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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Monthly Archives: agosto 2013

La notte dormo poco perché sono fissata con le serie americane, o sono fissata con le serie americane perché la notte dormo poco.

Non lo so. Fatto sta che sto valutando l’emigrazione oltreoceano. Ogni volta abbandono l’idea e poi mi fai vedere un suv, una birra, un hamburger e mi mostri quegli uffici al piano terra con tutto vetro intorno, dove giovani entusiasti preparano la campagna elettorale del candidato di turno con un blocco in mano e sanno sempre la risposta alle domande di tutti… e mi sento determinata  a fare la traversata in canotto, come una clandestina qualsiasi.

Sì, sto guardando Homeland, e mi sento pronta ad entrare nella Cia. E comunque mi fanno incazzare tutti perché la povera Carrie ha ragione, anche se effettivamente è bipolare. E poi la Danes è brava e penso che non potessero fare a meno di darle l’Emmy. E se penso che ha quasi la mia età e io non ho mai vinto un Emmy mi sento un po’ una merda.

Ad ogni modo, Homeland è una figata, e arrivo tardi a dirlo perché ormai lo hanno già detto tutti. Quindi mi limiterò a dire che una delle cose più fighe è il quartiere dove vive quel coso del sergente Brody. Adorerei vivere in una di quelle case americane con i vialetti alberati e l’erba curata. Proprio come quel quartiere adiacente alla casetta dove stavo durante i mesi che ho passato in Texas, tanti anni fa ormai. C’era una temperatura folle, mi sentivo un ramarro ogni volta che uscivo di casa e avevo la sensazione di essermi vestita troppo, ma non era vero, ero vestita normale, era la temperatura a non essere normale. E se non tenevi l’aria condizionata accesa marciva tutto tanto era caldo e umido. E non era infrequente trovare las cucarachas in casa, che non morivano mai perché tu le schiacciavi ma avendo la moquette sotto c’era il morbido.  Una volta ho deciso di andare a correre e sono andata in quel quartiere adiacente. E ad un certo punto ho sentito una specie di campanello, mi sono voltata e sì, era lui, l’omino dei gelati esiste davvero e i bambini escono dalle case e gli corrono incontro. Pazzesco…

Ecco questa è la foto satellitare del quartiere dove correvo quel giorno. E io abitavo attaccata ma nelle case di quelli più poveri, e nonostante questo avevamo la piscina  e il barbecue condominiale. Così tornavi da lavoro e ti buttavi in acqua. AAAAAh Fanculo.

houston

Vedi quei tetti? Quei tetti quasi piatti e scuri? Ecco, anche in Homeland ci stanno quei tetti e tu ti ci puoi sedere sopra. Come fa in quella famosa canzone dei Bloc Party il tipo che vuole sparare a tutti. Ma io non mi siederei mica per sparare, semmai per sbevazzare.

Comunque Homeland non è ambientato in Texas, ma le case sono più o meno quelle. I personaggi vivono in Virginia. Io non ci sono mai stata in Virginia e ho una voglia pazzesca di andarci. Girare per gli Stati Uniti con la macchina è bellissimo. Passi per posti assurdi, dove sembra che non viva nessuno. E trovi esattamente quei ristoranti nei quali la gente si ferma nei film quando viaggia, quelli che ti servono anelli di cipolla fritti da sballo e hamburger libidinosi.

Io amo l’America. Me piace na cifra. Non posso non appassionami a Homeland, che racconta il casino del terrorismo in modo non banale, senza davvero parteggiare qua o là, infilandoti la pulce nell’orecchio per farti ragionare e per metterti davanti ad un punto interrogativo. Non osate dirmi nulla sulla seconda stagione. Sono vendicativa come Abu Nazir.

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The_Americans_logo

1981
Io non ero ancora nata e quell’anno spararono a Reagan. Le vicende narrate in The Americans iniziano appunto nel 1981. Deve essere stato complicato fare la Guerra Fredda senza cellulari, senza social network, senza web. Ci sono questi due russi che hanno lasciato in patria la loro identità per diventare spie sovietiche negli Stati Uniti. Adesso sono Elizabeth e Philip. In America hanno dovuto fingere di essere marito e moglie e, per rendere la cosa credibile, hanno pure fatto due figli. Un maschio e una femmina, manco a farlo apposta. La famiglia perfetta, con la casa a due piani, il garage e il giardino, i cereali a colazione e i jeans a vita alta, il quartiere residenziale. Una specie di Grande Fratello: ti mettono in una casa e tu devi cercare di essere naturale, e ogni tanto ti danno ordini e cose da fare. Solo che questo grande fratello dura da anni e anni e anni. Come si fa a resistere? Come si può vivere una vita nella quale tutte le cose normali e fondamentali che succedono alle persone durante il loro percorso terreno (tipo sposarsi, vivere insieme, fare figli…) sono finte? Come può essere finto vivere con un’altra persona per anni sotto lo stesso tetto? Come può essere finto fare figli?

