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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Monthly Archives: ottobre 2012

Ritaglio un attimo di tempo, visto che oggi a Salamanca c’è un tempo di merda. Volevo dirvi che a Salamanca ho imparato che i vampiri non succhiano volentieri sangue umano perchè per loro è molto grasso. E che la Paltrow parla un ottimo spagnolo.

Sì, sì sono a Salamanca, piccola città universitaria, dove la cosa più famosa sono prosciutti e salami, e dove gli affettati più costosi sono quelli ricavati da un maiale di colore nero, piuttosto minaccioso da vivo, piuttosto gustoso da morto.

Non sono nuova in terra spagnola, ma ogni volta non mi capacito delle abitudini alimentari di questo popolo. Questa cosa di mangiare a tutte le ore ha sconvolto la mia naturale regolarità in un modo che manderebbe in bestia la Marcuzzi. Pranzo alle tre, ed il pranzo è ameno il quarto pasto della giornata. Ceno alle dieci come minimo, e lì perdi il conto di quello che hai mangiato prima. Ieri mi sono trovata alle otto di sera, orario in cui io solitamente guardo SkyTg24 comodamente seduta in cucina, a sorseggiare un tè americano (cosa a me sconosciuta prima di ieri) e a mordicchiare un cookie al cioccolato bianco.

Insomma, se non vado via subito è la fine.

Come al solito io finisco per parlare di cibo, ma in realtà volevo parlare di un’altra cosa, del fatto dei vampiri e dei pop corn. E conseguentemente del fatto che qui andare al cinema costa molto meno che in Italia.

A me piace molto andare al cinema, e quindi appena si è presentata l’occasione sono andata a vedere Hotel Transylvania, che consiglio a tutti, perchè è bellissimo e fa un sacco ridere. Parla di una giovane vampira, la figlia di Dracula, la quale vive nascosta dal mondo perchè il padre (appunto, Dracula) ha timore che gli umani le facciano del male. Ma quando lei si innamora di un umano ovviamente tutto cambia. Peccato per il fatto, non trascurabile, che l’umano è mortale. Ma non stiamo a sottilizzare, il regista sembra non averci dato troppo peso.

Comunque, buone notizie da Salamanca: i vampiri non succhiano sangue umano, il cinema costa quanto costerebbe da noi il giorno che c’è lo sconto e i pop corn costano molto meno che da noi.

Che altro?

Ah già, la Paltrow…cazzo che bello spagnolo che ha!

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Oggi vorrei parlare di una patologia che colpisce molte persone. La sindrome dello sfogo genericamente specifico.

Tutti noi conosciamo almeno una persona che ne è affetta. Conoscere questa gente può rappresentare una piaga nella nostra vita. Ma sarò più precisa.

Quante volte ci è capitato di aprire Facebook e leggere uno status di qualche nostro amico che scrive quelle frasi che tu capisci bene che sono ovviamente indirizzate a qualcuno, ma che in realtà non riportano alcun destinatario? Cose del tipo: esci dalla mia vita Oppure: se te pio te corco de botte O anche: certa gente non sa cos’è la dignità, chi vuole capire capisca.

Solitamente questi status sono contornati da puntini di sospensione, come a dire che c’è qualcosa in più che vorrei esprimere ma, boccaccia mia, taci che è meglio, famme sta zitto. E solitamente una piccola parte degli utenti capisce perchè è direttamente o indirettamente coinvolta, mentre gli altri non capiscono.

Ogni volta mi rendo conto che non sono compresa nel discorso e quindi meglio farmi i cazzi miei. Ma mi chiedo, che cosa lo scrivono a fare se magari il vero destinatario manco lo legge? O forse questi soggetti patologici non hanno coraggio per dire qualcosa direttamente a qualcuno e così lanciano un messaggio genericamente specifico. Alcuni si rivolgono a persone che neanche hanno fra i contatti. In questo modo cercano un facile sostegno psicologico per raccontarsi che l’hanno superata, che hanno l’appoggio della cricca, che sono forti e che non la mandano certo a dire!

