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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Monthly Archives: novembre 2013

L’odore non è esattamente un profumo, perché è forte, ti punge ma ti attira. Se poi apri uno dei cilindri pieni, sale su tutto insieme.

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E’ esattamente lo stesso che sentivo da piccola, quando portavamo le olive direttamente noi a molare, che mio nonno era ancora vivo e forte e vedevo anche quando usciva il fiotto verde della spremitura. Sì, perché l’olio è verde, non giallo. L’olio vero, buono e naturale, è verde. E picca un po’ sulla punta della lingua, e lascia un sapore carnale nelle guance e nella gola.

olio

E’ fatica, quella che difficilmente puoi fare da te se non sei organizzato con una bella squadra. Così, oggi che nonno non c’è più, deleghiamo a qualcun altro l’onere di fare l’olio, e a noi rimane solo il piacere di gustarlo. Un piacere che non viene gratis, ovviamente, ma che vale la pena.

La terra è costosa e faticosa. Ma è necessaria e imprescindibile. Dalla terra parte tutto e se la terra è merda tutto è merda. La mozzarella di bufala viene merda, il pomodoro viene merda, l’olio viene merda. I cinesi riescono a copiare le Loius Vuitton perché non si mangiano. Ma non riescono a copiare l’olio extravergine d’oliva della Tuscia, perché quando uno lo assaggia lo riconosce, lo distingue.

Tempo fa dicevamo con mio fratello che le donne dovrebbero darla ai contadini. E’ vero. E io ho paura che nessuno voglia più fare il contadino, perché si fatica tanto e si guadagna poco, perché il contributo europeo per le coltivazioni biologiche fa ridere i polli (anche quelli OGM), perché ogni impresa viene ammazzata dalle tasse e quelle agricole non fanno eccezione, perché il tuo lavoro non viene considerato come quello di un chirurgo plastico. Ci hanno insegnato a diventare tutti coltissimi disoccupati, di quelli che non hanno mai visto una gallina dal vivo e i loro figli la scuola li porta nelle fattorie a vedere animali che una volta stavano sotto casa. Ci hanno insegnato che è male non arrivare alla laurea, che dopo non c’è democrazia e pari opportunità. Balle. Balle spaziali.

Prima non era così. Prima lavoravi e mantenevi una famiglia anche senza essere economista o giurista. Come ha fatto anche mio nonno e suo papà prima di lui. Mi ricordo che mio nonno, che poi è il marito della Contessa, diceva sempre quanno moro, seppelliteme all’ombra sotto ‘n ulivo. Così sarebbe diventato un po’ un ulivo anche lui.

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E’ vero, a volte il tempo fa cagare. Piove a buco, nevica a scatafascio, esondano i fiumi, eruttano i vulcani, arriva lo tsunami o il tornado. E queste sono tutte cose che esisteranno per sempre e qualcuno ci rimetterà sempre la pelle.

E’ una cosa brutta ma purtroppo non si può controllare.

Però è anche vero che la gente costruisce case abusive ai piedi dei vulcani, fa i convitti con il lego, scuole col cartone…insomma fa le cose a cazzo di cane e se ne frega delle norme sulla sicurezza.

E’ una cosa brutta che però un pochino si può controllare.

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Facciamo una prova. Mettetevi su Google Images e digitate la parola Smut.

Esatto, un trionfo di tette e culi.

Ed è esattamente questo il tema. Alan Bennett è uno dei miei scrittori preferiti e ha una fantasia geniale e raffinata. Scrive spesso, e in realtà quasi sempre, del lato più intimamente sconcio delle persone. Non lo fa con morbosità, meno ancora con la voglia di giudicare o di porre dei limiti a ciò che è consentito. Racconta questo lato sconcio con aria sicuramente divertita, perché guai a noi se non ridiamo delle nostre cose, ma anche con l’intento di dire che…dai, tutto sommato sto lato ce l’abbiamo tutti, tanto vale accettarlo.

Non solo, trovi anche sempre qualcuno che questo tuo lato lo accetta serenamente, nella consapevolezza di averne uno a sua volta. E quando si arriva a questa mutua accettazione si vive meglio, si è più felici e ci si fanno meno seghe mentali.

