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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Alcuni sciano da soli verso il Polo Nord, mentre io devo raccogliere tutto il mio coraggio per attraversare la sala di un ristorante.

Sarà pure un po’ matto, ma non è per niente scemo. Vive in Norvegia e sa perfettamente di non essere normale, di non essere come gli altri. Sa che ha vissuto per 40 anni con sua mamma, quasi esclusivamente con sua mamma. E questo l’ha reso in qualche modo diverso. Ha paura delle cose, della gente, dei luoghi, di muoversi, di fare da solo. Non prende un treno da trent’anni, non ha mai fatto la spesa e legge sempre lo stesso libro. E quando sua mamma muore, lui si nasconde in un armadio, e solo la polizia riesce a tirarlo fuori e portarlo in uno di quei posti dove tentano di reinserirti nella vita, e magari tu non ti eri neanche accorto di non starci dentro.

Si chiama Elling, e rimane per circa due anni in stanza con un omone grosso e solo, di nome Kjell Bjarne, che è fondamentalmente un enorme timido, e a 40 anni non ha mai toccato una donna, non sa di cosa parlare e ha paura di fallire in tutte le cose che fa.

Un giorno succede che il governo norvegese mette in piedi un programma di recupero. Elling e Kjell Bjarne ci rientrano. Li accompagnano a Oslo, quella magnifica città sospesa sulla costa sputacchiata della Scandinavia, e danno loro un piccolo appartamento. Se riusciranno a dimostrare di sapersela cavare da soli, l’appartamento rimarrà a loro per sempre e potranno ripartire e camminare da soli.

Non è per niente facile. Questi due lo sanno che sono strani, sanno che possono appoggiarsi solo tra di loro, sanno qual è la loro situazione, ma non riescono ad uscirne. A volte succede anche ai cosiddetti normali, no? Sai quello che sei, sai che non va bene e che dovresti cambiare qualcosa, ma non ce la fai a muoverti. Per farti staccare da terra e saltare a volte serve una botta, un trauma. Loro iniziano con piccole botte: una cena fuori, una camminata più lunga del solito, rispondere al telefono… Il contatto con il mondo li spaventa. Il contatto con gli altri li spaventa. Eppure sanno che è necessario e desiderabile, come si accorgono al Parco di Vigeland, il parco dei corpi, il parco delle persone, della vita, dell’umanità e della gente, dove rimangono incantati di fronte alla colonna umana.

Poi arriva la botta definitiva, quella che scuote tutto e che cambia tutto. Così Kjell Bjarne incontra la vicina di casa, la notte di Natale, quando la ritrova ubriaca sulle scale di casa, incinta e senza speranza, visto che il 24 dicembre è anche il suo compleanno, e lei lo sta passando incosciente stesa su una scala fredda. I due si trovano, si innamorano direi, e l’equilibrio tra lui e Elling si spezza. Noi non lo sappiamo se Elling sia davvero un poeta, ma quella notte del 24 dicembre scrive una poesia, o almeno quella che a lui sembra una poesia. Sarà pure un po’ matto, ma non è per niente scemo. Aiuta l’amico a dichiararsi alla donna.

Inforca un paio di grossi occhiali da sole, alza il bavero del trench e decide che, essendo ormai un poeta, per di più underground, è perfettamente normale partecipare a seminari di poesia. Esce di casa, da solo, per la prima volta. Va ad un seminario di poesia davvero schifoso, e lì incontra un anziano signore che si chiama Alfons Jørgensen. Elling non lo sa, ma Alfons è un poeta famoso. E’ buffo, alcuni fingono, ma tu sei pazzo per davvero, dice Alfons a Elling, che sarà pure un po’ matto, ma non è per niente scemo, e capisce che il poeta è un uomo solo e che forse l’uno ha bisogno dell’altro, come le persone hanno bisogno delle altre persone, come diceva Vigeland.

Tra Alfons, Elling, Kjell Bjarne e la sua fidanzata, inizia un’amicizia assurda e a tratti comica. Chissà cosa li lega e li tiene insieme. Forse il fatto che le loro vite sono belle incasinate, forse è perché sono soli e disperati.

Alfons vede in questi tre matti disadattati qualcosa che non vede nelle altre persone. Qualcosa di melodico, di profondamente umano e simile a se stesso.

Kjell Bjarne diventa padre, e quando riceve la notizia per telefono, al bar dive si trova con Elling, tutti festeggiano con lui una vita nuova, come nella colonna umana.

Elling trova la sua passione e inizia a infilare di nascosto le sue poesie nelle scatole di crauti che si vendono al supermercato, e la sua buffa abitudine finisce pure sul giornale. Chiude la storia dicendo tra sé, Voglio rimanere chi sono: il cocco di mamma. Quell’anonima voce delle silenziose strade della notte.

Lo sai che non stai guardando la storia di un grande amore, di una guerra vinta o di un’avventura magnifica. Stai guardando dentro la vita di un drappello di disadattati che trovano una piccola via d’uscita, eppure ti appassioni come se fosse una cosa enorme. Tifi per loro, ti affezioni, ti intenerisci e ti emozioni.

Forse perché la poesia non la trovi solo e sempre guardando le stelle, ma guardando la terra. La poesia è nei crauti, è nelle cose che non ti aspetti, in quelle più banali, nelle finestre dei palazzi che ti sembrano tutti uguali.

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