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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

cover_tuttalpiuMa non era frogio? Si chiedono i parenti il giorno del suo matrimonio. Frogio si dice in dialetto umbro. E alcuni rispondono che nooooo, è estroso! 

Non che abbia mai smesso di essere estroso, tanto che le bomboniere che sceglie per gli inviati sono ovetti kinder, e i bambini impazziscono. Tutto sommato che ci fai con le bomboniere? Le tieni lì a fare polvere. Sua nonna per esempio le tiene tutte, di alcune si mangia di nascosto i confetti anche se ha il diabete. E quando la sgridano si lamenta perché dopo una vita di sacrifici uno non può manco mangiarsi tutti i dolci che vuole, ed è proprio ingiusto.

Estroso, dunque, e amante del pattinaggio. Passato attraverso tutte le tappe tipiche della pubertà e dell’adolescenza, vissuta nei confini un po’ claustrofobici e un po’ rassicuranti del paesello sperduto. Tra la parrocchia e i costumi di scena degli spettacoli, tra i chili di troppo e le rivincite edonistiche. L’amore mai consumato per quella che aveva individuato arbitrariamente come sua futura moglie sin da piccolo, anche se non era la più bella di tutte, anzi. Però aveva grazia nella danza, e lui un po’ voleva somigliarle. Sposare quella ragazzina sarebbe stato come dare continuità alla storia, inserirsi in un rassicurante ciclo di vita, proprio come hanno fatto prima di lui suo nonno, suo padre, i suoi amici, tutto il paese. Seppellire la sua parte autodistruttiva e … estrosa!

Però niente, il progetto non riesce. Così Filo passa dall’atelier di Armani alle vetrine di Amsterdam; dal più infimo cruising ai lavoretti in discoteca; dal teatro d’autore ai locali malfamati. E la fuga dal paesello, i pellegrinaggi malati in giro per le grandi città, pensando di trovare l’oro, la casa a Roma della quale non puoi assolutamente permetterti l’affitto. E poi gente sconosciuta nel letto la mattina, cose che vorresti, rapporti gestiti male, errori stupidi, paure e solitudine. E fame, che puoi saziare solo quando torni al paesello con la coda tra le gambe e la mamma ti cucina qualcosa.

Ti sembra un gran casino, no? Dà l’impressione di essere un gran casino.  In effetti lo è. Eppure è un casino non troppo diverso dai casini di un sacco di gente. Senza lavoro, senza una lira, senza l’amore, senza prospettiva.

Quella di Filo è la vita di un figliol prodigo degli anni 80, segnato da Candy Candy e Pollyanna, dallo Swatch Scuba, dalle canzoni di Ramazzotti. Ma non bisogna fare l’errore di pensare che sia la vita di uno strano. Certo, è la vita di uno che casca in basso, ma in fondo Filo attraversa tutti i cliché della disperazione e dello squallore. Nessuna novità, niente di strano. Non avete mai visto un ragazzo disperato? E ogni cazzata si fa perché tanto… cosa mai potrà succedere? Tuttalpiù muoio. Che vuoi che sia la morte, per uno che non è felice e che pensa che non lo sarà mai?

Alla fine la grande città a Filo se lo rivomita fuori, come uno scarto totalmente unfit. Non sappiamo quale sia il percorso che lo porta al giorno del suo matrimonio. Non sappiamo neanche chi è la sposa, a parte il fatto che non è quella che aveva previsto da bambino. Sappiamo solo che ci è arrivato, che così si è salvato. Ognuno si salva a modo suo, come può. Lui si salva così, ritornando nel grembo materno, nella calda sicurezza del suo dialetto umbro, nei confini della terra natale, piccola e immutabile, perché fuori di lì non ci sa proprio stare.

E io scommetto che troverà un modo per essere… non dico felice, ma sai, come si dice? … sereno.

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