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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Monthly Archives: febbraio 2014

Irene Selbmann e Massimiliano CapoIrene Selbmann e l’Atroce Massimiliano Capo si confrontano in una piovosa mattinata, romana per lei, viterbese per lui. Lei ha in mano zaino, borsa, ombrello e smartphone, perché stanno testando se i discorsi filosofici vengono bene con Telegram quanto venivano bene con WhatsApp, o davanti alla torta alle fragole al McDonald’s a Valle Faul.

La torta alle fragole del McDonald’s a Valle Faul è liquida. Non perché sia veramente liquida, ma perché è frutto di una contaminazione, come è una contaminazione il McCafé. E si tratta di una contaminazione che piace a tutti, a parte alcuni sfortunati intellettualmente disagiati.

Viviamo in un tempo in cui un pakistano cucina un’amatriciana da sballo,i bambini italiani chiedono ai genitori di aiutarli ad intagliare le zucche di Halloween, a New York guidano la 500, la colazione a Viterbo si fa anche al McCafé, la pizza napoletana la fanno meglio a Torino e Platinette è più conservatrice della Thatcher.

La forza di trasformazione del mondo ormai sta tutta fuori dalla politica per come l’abbiamo conosciuta. E infatti la politica risponde solo come non dovrebbe, cioè con l’idea di regolare invece di aprire le maglie. Celentano direbbe che la politica non è rock. Ma adesso il rock va anche un po’ di meno, quindi diciamo che la politica non è Indie. Dovrebbe seguire i flussi melodici di Florence + The Machine, e invece continua a suonare l’oboe, che l’ultima volta che è stato avvistato giocavamo con il Sapientone ed erano gli anni 80, e già non lo suonava più nessuno. E visto che qui siamo sul Maldestro, dobbiamo dirlo che la destra non è Indie. Non spacca. Ancora non è in grado, se non in piccolissima ed eremitica parte, di proporre idee veramente nuove.

Perché, non prendiamoci in giro, i tempi sono cambiati, non ve ne siete accorti? Sarà per via del frigorifero o magari per Bobby Solo, ma i tempi sono cambiati. Alle radici si deve fare onore, perché sono figlie della fatica e dei sogni di chi è venuto prima di noi, ma si deve anche avere il coraggio di ringraziare, fare tesoro e guardare avanti, così poi magari un giorno qualcuno farà onore a te, che hai osato sognare e disubbidire, che hai osato dissentire. Perché nessuno ha fatto la storia guardandosi alle spalle, ma semmai lasciandosi roba dietro le spalle e costruendone di nuova.

Forse è davvero il momento di chiedersi che cosa vuole essere da grande la destra. E probabilmente la prima cosa che deve capire è con chi vuole parlare. Con chi vuole parlare la destra? Perché là fuori c’è di tutto, c’è un casino di gente e questo casino non è destinato ad acquietarsi. Là fuori ci sono studenti, disoccupati, immigrati, detenuti, genitori, figli, artisti, prostitute, alti, bassi, omosessuali, giovani, vecchi, imprenditori, simpatici, antipatici. E queste categorie sono mischiate fra di loro, liquide come la torta alle fragole di McDonald’s. C’è per esempio un imprenditore vecchio e immigrato, uno studente basso e omosessuale, un detenuto alto e giovane, una prostituta simpatica e, almeno ufficialmente, disoccupata, e potremmo continuare.

Chiunque siano quelle identità liquide che girano per le strade di Roma, Viterbo, Caltanissetta o Torino, dobbiamo parlarci, mescolarci tra di loro, lasciarci contaminare e farci liquidi pure noi. Se crediamo che la politica possa sopravvivere, non può essere la forza reazionaria che cammina in senso contrario alla contemporaneità, con un paio di pesantissimi scarponi da sci, deve necessariamente essere un flusso snello che corre al fianco dei mutamenti sociali con un paio di Gazzelle. Altrimenti resterà da sola, e lascerà da sole troppe identità, che non le vorranno più bene.