Per dire questa semplice cosa, Bennett si inventa di tutto. Mette a confronto due storie diverse che hanno in comune proprio uno strano, inimmaginabile lieto fine.

La prima storia è quella di una vedova non più giovane che arrotonda la magra pensione facendo piccole dimostrazioni per la facoltà di medicina e affittando una camera a studenti. Tutto cambia quando gli studenti le propongono di pagare l’affitto lasciandola assistere alle loro performance in camera da letto. La voce si sparge e, invece di significare la rovina della sua reputazione, questa sua sconcia abitudine diventa la carta vincente, tanto che il dottore che era segretamente innamorato di lei prende coraggio e decide finalmente di confessarsi. D’altra parte… la signora è abituata a ben altro che una piccola confessione d’amore!

La seconda storia è quella di Graham, giovane scapolo con un buon lavoro e un aspetto decisamente attraente. E uno così, ancora non sposato, è senz’altro gay. E infatti è così. Ma decide di sposare un’attempata bruttina dai molti soldi e tutto sommato trova la cosa abbastanza soddisfacente. Se non fosse per quel suo sconcio vizietto, che gli porta un po’ di casini, andrebbe quasi tutto liscio. Nel frattempo l’attempata bruttina si consola con il suocero e un avvenente poliziotto ricatta Graham, minacciando di rivelare a tutti il suo segreto. Che, diciamolo, come spesso accade in questi casi, è il segreto di Pulcinella.

E quindi leggete Smut, il cui sottotitolo in italiano è Due Storie Sporche. Oppure, almeno, sentitevi Alan Bennett leggerne qualche brano:

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Questo è un trailer di uno spettacolo teatrale.

In Inghilterra non sono grulli come da noi. Loro sulla cultura ci fanno mercato e non devono per forza ricorrere a Euripide per mettere in scena uno spettacolo a teatro. Loro celebrano i loro autori contemporanei, una cosa che noi non abbiamo ancora imparato a fare, visto che ogni anno ci propongono la rassegna su Shakespeare.

Se andassi a Londra mi piacerebbe andare a vederlo questo spettacolo. Ma so che non potrei mai andarci perché mi metterei a piangere già dall’inizio e sarebbe un po’ seccante. Lo spettacolo è tratto da un libro scritto da un signore che si chiama Mark Haddon, che è fatto così:

Mark HaddonIo ho finito di leggere The Curious Incident of the Dog in the Night-Time (Lo Strano Caso del Cane Ucciso a Mezzanotte) mentre ero in treno. Era la seconda volta che scoppiavo il lacrime dopo aver finito un libro a bordo di un treno. Mi era capitato la prima volta con Questa Storia, di Baricco, che non è piaciuto credo a nessuno tranne a me, che invece l’ho adorato da matti.

Sarà che Christopher, il protagonista di questo libro qui, ha l’Asperger e io ultimamente vedo Asperger dappertutto. Max di Parenthood (che è una serie che amo) ha l’Asperger, e la suoneria del mio telefono è stata questa fino a ieri sera:

La canzone dice che non si scherza su queste cose e mentre lo dice sa che non è assolutamente vero. Si può scherzare su queste cose e anzi si deve scherzare. E se ci scherzi non vuol dire che non le rispetti.  A volte magari le avvicini a te e poi è più facile capirle.

Ho percorso tutto d’un fiato i giorni che separano Christopher dall’ultima pagina del libro, che poi è la prima pagina del resto della sua vita. Ed è un sollievo incredibile leggere:

E so di potercela fare perché sono andato a Londra da solo e perché ho risolto il mistero di CHI HA UCCISO WELLINGTON? e ho trovato mia madre e sono stato coraggioso e ho scritto un libro e questo significa che posso fare qualunque cosa.

Talmente un sollievo che devi per forza farti una lacrima perché hai tenuto dentro tanta tensione e tanta pena e devi un po’ scaricarla, e sei felice. E poi non prendiamoci per il culo. Stai lì e pensi, cavolo anche io posso fare qualunque cosa, come Christopher, e invece mi preoccupo tanto di fallire, di non andare bene, di essere da meno…e guarda qui c’è uno con l’Asperger che dice che può fare qualunque cosa.