E con questa assurda situazione al limite della schizofrenia, devi anche fare a cazzotti, decifrare messaggi, rischiare la vita, uccidere gente. Le vicende di The Americans iniziano con la crisi. Ad un certo punto diventa tutto più complicato di come era stato fino a quel momento. C’è un agente dell’FBI che è bravo, è tosto, e sospetta di voi due. Tra l’altro è il vostro nuovo vicino di casa. E c’è Reagan che gli hanno sparato e qualcuno dice che sono stati i russi anche se poi si scopre che non era vero. Poi ci sono i figli che stanno crescendo, e questo stile di vita americano che tutto sommato non fa proprio schifo. E c’è il giuramento che avete prestato all’Unione Sovietica e che non si può rompere.

Chi sono questi Americans? Quelli contro i quali combattete? O forse siete proprio voi?

Per un occidentale è un casino guardare The Americans. Un amico reaganiano mi ha detto che è difficile perché non riesce a tifare per i protagonisti. Io invece non posso fare a meno di tifare per i protagonisti, ma ovviamente perché abbandonino la causa e diventino americani.

E poi non resisto alla colonna sonora:

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Adam era il principe di Eternia, anzi è il principe di Eternia, perché mica è morto. E gridava Io Ho Il Potereeeeee!!! all’inizio di ogni puntata del cartone animato dei Masters of the Universe che era uno dei miei preferiti. Erano gli anni della scuola materna, al massimo delle elementari. Io avevo anche il mangiadischi. Arancione.

Ma non avevo solo il mangiadischi. Avevo anche un salvagente bellissimo, con sopra tutti gli animali della savana. Ovviamente non lo chiamavo salvagente ma ciambella. Era la mia ciambella. Avevo anche i braccioli, ma non mi erano molto utili perché non ero veramente in grado di galleggiare e non mi aiutavano a farlo. Non sono mai stata una grande nuotatrice. Una di quelle estati papà mi portò a provare una lezione di nuoto in una bella piscina dove facevano anche delle cene e degli spettacoli, e una volta c’era Andy Luotto. Io non sapevo chi fosse ma papà mi disse che era famoso e quindi dovevo chiedergli l’autografo. Aveva un naso grossissimo quella sera Andy Luotto. Ha un naso grossissimo sempre. Alla lezione di nuoto ho fatto la scena e mi sono fatta portare via. Non la volevo fare e non ne ho mai più fatta una.

Ma i braccioli di He-Man, sebbene disutili, mi piacevano un casino. Soprattutto perché indossandoli mi sentivo particolarmente possente e forte, proprio come He-Man. Tra l’altro i braccioli, se li metti al contrario e fai il gesto di mostrare i muscoli, fungono da enormi bicipiti. Perciò erano una cosa molto fica e non so se da qualche parte ce li ho ancora.

Avevo i braccioli, la ciambella e andavo sul bruco mela e sull’ottovolante. No ok lo chiamavo io ottovolante perché volava. Lo chiamo ancora così e per lo stesso motivo. L’ottovolante mi faceva impazzire.

L’anno scorso passeggiavo sul lungomare di Sapri e c’era un piccolo lunapark con l’ottovolante. Come una vera cretina, mi ero un po’ commossa perché pensavo a quando ci andavo con papà. E capitava spesso che vincevamo un giro gratis perché abbattevamo tutte le altre navicelle di sfigati. E quando vincevi un giro gratis era superfichissimo.

Diciamo che ora è un po’ tardi per mettere i braccioli. E anche per mettere la ciambella con gli animali. E poi ormai ho imparato a galleggiare perciò tutto sommato non mi servono molto.

Quella sera a Sapri non sapevo che avevo un conto in sospeso. Cioè lo sapevo ma non lo volevo ammettere. Volevo assolutamente tornare sull’ottovolante. Ma forse non ci sarei mai riuscita da sobria. Ci vuole il vermentino di Gallura e qualcuno che ti tenga la mano, come allora ma non come allora. Sei nelle condizioni giuste per regolare i conti in sospeso. Puoi salire sull’ottovolante e non importa se non vinci un cazzo stavolta. Sei forte e possente anche senza braccioli.

Hai imparato a galleggiare.

Io Ho Il Potereeeeee!!!

navicelle

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70 grammi. 70 grammi di pasta sono la misura giusta. E quando li tieni in mano pensi che non riusciranno mai a sfamarti. Mai. Invece no vanno bene, credetemi. E poi questo culo deve ridursi. Poche storie.

