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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Quando si va a caccia di orchi, come insegna Aragorn, si deve viaggiare leggeri. Liberarsi dei pesi. In tutti i sensi. E’ un po’ lo stesso animo con il quale si deve procedere lungo il percorso irto di ostacoli di un concorso pubblico.

Parlo ovviamente del famigerato Concorsone. Quello che voleva far fuori un botto di gente. Quello che alla fine… ma sì, ho deciso di partecipare. Il mio ricorso di giovane (e manco più tanto) laureata è stato accolto, e ho saputo che hanno anche accolto quello di un sacco di gente che aveva preso un voto piuttosto schifoso al test preselettivo. I ricorsi sono un giro di soldi… come i concorsi in generale.

Vi avevo raccontato il mio test preselettivo. Vi avevo raccontato la mia preparazione alla prova scritta. Vi avevo raccontato la mia vigilia della prova scritta. Vi avevo anche raccontato le mie sensazioni dopo lo svolgimento della stessa.

Ma.. non vi avevo più aggiornato su come è andata! Immagino siate stati fino ad ora letteralmente con il fiato sospeso. E lo credo bene. Insomma ho iniziato di tanto in tanto a controllare se uscivano i nomi dei fortunati vincitori che avrebbero ricevuto in premio un’altra prova d’esame. E insomma un bel giorno, proprio quando ero a Rotterdam dalla mia amica Nocciolina, ricevo la notizia. Ho passato lo scritto.

E qualche tempo dopo mi arriva a casa una letterina che mi comunica che ho passato lo scritto con la votazione di 40/40. Il che significa che ho spaccato il culo alle upupe, alle cicogne, alle poiane e probabilmente anche a qualche rondine di passaggio.

E mo? Eh! Mo tocca preparasse pe ll’orale! Il che è più complicato di quanto si possa pensare. Innanzitutto, non sai su cosa sarà la tua prova fino al giorno prima della stessa, data nella quale dovrai estrarre l’argomento. Sì, sì….estrarre. Non so se hanno preparato un pallottoliere, una cesta di vimini, un sacchetto preso in prestito alla Smorfia della zia partenope… Insomma non so. So solo che saprò il giorno prima su cosa dovrò argomentare.

Perché l’orale consiste nel fare una lezione davanti alla commissione. Deve durare la bellezza di 30 minuti. Cosa mai potrò dire in 30 minuti? O parlo lentamente come Luciano Onder o come Eugenio Scalfari, o intervallo un minuto di esposizione e 5/6 minuti di balletto seguito da mirabolante mostra e dimostra. Non posso puntare sullo spogliarello, visto che non ho doti fisiche che mi permettono di stupire con il corpo. Anche se forse la mia cellulite è stupefacente. Diciamo che magari me la metto da parte questa idea dello spogliarello, per considerarla più a fondo.

Se, in qualche modo, dovessi riuscire a parlare per una trentina di minuti, poi la commissione approfondirà insieme a me alcuni aspetti relativi alle metodologie didattiche che ho scelto di usare. Al che sono pronta a sciorinare una ricerca americana sullo spogliarello come metodologia didattica 2.0. Coinvolgerebbe anche le TIC perché ci si può mostrare anche grazie ai più avanzati apparecchi tecnologici.

Fondamentalmente, le mie più grandi ansie, al di là della prova in sé, sono relative alla lingua felpata, alla cospicua sudorazione, alle mestruazioni (che certamente mi verranno), ai miei capelli (che non sono mai a posto) e a quei fastidiosi cali nel tono di voce, tipici di quando sei teso, che ti fanno passare da persona seria a cartone animato in un battito di ciglia. Soprattutto temo gli aliti dei candidati, miei avversari e rivali, che costituiscono la prova del fuoco che elimina automaticamente e per sempre circa un decimo dei concorrenti.

La mia preparazione per la prova orale consiste soprattutto in costanti preghiere ai vari profeti e fondatori delle religioni del mondo, e nell’accensione di candele votive colorate e aromatiche comprate all’Ikea. Sto considerando la possibilità di effettuare sacrifici umani. Ho escluso gli animali dal discorso sacrificale poiché, specialmente i volatili, hanno già abbastanza sofferto dopo il voto dello scritto, e non vorrei che la Lipu mi denunciasse per maltrattamenti.

Di seguito, una delle upupe che, per colpa mia, camminano un po’ male:

upupa

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