, che stavano quasi per chiudere e per lei sarebbe stato un casino, visto che era il suo turno. La vita è una merda, ma bisogna comunque andare avanti, gli dice, probabilmente per incoraggiarlo. Così, non sappiamo come, i due finiscono per sposarsi e amarsi sinceramente e fedelmente per tutta la vita.

Quando Serge parte, tutto solo in mezzo alle strade della Francia, si capisce subito che non è un’aquila. Non ti ho dichiarato perché sei stupido, gli dice un vecchio datore di lavoro, che per riceverlo apre un vino dell’annata peggiore, l’82. Non trova quasi nessuno. Chi ha chiuso, chi non lo ha mai registrato, chi si nega…In più di un’occasione viene cacciato in malo modo perché ha la colpa tremenda di poter avere una pensione, oggi che è così difficile, oggi che è tutto sommerso, anche le speranze.

A Serge lo chiamano Mammuth, ma alla fine capisci che non è per la sua moto. Lo chiamano Mammuth perché ha un passo diverso rispetto agli altri. Le moto più nuove lo sorpassano, la vita lo sorpassa, le novità lo sorpassano. Probabilmente è sempre stato così lento, anche nel superare i dolori. Così nella vita si è sempre buttato nel lavoro per scordarsi del suo primo, perduto amore.

Per puro caso, scopre che la moto che lo porta in giro vale una piccola fortuna. Così, trovandosi senza le buste paga che gli servono, Serge la vende e si compra i trimestri mancanti. Così finalmente può andarsene in pensione e pagare qualche debito.

Fino a un po’ di tempo fa, uno di un’intelligenza non proprio brillante come Serge poteva ancora sperare di combinare qualcosa. Ma oggi… che posto c’è per i Mammuth come lui? Mica siamo tutti uguali…mica siamo tutti scienziati, laureati, pro-attivi, magri, belli, svelti, veloci… Per chi non è così, per chi è come Serge, che posto c’è oggi?

Per chi è come la sua svampita nipote, che costruisce oggetti inquietanti con le bambole e i pupazzi, che posto c’è oggi? Semplicemente, non c’è posto. La nipote, degna componente della famiglia Pilardosse, non riesce a superare i colloqui per i lavori più semplici. Non ci arriva. Ha il padre che si è fatto seppellire in giardino, perché voleva che la figlia percepisse almeno la sua pensione. E quella stramba ragazza in una pensione non può proprio sperarci.

Serge invece la speranza ce l’ha ancora. Sarà pure vecchio e lento come un Mammuth, ma c’è ancora vita davanti, c’è ancora sua moglie e il loro amore e tempo libero, senza lavorare, finalmente, dopo tanta fatica. Anche perché, senza l’amore, dove cazzo vai?

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In pratica, alla fine Google ha dovuto in parte cedere alle richieste dell’industria discografica, che già da tempo spingeva perché gli utenti del motore di ricerca più famoso del mondo non potessero accedere facilmente ai siti contenenti materiale protetto dal diritto d’autore.

Google terrà conto di un nuovo valore per stabilire l’ordine dei risultati di ogni ricerca. Si tratta del numero di segnalazioni di violazione di copyright che uno specifico sito avrà ricevuto fino a quel momento. Più segnalazioni il sito avrà ricevuto, più basso risulterà nei risultati ottenuti dalla ricerca.

Rimane oscuro il criterio con il quale le stesse segnalazioni avvengono. L’algoritmo ideato dagli ingegneri informatici del motore di ricerca è strutturato in modo che ad un maggior numero di segnalazioni corrisponda una posizione più bassa nel ranking dei risultati. Ma questo succede a prescindere dall’effettivo contenuto delle pagine web. Ciò significa che potrebbe accadere che siti web dal contenuto perfettamente legittimo ricevano molte segnalazioni e vengano degradati al pari di siti che violano effettivamente il copyright…

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Ci sono quelli che, ogni volta che parli di qualcosa che hai visto in televisione, ti guardano come se fossi lo spettatore medio di Uomini e Donne o dei talk show che ospitano i politici. Ti guardano così e poi dicono: Mah, sai, io non guardo mai la televisione. Bene, sciuri e sciure, io la televisione non ce l’ho. Pertanto sono diventata una di quelle persone odiose che dicono che non guardano la televisione. Con la differenza che io mi cruccio molto per questa mancanza. Però me la procuro in altro modo. Guardo i film su internet oppure cerco lo streaming della Rai. In effetti, ho scoperto da poco lo streaming della Rai. Lo utilizzo da quando ci sono stati gli europei di calcio. Ma negli ultimi giorni ho utilizzato un servizio che ritengo fantastico.

