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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Se penso al trattore, io penso a mio nonno, al marito della Contessa. Ho questa idea che tutti i nonni della mia generazione abbiano usato un trattore una volta nella vita. Mio nonno lo usava sempre, anche se non partiva quasi mai come avrebbe dovuto e dovevi farlo partire letteralmente a mano, facendo girare il motore con una corda e AAAAAAAAAAAAAAAh, tirare.

Insomma io al trattore voglio bene. Lo sento mio perché mi piaceva sedermici sopra, insieme ai bigonzi pieni di uva mentre, lentamente e con scoppi da attacco missilistico, si arrampicava sulla salitina che arriva al casale. Mi sentivo importante sul carretto arancione un po’ arrugginito trainato dal trattore, perché lavorare con le mani è molto più gratificante che lavorare con la testa, questo lo so per certo.

Forse è per questo che quando ho letto la parola tractor sul titolo di un libro… non ho potuto fare a meno e l’ho comprato. E l’ho divorato, in pochi giorni.

Dunque, vediamo, da dove iniziare? Iniziamo da una domanda. Qual è il colmo per una famiglia di immigrati ucraini? La risposta che dà Breve Storia dei Trattori in Lingua Ucraina (A Short History of Tractors in Ukrainian) è: avere pregiudizi sugli immigrati, specialmente se ucraini.

Siamo nell’Inghilterra di epoca Boyzone. C’erano i Boyzone ovunque. Anche nella cameretta del giovane figlio di Valentina, la maggioratissima immigrata ucraina che riesce ad abbindolare l’anziano signore ucraino recentemente rimasto vedovo. Una storia che non può lasciare indifferente nessuno perché tutti, bene o male, abbiamo parenti anziani ai quali non riusciamo a stare dietro, che non possiamo curare per via dei ritmi idioti delle nostre vite, dove sembra che dobbiamo solo lavorare, lavorare e lavorare ancora. Una volta era diverso… anche se uno invecchiava, si teneva in casa ed era difficile che si dovesse ricorrere a qualcuno che lo accudisse. Oggi non è più così.

E così ci sono queste due sorelle, Nadia e Vera. Una socialista, l’altra legge il Daily Mail. Una figlia della Pace, l’altra figlia della Guerra. Una è diventata adolescente negli anni della ribellione, l’altra con in testa i campi dei tedeschi assassini. Orfane di madre, con il papà incartapecorito che decide di sposarsi Valentina, la giovane tettona ucraina che decide di svignarsela in Inghilterra e sposare un vecchio rincoglionito (occupato a scrivere la storia dei trattori in lingua ucraina) per avere la cittadinanza e far studiare il figlio dall’intelligenza mediocre.

Ah! Già vi vedo. Storia già vista. Storia di ogni giorno. Huu, quante ne ho sentite! Ma sì, ne ho sentite anch’io.

Potete immaginare il corso degli eventi, no? I casini, gli avvocati, le liti, le scenate, i sotterfugi e le tette di Valentina che diventano sempre più grosse, e i soldi sempre di meno. Immigrati ucraini che litigano con altri immigrati ucraini di nuova generazione, in un groviglio di tette e trattori e pettegolezzi.

Ma la questione di fondo non è tanto questa, quanto venire a patti con il proprio passato. Il passato non è mai morto. Il passato vive. La donna che è stata tua moglie per sessantanni non muore solo perché muore. Le sue azioni e i suoi gesti vivono nel giardino che ha lasciato dietro casa, anche se in fondo non sei nemmeno stato l’amore più grande della sua vita. L’infanzia terribile di Vera nei campi tedeschi non è morta solo perché la guerra è finita e il comunismo pure. Vive nelle sigarette che fuma di continuo. Non esiste un’altra vita. La vita è una sola. E la vita che passi nel tentativo di dimenticare il passato, semplicemente non è vita.

Poi quando te ne rendi conto impari a salutare il sole, lo stesso dei campi arati dell’Ucraina. Arati con i trattori, ovviamente.

History-of-Tractors-Cover

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