Allora io proporrei una cosa molto semplice: parlate chiaro o non parlate per niente. Altrimenti uno è tentato di commentare il vostro status e scrivere: ciao, a chi ti riferisci? Oppure: con chi sei arrabbiato? Oppure: e ar popolo..?

Per venirvi incontro, vorrei darvi dei piccoli suggerimenti, con degli esempi pratici.

Tipo, non limitatevi a scrivere una cosa del genere: tu non me la fai a me, brutta stronza!

Scrivete chiaramente: allora, c’è una che insidia il mio fidanzato e voglio che tutti sappiate che se la becco stacco il tergicristalli della sua ridicola utilitaria e faccio della sua inutile persona un girarrosto. Secondo voi è una buona idea?

Ooooh! Non è molto più chiaro? Così almeno possiamo tutti partecipare alla discussione, no? Eventualmente possiamo taggare la troia in questione, qualore fosse tra i nostri contatti.

Oppure, evitate di scrivere cose tipo: non vali la metà del tempo che ti dedico! No, così non va. Andiamo dritti al punto. Così: La ragazza tal de tali, con la quale esco da circa un mese, si è rivelata una MSA (mega stronzetta allucinante). Mi sono sentito usato e per giunta manco me l’ha data. E’ ora che se ne vada affanculo, o no? Anche qui vale il tag di cui sopra.

Non vi pare più sensato? I social network non sono diari privati. Se scrivi una cosa la leggono tutti, e tutti pensano giustamente di essere autorizzati ad intervenire. Almeno dategliene la possibilità! Siate chiari, siate inclusivi. Divertiamoci insieme a smerdare la gente!

L’unica voce autorevole per sapere cosa pensa davvero la gente delle primarie del Pdl, è la Contessa.

Andiamo per ordine. Innanzitutto pare che la Contessa abbia apprezzato che Berlusconi abbia deciso di non ripresentarsi.

Oggi Stefania Craxi ha detto che si voleva candidare pure lei. La Contessa non la voterebbe. Anzi, ha accolto la notizia con una certa ilarità.

Su Oscar Giannino, la Contessa commenta: per carità, Giannino no!

Per inciso, la Contessa apprezza il fatto che non mandino più la Gelmini a chiacchierare in tv.

Riguardo a Daniela Santanchè, la Contessa è piuttosto critica, e non ha usato termini delicati, ma apprezza il fatto che sia litighina e che non l’azzitti.

In sostanza, la Contessa voterebbe Alfano, ma solo nel caso in cui non si presentasse Giorgia Meloni, riguardo alla quale pensa che se deve fa vvedè ddi ppiù, sennò la ggente no la conosce.

Ah, all’inizio credeva che Obama non potesse rivincere. Poi ha visto che lo sfidante era Romney, e adesso non è più tanto sicura.

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CONTESSA: Me piace la Mara Venier.

IO: A me mme pare na maiala.

CONTESSA: Fa bbene. Le caste susanne no le vole ppiù nessuno!

IO: …le caste susanne?

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E’ la nuova parola della giornata. Uno che è choosy è sostanzialmente uno che sceglie, ma non semplicemente perché gli piace. Diciamo che è uno che si può permettere di scegliere. Uno che è un po’… come dire…pretenzioso, con una certa puzza sotto il naso, uno che si poterebbe definire… schizzinoso ecco! E’ una bella parola, molto posh, che suona molto fighetta, e credo che d’ora in poi mi definirò spesso choosy, se non altro per mettere in difficoltà il mio interlocutore.

La parola choosy esiste, non da ieri. Ma da ieri, grazie al ministro Fornero, lo sappiamo tutti. Su Twitter sono tutti entusiasti della nuova parola. Ovviamente c’è chi denigra il ministro e chi invece dice che tutto sommato ha ragione, che ‘sti giovani senza lavoro hanno rotto le palle. Andassero un po’ a lavorare!