Quindi leggetelo, se possibile in inglese, se impossibile in qualunque lingua voi capiate, ma leggetelo.

haddon

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I fratelli Selbmann non amano gli animali. A parte forse i cani. Ma in generale non amano gli animali. Odiano in modo particolare i gatti.

Fu così chi ci avesse visto, si sarebbe senza subbio chiesto cosa ci facevamo io, Pino, Pussy e la Prof in comitiva alla clinica veterinaria più vicina con un cucciolo di gatto. Per saperlo bisogna tornare indietro di qualche giorno.

Ed è quello che sto per fare.

Mi chiama mio fratello Pino, ah sai la novità? Ho un gatto! Per circa due giorni diversi passanti romani avvisano mio fratello di uno strano miagolio proveniente dalla macchina. Così Pino (dopo sole 48 ore) si insospettisce. Apre il cofano e rinviene sulla batteria un piccolo gatto. Il suo odio per i quadrupedi felini svanisce dinnanzi al terrore tremolante del malcapitato animaletto, che evidentemente ha sbagliato persona, ma ancora non lo sa.

Pino e Pussy si precipitano ad acquistare il kit del novello possessore di gatto e se lo portano a casa. Su suggerimento del gestore del negozio di animali, lo fanno accomodare in bagno. Per giorni il gatto se ne sta nascosto, uscendo solo per mangiare e cagare.

Non so se è maschio o femmina. Quindi non so se chiamarlo Silvano o Dragomira, mi scrive disperato. Non riesco a tirarlo fuori dal bidet.

Inizialmente non capisco… in che senso? Come si fa a non riuscire a tirare fuori un gattino dal bidet? Semplice, il bidet è cavo nella parte dietro, così il gatto, nel frattempo battezzato Lenny, dando per scontato che sia maschio, viene raffigurato così da Pino, per darmi un’idea del suo aspetto:

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Dopo qualche giorno di Lenny-bidet, ricevo il seguente messaggio: Mi sono rotto i coglioni degli animali problematici. Voglio un animale da allevamento. Col pedigree. Che ha avuto un’infanzia felice e che sia carino e coccoloso.

Capisco che è il momento di intervenire. Chiamo in soccorso la Prof, nota gattara felinomane dal cuore gentile. Ci rechiamo presso la magione di Pino e Pussy e procediamo allo stanamento del felino. Non c’è modo. Il bidet è cavo al suo interno. Dispensiamo croccantini, ci prodighiamo in richiami dolci, emettiamo finti miagolii…insomma ci rendiamo ridicole. Poi, la decisione. Allaghiamo il bagno, così Lenny si sentirà di merda e vorrà uscire a tutti i costi.

Spegnamo le luci, lasciando leggermente aperta la porta del bagno. Ci appostiamo come cecchini a distanza di sicurezza per circa 20 minuti, nel silenzio più completo, comunicando a gesti e respirando senza far rumore. Finalmente sentiamo rumore di lettiera. E’ fatta. Lenny è uscito dal suo cavo rifugio. Con la destrezza di un ninja mi fiondo davanti al bidet mentre la Prof crea un canale per agevolare l’ingresso di Lenny nel trasportino. Eureka! E’ fatta! Lenny è incazzato come una tigre.

E così ci avviamo verso l’ambulatorio, dove ci raggiungono dopo pochi minuti anche Pino e Pussy. Quattro stronzi. La veterinaria è molto gentile, probabilmente di Greenpeace, ci guarda come se fossimo alieni. Lenny sarà lungo venti centimetri. Tra l’altro è una femmina. E scoreggia di continuo.

Non ricordo mai se i gatti hanno sette o nove vite, ma sicuramente Lenny, detta Carlotta la Sfigatta Scoreggiona, ne ha perse almeno 3. Dopo aver appreso che è di pelle tosta, la riportiamo alla magione di Pino e Pussy, dove si nasconde immediatamente sotto il divano.

