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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

L’hanno ammazzata che aveva 25 anni. Io a 25 anni studiavo e viaggiavo. Ero sufficientemente libera e moderatamente felice. Lei invece l’hanno ammazzata. Aveva pure un bel nome, si chiamava Isabella. Se adesso vai sotto casa sua, ci trovi dei figuranti, vestiti con curiosi abiti d’epoca. Due di loro si lanceranno in una rivisitazione al violino e chitarra di Back to Black di Amy Winehouse veramente molto figa. Certo che per raggiungere casa sua ti ci devi mettere d’impegno, perché è arroccata su una roccia impervia, dove paghi una Beck’s 1 misero euro, ed è pure bella fresca.

Ti fanno male le cosce se cammini verso dove viveva. E’ difficile raggiungerla adesso, figuriamoci nel 1520, l’anno in cui pare sia nata Isabella. E infatti lei si lamentava che stava sempre sola, che non poteva muoversi e che viveva segregata. Ad ammazzarla furono i fratelli, amorevoli. La uccisero perché credevano se la facesse con un poeta, che si chiamava Diego, ed era pure sposato. Si dice invece che i due intrattenessero un’amicizia epistolare. Lei amava lo studio, e che altro poteva fare, chiusa lassù? In quel castelletto arroccato sulla vecchia Favale, che oggi si chiama Valsinni, perché sotto ci passa il Sinni e la strada che percorre la zona è chiamata Sinnica. Dicevo, che altro poteva fare? La celebrano come una poetessa, ed è vero che scrisse poesie. Ne scrisse poche, in realtà, tutte molto tristi.

Il suo precettore la mise in contatto con questo Diego, la corrispondenza le teneva compagnia, le dava conforto. Quando i fratelli scoprirono la relazione, uccisero il precettore, uccisero Isabella e poi anche Diego. Brava gente, dunque.

Ma adesso Isabella è l’orgoglio di questo lembo di terra, celebrata quasi come una santa. Le hanno messo una statua all’ingresso del paese e le hanno dedicato un piccolo festival culturale, di poesia.

Il fiume che oggi si chiama Sinni, una volta si chiamava Siri. Isabella, dalla cima della sua prigione non poteva raggiungere il mare. Si aspettava che da un momento all’altro venisse il padre a salvarla, ma non venne mai. Era lontano e nel frattempo era stato ammazzato pure lui. Così, quando sentì che la sua fine era vicina e che non le rimaneva molto da respirare, scrisse una poesia al fiume Siri, un testamento. Chiese al fiume di andare veloce in riva al mare ad incontrare suo padre, qualora lui tornasse e lei fosse già morta. Gli chiese di raccontargli del dolore che lei aveva dovuto patire, delle sue lacrime che erano state così tante da ingrossare le acque del fiume stesso. Gli chiese di dire a suo padre:

M’accrebber sì, mentre fu viva,
non gli occhi no, ma i fiumi d’Isabella.

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