Ora, uno inizialmente sarebbe portato a dire che Fornero è una stronza. Un po’ come successe quando tutti i giovani d’Italia si sentirono chiamare bamboccioni. Opinioni personali che non sto qui a sindacare. Quello che a me colpisce, a freddo, è questa sicurezza, questa certezza assoluta di saperne un monte dei giovani, che denota francamente poca umiltà da parte dei ‘vecchi’,  senza offesa. Perché ‘vecchio’ non è un insulto. Essere vecchi è una cosa bella, vuol dire che hai tanta esperienza alle spalle e hai imparato un sacco di barzellette, basta che te le ricordi ed è fatta, diventi pure un simpatico vecchio.

Che tanti giovani non lavorino è un fatto. Che tanti invece servano panini al Burger King, è un fatto altrettanto evidente. Che tanti lavorino a contratto a progetto senza nessun diritto o quasi, e dopo un po’ tornino agli annunci di lavoro per trovare un altro impiego, è un altro fatto. Io stento a chiamare choosy un ragazzo che magari è al terzo contratto a progetto a 400 euro al mese. Riesco ad ammettere che debba essersi un po’ rotto le palle.

Poi è anche un fatto che ce ne siano tanti che invece sono dei pigri pupponi scaccoloni cacasotto puzzapiedi farlocchi fallacciani che pensano solo a fumare, bere e fare benzina coi soldi di papà (mentre fumano, così è più pericoloso).

Cosa può fare un membro del governo? Cosa può fare la politica? E’ inutile che qualcuno ci ripeta quello che già sappiamo.

Se davvero il lavoro tutto sommato c’è, cercando cercando basta accontentarsi un po’, e in fondo il vero problema è piuttosto la puzza sotto il naso, allora c’è qualcosa di strano, e ben più grave di una banale crisi economica mondiale. Quello che tutti abbiamo il dovere morale di chiedere a noi stessi è: come mai produciamo questa gioventù? Cosa abbiamo sbagliato? Come possiamo recuperare? Come possiamo evitare che vengano fuori giovani con la puzza sotto il naso come me e mio fratello, che notoriamente siamo dei radical chic fannulloni e puzzoni?

Mi rimane un dubbio: ma Fornero… esattamente … Cosa avrà voluto dire?

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Della scuola non è mai fregato niente a nessuno. Ma non solo ai politici. Almeno da quando sono nata io. Almeno da quando io conservo memoria.

Abbiamo avuto una serie di ministri della pubblica istruzione da far accapponare la pelle. Ricordo solo, tanto per gradire, la Iervolino. Una dei miei preferiti. E poi l’ultimo arrivato, che non ho ancora capito cosa vuole fare della scuola, e forse è meglio.

Perché cosa si deve fare della scuola non l’ha capito nessuno. Fondamentalmente perché nessuno ci pensa seriamente, non sono preparati.

Continuiamo a sfornare diplomati che mettono l’apostrofo tra l’articolo indeterminativo maschile singolare e un sostantivo maschile singolare. Gente che si presenta così all’università, e all’università gli danno la laurea e poi quell’ignorante pretende un lavoro da laureato, alla sua altezza. Vagli a dire che non ne ha diritto, provaci. E’ inutile.

Continuiamo a lasciare che gli insegnanti facciano anche gli assistenti sociali e gli psicologi, per supplire al ruolo latitante delle famiglie, il cui tempo è tutto risucchiato dal lavoro e da altre cazzate meno importanti della famiglia.

Continuiamo generalmente (tranne i casi in cui l’autonomia scolastica ha deciso diversamente) ad avere la settimana lunga, cosa assurda e ormai obsoleta, smaccatamente disallineata con gli orari degli uffici pubblici, che crea un sacco di problemi ai ragazzi, ai genitori dei ragazzi, alle strutture ricettive (che farebbero bei soldi se la gente facesse più weekend fuori porta), ai negozi (che il sabato farebbero molti più soldi), e che fa litigare i professori tra loro per chi deve accaparrarsi il giorno libero migliore. Le guerre dei poveri. Ricordo che una volta la Gelmini osò dire che la settimana corta avrebbe fatto bene alle strutture ricettive. Se la mangiarono viva. Eppure è stata una delle poche cose sensate che ho sentito uscire dalla bocca di un ministro dell’istruzione.