Infatti la Rai ti permette di guardare in streaming anche le fiction vecchie o meno vecchie. E così ho approfittato di qualche serata per vedermene una che mi era rimasta proprio qui. Io non sono una consumatrice di fiction, ma quando avevo ancora la televisione mi capitò di vedere qualche spezzone di questa in particolare e ne rimasi molto incuriosita. Sentivo che era una figata ma poi non ho avuto più modo di vederne le puntate per intero.

Sto parlando di Una Grande Famiglia. Non mi interessa sapere quanto share ha avuto, perchè secondo me meritava comunque di più di qualsiasi share abbia registrato. Mi sento di consigliarla assolutamente. E vorrei descrivere brevemente quello che di questa fiction mi ha colpito più di ogni altra cosa.

Una Grande Famiglia parla proprio di questo, cioè di una grande famiglia. Di solito, per tradizione e per stereotipo, siamo abituati a pensare che la famiglia grossa, affollata, chiassosa, piena di figli, nipoti e nuore dappertutto, sia una roba del sud, una cosa terrona. Invece no, questa è una grande famiglia del nord. Grande un po’ in tutti i sensi. Si chiamano Rengoni e sono imprenditori da quattro generazioni. Il loro cognome è una garanzia di serietà, rispetto, lavoro. Sono brava gente. Eleonora ed Ernesto hanno fatto 5 figli, che a loro volta hanno le loro vite, i loro casini, i loro segreti e i loro pregi e difetti. Ad un certo punto, succede che Ernesto non sta bene e passa il testimone al figlio maggiore, Edoardo. Noi non sappiamo perchè, ma Edoardo ad un certo punto scompare, forse muore, insomma non c’è più. Si capisce che è tutta una cosa incasinatissima, legata a problemi apparentemente economici nei quali versa la fabbrica di mobili Rengoni.

Questa scomparsa mette insieme tutta la famiglia, che gravita intorno ad una bellissima villa in un’altrettanto bellissima tenuta verdeggiante. E qui ne succedono di tutti i colori. Ma soprattutto, la famiglia gravita intorno a Eleonora, la nonna, la mamma, la moglie. E anche la dimostrazione che la Sandrelli, in tanti anni, ha pure imparato a recitare.

La trama è avvincente, lo ammetto. E tanto per dire, Edoardo non è morto davvero, ma per scoprire che fine ha fatto e perchè ha messo in scena la sua morte bisogna aspettare la seconda stagione.

Però la trama non è la cosa che mi ha colpito di più, non è questo che voglio dire. Quello che di importante c’è in questa fiction è il contorno, l’ambientazione, il messaggio. A me ha dato speranza.

Mi ha fatto pensare, forse scioccamente, che esiste ancora un’Italia di imprenditori seri, ai quali non frega un cazzo di andare al Billionaire o farsi le fighette della televisione, e i cui nonni avevano iniziato con uno  due aiutanti e che ora sono grandi e grossi. Esiste un’Italia ancora verde, di campagna, di natura e paesaggi bellissimi, che non vale assolutamente la pena rovinare. Esiste un’Italia di gente che dà lavoro ad altra gente, e non solo a gente italiana, e se la fabbrica è in pericolo, piuttosto che licenziare, si ipoteca la casa, litiga con la moglie, rischia l’infarto. Questa Italia fa a cazzotti con le banche, con il costo del lavoro, con la concorrenza estera di bassa qualità. E’ un’Italia convinta che il made in Italy debba essere fatto in Italia, per dare lavoro a gente che sta qui, italiani o stranieri che siano.

I Rengoni sono ricchi senza essere spocchiosi, sono uniti senza essere morbosi, sono orgogliosamente italiani senza essere sciovinisti, hanno fede senza essere bigotti. Ed era ora che una famiglia di piezz’e core venisse rappresentata anche al nord.

Oh intendiamoci, non è che sono santi! Solo che sono una famiglia unita, che ai propri figli e parenti perdona tutto. Tradimenti, cose che si nascondono, deviazioni di percorso non programmate. La figlia più giovane dei Rengoni se la fa con il professore, poi smette. Ma nessuno si sogna di giudicarla. Il nipote più grande è gay, non è facile ammetterlo ma neanche la madre timorata di Dio di sogna di giudicarlo. La nuora tanto odiata, moglie dello scomparso Edoardo, prima se la faceva con il figlio mediano, Raoul. E tanto per la cronaca… se la fa ancora con lui, la vedova allegra. Il figlio più piccolo ha guidato in stato di alterazione ammazzando il suo migliore amico. Non che sia una storia facile, ma nessuno si sogna di giudicarlo, semmai di proteggerlo.

I Rengoni sono tradizionalisti nel senso più attualmente necessario del termine. Perchè oggi, nel 2012, non ha senso esserlo in nessun altra veste.

I Rengoni sono conservatori liberali. Se un Rengoni si candidasse, io lo voterei.

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