Ma cucinare la pasta è un po’ come fare l’amore: bisogna aggiungere qualche tocco di originalità ogni tanto, per dar prova di fantasia e sopravvivenza della passione. E la mia passione per la pasta, sebbene inesauribile, deve essere refrigerata con spruzzate di fresca novità.

Così ho ideato la ricetta avec la Fanta et le maquereau on peut faire tout.

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Ingredienti: spaghetti Barilla nella misura di 77 grammi; sgombro Nostromo, perché solo il nostromo ha la sua flotta, e quel nostromo sono io, signora mia; olive taggiasche; capperi; cipollina fresca; olio extravergine d’oliva; sale iodato.

Canticchiando una canzoncina dei Boxed Wine, e avendo cura di storpiare il 70% delle parole, sculettando e ciabattando, buttate ingredienti con finta disinvoltura in una padella con fondo in ceramica con un po’ d’olio extravergine d’oliva q.b. Nell’ordine: quattro cucchiaini di olive taggiasche, due cucchiaini di capperi, cipollina precedentemente tagliata a ritmo di canticchio. Smettete di sculettare solo quando togliete l’olio alla confezione di sgombro, sennò fate il casino. Potete tornare a sculettare mentre la svuotate in padella. aj, un pizzico si sale, eh? Lasciate il tutto soffriggere a fuoco medio mentre buttate la pasta, che avete precedentemente pesato sulla nuova bilancina gentilmente offerta dalla coinquilina di Ancona. Assicuratevi che la pasta sia al dente, scolatela e aggiungetela al sughino che avete ottenuto nella padella di cui sopra. Alzate un po’ il fuoco e smucinate il tutto con un bel cucchiaio.

Gustate con un bel bicchiere di Fanta, il cui sapore ha rapporti prematrimoniali con lo sgombro. Provare per credere.

Colonna sonora:

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ichnusa

Ma sì, posso dirlo. Ho fatto la ricca. Tanto tra due mesi sarò comunque di nuovo senza lavoro, perciò ho pensato che tanto valeva immaginare che così non fosse e sputtanarmi i soldi. Avrei potuto tenerli da parte. Ma per cosa? Perciò non solo ho fatto la ricca, ma non mi sono sentita in colpa neanche per un minuto. Il che per me, che credo nella parsimonia, è un fatto raro.

In poche parole, bisogna volersi bene. Bisogna pensare che ce lo meritiamo, che siamo stati bravi. Siamo stati bravi ad arrivare tutti i giorni in orario, a salire sui mezzi pubblici, a sopportare le scocciature, a sforzarci di non rispondere male, a fare la spesa, cucinare e lavare i piatti. Siamo stati bravi a fare benzina, a ricordarci di pagare le bollette, a preparare il caffè appena svegli, a sopravvivere alle lontananze. Siamo stati bravi a pulire il cesso, a non far entrare le zanzare, a fare la raccolta differenziata. Siamo stati bravi a fingere. A ignorare.

Quindi meritiamo di essere felici, spensierati, ricchi. Bisogna premiarsi. Tanto più che mentre ero in vacanza l’eurozona è uscita dalla recessione. Io sarò comunque senza lavoro tra due mesi, ma l’eurozona è uscita dalla recessione. Non è magnifico?

Probabilmente dipende dal fatto che, anche se stanotte ha piovuto e stamattina era tutto bagnato, tutto sommato è ancora estate. Probabilmente dipende da questo. Oppure dipende dai Capital Cities. Fatto sta che andrà tutto bene, sarò sana e salva.

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Ci portavamo spesso dietro la videocamera perché una volta si usava far vedere ai parenti e agli amici stretti i filmati dei posti dove andavi. Ovviamente era una palla. Erano quelle riprese che quello che riprende chiede a un altro: allora? dove siamo oggi?

Nel 2013 è una cosa meno frequente perché appena poggi le chiappe in un posto scatti subito una foto,  la mandi su Facebook, fai check-in, e subito tutti sanno dove sei, con chi sei, a fare cosa e che tempo fa.

Quando ero piccola avevamo la roulotte. Mio fratello, Pino, non voleva dormirci, diceva che non voleva stare in una casa finta. Ma poi si è abituato. Di quella vacanza in Sardegna, quando la mia famiglia aveva la roulotte, ho rivisto un video di quelli di cui sopra, un sacco di tempo fa ormai, tanto che neanche ricordo quando. Tutti abbiamo un video in cui si sentono sotto i cricri delle… cicale credo. E chi viene ripreso non vuole quasi mai essere ripreso e fa lo scocciato ma per finta, perché in fondo non è davvero scocciato, ha solo paura di venire brutto.