Continuiamo ad offrire scuole fatiscenti e non attrezzate a quegli stessi ragazzi che vorremmo tutti imprenditori di start-up. Così arriva il genio del ministro Profumo, che dice che darà un tablet a tutti gli studenti. Forse non ha idea di quanto ne costi anche solo uno. Infatti poi si rende conto della cazzata e ridimensiona. Gente fuori dalla realtà. Gente senza idee.

Continuiamo a permettere che i libri cambino edizione ogni anno, facendo spendere alle famiglie centinaia di euro per comprare edizioni che l’anno dopo spesso neanche possono rivendersi come usati per rifarsi di qualche decina di euro. Sciacalli senza dignità.

Continuamo a pagare insegnanti che fanno un’ora a settimana di religione, che ormai anche i sanpietrini si sono stufati, e che fatta così com’è è inutile e insignificante.

Però ci riempiamo gli eserciziari di latino e greco, perchè non si sa mai che nella vita ti viene voglia di fare una versione. E poi arrivi a 20 anni e non sai cos’è l’Iva o l’Irpef.

 E andiamo avanti così. Perché tanto gli italiani in qualche modo se la cavano, come hanno fatto sempre.

Non c’è un solo politico che sappia qualcosa di scuola. Nessuno che abbia un’idea su come migliorarla. A turno, ogni tanto, c’è chi dice che il problema è che gli insegnanti sono tutti comunisti (premetto che personalmente ho avuto insegnanti di tutti gli schieramenti). Oppure arriva quell’altro che dice che la scuola deve rimanere pubblica e i privati devono starne fuori, che il problema è tutto lì. Qualche cervello se ne esce che la soluzione sono le pagelle agli insegnanti. Qualcuno dice che bisogna fare educazione sessuale e che sarebbe bene mettere i distributori di preservativi a scuola. Nessuno si discosta mai da questi binari di cazzate stantie. Che ci tocca sentire… poveri noi.

E non mi è ancora giunta nuova di politico che abbia alzato la voce contro il nuovo Concorso per la scuola. Il bando non può averlo scritto uno che se ne intende e che vuole il bene della scuola. Deve averlo scritto qualcuno che dalle malefiche conseguenze del bando ricaverà una lauta percentuale in danaro.

A me sembra che gli unici che alla fine ci avranno guadagnato un fracco di soldi saranno quegli stessi sindacati che ora lo contestano. Capirai! Non vedevano l’ora che uscisse un bando così sballato per poter piantare i ricorsi. Per fare ricorso e sperare nel posto fisso, puoi fare in due modi. Puoi fare da solo, e cioè arrangiarti, compilare ulteriori scartoffie e trovare i giusti uffici ai quali consegnarle, oppure puoi partecipare ad un ricorso tramite un sindacato. Basta versare la quota di partecipazione, facile no? Ovviamente prima ti devi iscrivere. Iscriviti e paga la quota di partecipazione al ricorso, che si aggira solitamente non al di sotto dei 100 euro. In pratica, spenderai qualche centinaio di euro solo per ricorrere. Così, mentre c’è chi ha compilato la domanda seduto alla scrivania di casa, tu devi passare attraverso una sere di trafile burocratiche e rimetterci anche dei soldi.

Senza contare i ciarlatani che ti vendono i libri con i test, i compendi, i riassunti, le simulazioni…

Un giro di milioni di euro.

Oltre il danno la beffa. Tu che sei rimasto fuori che fai? Oh, qui si parla di lavoro, mica di pizza e fichi! Come direbbe Maccio Capatonda: e se poi te ne penti?  E quindi giù, versi la quota, compri i test, fai il possibile.

E nel frattempo alla scuola chi ci pensa? Nessun partito parla di scuola, a nessuno frega niente.

I nostri media non parlano di scuola. In Gran Bretagna il Telegraph ha una sezione dedicata alla scuola, mentre i nostri giornali non se la filano di striscio.