Se io fossi un gatto farei una bella vita, mi scrive in tarda serata Pino. Di sicuro mi metterei a dormire tutto il giorno nella mia cuccia calda, invece che annamme a schiantà sotto il divano o dentro il bidet.

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Se penso al trattore, io penso a mio nonno, al marito della Contessa. Ho questa idea che tutti i nonni della mia generazione abbiano usato un trattore una volta nella vita. Mio nonno lo usava sempre, anche se non partiva quasi mai come avrebbe dovuto e dovevi farlo partire letteralmente a mano, facendo girare il motore con una corda e AAAAAAAAAAAAAAAh, tirare.

Insomma io al trattore voglio bene. Lo sento mio perché mi piaceva sedermici sopra, insieme ai bigonzi pieni di uva mentre, lentamente e con scoppi da attacco missilistico, si arrampicava sulla salitina che arriva al casale. Mi sentivo importante sul carretto arancione un po’ arrugginito trainato dal trattore, perché lavorare con le mani è molto più gratificante che lavorare con la testa, questo lo so per certo.

Forse è per questo che quando ho letto la parola tractor sul titolo di un libro… non ho potuto fare a meno e l’ho comprato. E l’ho divorato, in pochi giorni.

Dunque, vediamo, da dove iniziare? Iniziamo da una domanda. Qual è il colmo per una famiglia di immigrati ucraini? La risposta che dà Breve Storia dei Trattori in Lingua Ucraina (A Short History of Tractors in Ukrainian) è: avere pregiudizi sugli immigrati, specialmente se ucraini.

Siamo nell’Inghilterra di epoca Boyzone. C’erano i Boyzone ovunque. Anche nella cameretta del giovane figlio di Valentina, la maggioratissima immigrata ucraina che riesce ad abbindolare l’anziano signore ucraino recentemente rimasto vedovo. Una storia che non può lasciare indifferente nessuno perché tutti, bene o male, abbiamo parenti anziani ai quali non riusciamo a stare dietro, che non possiamo curare per via dei ritmi idioti delle nostre vite, dove sembra che dobbiamo solo lavorare, lavorare e lavorare ancora. Una volta era diverso… anche se uno invecchiava, si teneva in casa ed era difficile che si dovesse ricorrere a qualcuno che lo accudisse. Oggi non è più così.

E così ci sono queste due sorelle, Nadia e Vera. Una socialista, l’altra legge il Daily Mail. Una figlia della Pace, l’altra figlia della Guerra. Una è diventata adolescente negli anni della ribellione, l’altra con in testa i campi dei tedeschi assassini. Orfane di madre, con il papà incartapecorito che decide di sposarsi Valentina, la giovane tettona ucraina che decide di svignarsela in Inghilterra e sposare un vecchio rincoglionito (occupato a scrivere la storia dei trattori in lingua ucraina) per avere la cittadinanza e far studiare il figlio dall’intelligenza mediocre.

Ah! Già vi vedo. Storia già vista. Storia di ogni giorno. Huu, quante ne ho sentite! Ma sì, ne ho sentite anch’io.

Potete immaginare il corso degli eventi, no? I casini, gli avvocati, le liti, le scenate, i sotterfugi e le tette di Valentina che diventano sempre più grosse, e i soldi sempre di meno. Immigrati ucraini che litigano con altri immigrati ucraini di nuova generazione, in un groviglio di tette e trattori e pettegolezzi.

Ma la questione di fondo non è tanto questa, quanto venire a patti con il proprio passato. Il passato non è mai morto. Il passato vive. La donna che è stata tua moglie per sessantanni non muore solo perché muore. Le sue azioni e i suoi gesti vivono nel giardino che ha lasciato dietro casa, anche se in fondo non sei nemmeno stato l’amore più grande della sua vita. L’infanzia terribile di Vera nei campi tedeschi non è morta solo perché la guerra è finita e il comunismo pure. Vive nelle sigarette che fuma di continuo. Non esiste un’altra vita. La vita è una sola. E la vita che passi nel tentativo di dimenticare il passato, semplicemente non è vita.

Poi quando te ne rendi conto impari a salutare il sole, lo stesso dei campi arati dell’Ucraina. Arati con i trattori, ovviamente.

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