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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Come spesso accade, mi sono fidata della mia amica, la Prof. e anche di una sua amica. Proponevano di andare a questo noto locale di Roma, che non citerò perchè sono una signora, dirò solo che è un caffè letterario, di fatto, di nome…chissà! Un luogo che mi suonava tipicamente radical chic. Ormai basta che in un normalissimo locale metti qualche libro e sei subito in un posto dove si fa cultura. E visto che ormai tutti mi danno della radical chic, ho pensato che sì, forse dovevo andare, per vedere se è vero che sono così. E no, posso confermare che non sono così.

Premettiamo che il giovedì sera, in questo posto si fa il karaoke. Ovviamente non lo sapevamo, altrimenti saremmo piuttosto andate a prostituirci sulla Salaria. Ma va bene, noi siamo donne di mondo, e questo è certamente un karaoke carino.

Al nostro ingresso scopriamo che i tavoli dietro al bancone centrale sono tutti riservati e ci chiediamo perchè. Alla fine ci sediamo in uno molto centrale, accanto al palco. Nessuno ci porta un menù, nessuno ci porta niente, nessuno pulisce il tavolo. La Prof. si alza e prende tre menù, appiccicosi come un vasetto di miele. Saranno pure radical ma non sono chic manco per il cazzo! Penso io, che ho ancora il concetto che chi apre un locale deve avere la cultura dell’accoglienza.

Staccando le pagine le une dalle altre, scopriamo che, come spesso accade in questi posti pseudoculturali, la roba costa come o più che da altre parti. Sentendoci un po’ a disagio, e decise a rimanere non più di 20 minuti, scegliamo di ordinare 3 tè, come le brave signorine che non bevono. Costo di un tè: 4 euro. Me cojoni!

Quando la Prof. chiede 3 tè, la guardano come se avesse chiesto se fosse possibile mettere una canzone dei Ragazzi Italiani. I due increduli camerieri si guardano scioccati e cercano di scaricarsi addosso l’onere di far bollire l’acqua. Uno di loro commenta che mica è ‘na trattoria, e si mette a bollire l’acqua. Non contenta, la Prof. chiede se per caso qualcuno può venire a pulire il tavolo.

Ho come la sensazione che in questi posti, con la scusa che i frequentatori devono sentirsi una grande famiglia, debbano portare da casa i prodotti per la pulizia e aiutare a mantenere il locale, come se fosse una comune. E la cosa mi fa per un attimo rabbrividire.

Inizia la pantomima dei camerieri, che non sanno dove e come trovare le bustine dei tè che abbiamo scelto. Inizialmente ci dicono che non ci sono. La faccia atterrita della Prof. li spinge ad approfondire la ricerca e alla fine ne trovano due su tre. Non male.

Inizia il karaoke. E capiamo immediatamente perchè i tavoli dietro al bancone sono tutti prenotati: in tutti gli altri rischi lo sfondamento dei timpani, per il volume assurdo al quale sono stati impostati i microfoni. La categoria dei cantanti che si susseguono è della tipologia: lo strillone. E infatti strillano, e noi non riusciamo a sentirci a vicenda.

Per un attimo pensiamo di fregarci le tazze del tè, così, per sfregio. Ma poi la voglia di andare a pisciare supera quella di punire i proprietari con un vile gesto che non servirebbe a niente.

Ci rechiamo ai bagni, dove ci accolgono un paio di mosconi giganti.

Fuggiamo via lungo l’Ostiense.

Ma in fondo:

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