La nostra politica non parla di scuola. Provate a chiedere se qualcuno ha un piano infallibile per fare un sistema d’istruzione di eccellenza, e vedrete cosa ne uscirà fuori. E’ un tema che non vale la pena affrontare. Non paga. E’ vuoto a perdere, uno spigolo dove sbatti sempre lo stesso stinco.

La scuola è lasciata a se stessa da decenni. E’ roba buona per contestare o tirare qualche sasso, senza saperne il motivo. Roba buona per riempirsi la bocca quando un nostro laureato inventa o scopre la figata del decennio, ovviamente al di fuori dei confini nazionali, dando un contributo alla nostra economia pari a uno zero cagato.

Da noi è l’ultimo dei punti presi in considerazione.

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Come spesso accade, mi sono fidata della mia amica, la Prof. e anche di una sua amica. Proponevano di andare a questo noto locale di Roma, che non citerò perchè sono una signora, dirò solo che è un caffè letterario, di fatto, di nome…chissà! Un luogo che mi suonava tipicamente radical chic. Ormai basta che in un normalissimo locale metti qualche libro e sei subito in un posto dove si fa cultura. E visto che ormai tutti mi danno della radical chic, ho pensato che sì, forse dovevo andare, per vedere se è vero che sono così. E no, posso confermare che non sono così.

Premettiamo che il giovedì sera, in questo posto si fa il karaoke. Ovviamente non lo sapevamo, altrimenti saremmo piuttosto andate a prostituirci sulla Salaria. Ma va bene, noi siamo donne di mondo, e questo è certamente un karaoke carino.

Al nostro ingresso scopriamo che i tavoli dietro al bancone centrale sono tutti riservati e ci chiediamo perchè. Alla fine ci sediamo in uno molto centrale, accanto al palco. Nessuno ci porta un menù, nessuno ci porta niente, nessuno pulisce il tavolo. La Prof. si alza e prende tre menù, appiccicosi come un vasetto di miele. Saranno pure radical ma non sono chic manco per il cazzo! Penso io, che ho ancora il concetto che chi apre un locale deve avere la cultura dell’accoglienza.

Staccando le pagine le une dalle altre, scopriamo che, come spesso accade in questi posti pseudoculturali, la roba costa come o più che da altre parti. Sentendoci un po’ a disagio, e decise a rimanere non più di 20 minuti, scegliamo di ordinare 3 tè, come le brave signorine che non bevono. Costo di un tè: 4 euro. Me cojoni!

Quando la Prof. chiede 3 tè, la guardano come se avesse chiesto se fosse possibile mettere una canzone dei Ragazzi Italiani. I due increduli camerieri si guardano scioccati e cercano di scaricarsi addosso l’onere di far bollire l’acqua. Uno di loro commenta che mica è ‘na trattoria, e si mette a bollire l’acqua. Non contenta, la Prof. chiede se per caso qualcuno può venire a pulire il tavolo.

Ho come la sensazione che in questi posti, con la scusa che i frequentatori devono sentirsi una grande famiglia, debbano portare da casa i prodotti per la pulizia e aiutare a mantenere il locale, come se fosse una comune. E la cosa mi fa per un attimo rabbrividire.

Inizia la pantomima dei camerieri, che non sanno dove e come trovare le bustine dei tè che abbiamo scelto. Inizialmente ci dicono che non ci sono. La faccia atterrita della Prof. li spinge ad approfondire la ricerca e alla fine ne trovano due su tre. Non male.

Inizia il karaoke. E capiamo immediatamente perchè i tavoli dietro al bancone sono tutti prenotati: in tutti gli altri rischi lo sfondamento dei timpani, per il volume assurdo al quale sono stati impostati i microfoni. La categoria dei cantanti che si susseguono è della tipologia: lo strillone. E infatti strillano, e noi non riusciamo a sentirci a vicenda.

Per un attimo pensiamo di fregarci le tazze del tè, così, per sfregio. Ma poi la voglia di andare a pisciare supera quella di punire i proprietari con un vile gesto che non servirebbe a niente.

Ci rechiamo ai bagni, dove ci accolgono un paio di mosconi giganti.

Fuggiamo via lungo l’Ostiense.

Ma in fondo:

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