Io in quel video non sono neanche brutta. Sono una bambina. Avrò quei…9 anni? Più o meno. E sono un vero, classico maschiaccio. Ma sì, niente fronzoli. Sono un maschiaccio scocciato di essere ripreso. Ma di quella vacanza ricordo una cosa in particolare. Ci eravamo portati le bici, perché partivamo carichi all’inverosimile, che preparare le cose per partire era stress vero, era la parte peggiore della vacanza. Forse è anche per questo che oggi ci metto circa 20 minuti a prepararmi la valigia.

Quindi dicevo ci portavamo le bici. E con la bici andavamo dalla piazzola fino al centro del campeggio, passando per il viale principale, dove c’erano macchine in uscita e in entrata e bisognava stare attenti. Da lì si faceva il giro dalla parte opposta e si tornava alla piazzola. Una volta siamo andati a fare questo giro io e Pino. Io ero ancora in quel periodo che anche se sei una femmina sei più forte, ma solo perché Pino era più piccolo di me. Poi quando è cresciuto ho cominciato a perdere tutte le lotte sul lettone e le gare a sport vari. Che disdetta!

Avevo iniziato a pedalare e mi ricordo che lui era un po’ indietro. Sulla bici mi sembrava sempre un gattino, tanto lo vedevo piccolo… persino adesso a volte mi sembra piccolo anche se fa l’avvocato, fuma e difende la gente importante che non paga le tasse, e non c’è modo nel quale io possa batterlo a qualsiasi lotta su qualsiasi superficie. Da piccolo diceva sempre un attimo! Quando lo chiamavi, quando doveva mettere a posto qualcosa, e anche quando rimaneva indietro in bici. E non so perché ma mi ero un po’ scocciata di aspettarlo quel giorno. Magari mi girava il culo. O forse era perché dovevo andare veloce per fingere di fare il giro d’Italia. Un altro giorno della stessa vacanza ho fatto un giro da sola, sono andata veloce per fingere di fare qualche gara sportiva, mi sono voltata indietro come per vedere se i miei avversari mi raggiungevano (anche se ovviamente dietro non c’era nessuno) e sono andata a sbattere dritta contro una macchina ferma, facendomi pure piuttosto male.

Insomma, quel pomeriggio, anche se non mi andava, l’ho aspettato lo stesso.

Questo per dire che in fondo ripensandoci non ero neanche veramente scocciata. E’ che ero piccola e non capivo che si vive solo aspettandosi. E sono sempre contenta quando aspetto il caro Pino da qualche parte.

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Immagino che chi ha seguito la saga del mio concorso a cattedra vorrà ormai sapere come minkia è andata. Ebbene, è andata. Nel senso che ho superato tutte le prove. Sì, anche quella orale, che mi metteva più ansia di tutte. Quindi vi aspetterete che io lanci un gridolino di gioia… no? Eureka! E invece fanculo no, non posso farlo.

Ma perché non posso farlo? Beh, perché il fatto che io abbia superato un concorso pubblico non significa che io possa avere uno dei posti di lavoro che quel concorso metteva in palio. Boni, boni, so che siete confusi. Proverò a spiegarvi.

Precisiamo innanzitutto che io sono, rispetto alla media delle persone che hanno partecipato a sto concorsone benedetto, piuttosto giovane. Non sono abilitata ad insegnare. Il che significa che non ho pagato dei soldi per fare percorsi abilitanti, e non l’ho fatto perché lavoro, e prima di lavorare lavoravo lo stesso, ma da stagista, e non ho avuto tempo, e in parte anche perché non ci credo, sono dissidente (ma questa è un’altra storia). Ma questo, intendo il fatto di non essere abilitata, non mi ha impedito di superare comunque il concorso. Il che mi fa pensare che forse sono adatta ad insegnare. Ma al Ministero non interessa. Cioè non la pensa così. E magari altre persone che già insegnano da anni il concorso manco l’hanno passato. Ma loro sono adatti ad insegnare, io no. Bella lì. Capito come gira?

Quindi ora che succede? Eh, succede che intanto me ne vado un po’ al mare, così nun ce penzo. Me faccio na biretta all’imbrunire e starò up all night to get lucky. E poi mi resta solo la possibilità di sperare di rientrare tra le persone che arriveranno ad essere chiamate. Perché se non mi chiamano tutta sta fatica è stata inutile, cioè… chi tte se ‘ncula. Bella lì. Capito come gira?

Quindi che dire…la massima speranza è che una delle cattedre in palio sia in un posto talmente di merda che non vorrà andarci nessuno, una roba allucinante, il bronx del Lazio, dove non c’è manco la corrente elettrica e forse nemmeno l’acqua corrente. Così nessuno ci vorrà lavorare e la graduatoria scorrerà, scorrerà, scorrerà finché non arriverà a The Selbmann. Che ovviamente sarà ben lieta di fare la Mary Clarence di Sister Act bianca (ma con culone) di qualsiasi quartiere a rischio Vietnam e sparatoria aggravata.

sister act

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