Ma questi sono solo pensieri in un venerdì piovoso, di un post-comunista e di una libertaria nostrana.

Massimiliano Capo: Fin qui ha scritto la libertaria nostrana Irene Selbmann che come al solito è due metri avanti a tutti.

A me, che sarei il post-comunista dei due, necessita di aggiungere due cosine in chiusura.

La prima è che se sostituiamo alla parola destra la parola sinistra il discorso fila lo stesso, segno evidente che sono cazzi per tutti.

La seconda è che sono proprio ed esattamente cazzi per tutti.

The Selbmann e l’Atroce ringraziano Oliviero Toscani per la foto che li ritrae nudi e felici.

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Dai che la voce è arrivata sicuramente pure a voi: è arrivato Telegram, ovvero praticamente Whatsapp, solo che aumentato. Perché puoi mandarci molte più cose, perché dicono che ti ci puoi scambiare qualsiasi tipo di file ecc. Ma soprattutto, Telegram ha a cuore la tua privacy.

Telegram

Con Telegram ti riprendi il tuo diritto alla privacy. Che è un po’ come dire che Whatsapp sa tutte le cose che ci siamo detti fino ad ora per poche decine di centesimi l’anno e non ha intenzione di distruggerle. Anzi, le ha vendute a Facebook, che pure lui ha la memoria di un elefante.

Ma non solo, Telegram garantisce il diritto all’oblio, ad essere dimenticati, a distruggere quella foto del tuo culo che hai mandato in chat agli amici quando eri ubriaco. E questo non è poco.

Perché obbiettivamente, sai che me ne frega a me di mandare l’Ulisse di Joyce in chat a qualcuno, a me interessa che la mia privacy venga rispettata. A tutti interessa solo quello. Anche perché metti che un giorno diventi famoso? Whatsapp ti distrugge nel giro di 3 minuti, ritirando fuori quella conversazione piccante con il simpatico transessuale che hai conosciuto a quel party, o il tuo nome di battaglia sotto le coperte.

Così, in milioni, speranzosi, stiamo migrando verso Telegram. E la mia domanda è una: in che modo fa i soldi Telegram? Boh… Ma soprattutto, Telegram mi dice che delle mie cose private non gliene frega niente, che vai sereno, posso spedire le mie più intime informazioni a chi voglio, tanto resteranno tra me e chi voglio. Ma…chi me lo garantisce? Io non lo conosco il signor Telegram.

Allora, in poche parole, non resta che evitare di diventare famosi, così non ti si fila nessuno.

Casa Staminkia. Interno. Cucina. Colazione.

VERONIKA: Ieri so uscita co uno…

IO: …mmmh

VERONIKA:

IO: …beh??

VERONIKA: Huuuuu è carinoooo!!! è piiiccolooooo!!!!

IO: Vuoi uscirci o vuoi adottarlo?

VERONIKA: Voglio adottarlo credo.
Posso prenderti un po’ di caffè?

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Se fossi chi sono destinata ad essere, leggerei il New Yorker mentre sorseggio un tall cappuccino not too hot appena acquistato da Starbuck’s, dopo aver comprato lo sciroppo d’acero per i pancake del mattino. L’ho fatto dallo schermo del computer, dopo un espresso delle macchinette e masticando una ciabatta col prosciutto crudo. Il che non è proprio la stessa cosa.

Già ieri notte pensavo alla primavera, poi stamattina in tram ho letto che anche il mio amico Atroce ha pensato alla primavera, e lo potete leggere QUI. E sul New Yorker ho letto una storia terribile sull’amore, che è un po’ la primavera. Questa è la copertina della storia:

Come Together

Non è una storia né nuova né originale. E’ il classico primo innamoramento di un ragazzetto adolescente, ed erano gli anni in cui in Inghilterra nasceva il punk e in Norvegia forse manco se ne erano accorti. E in Norvegia questo ragazzetto va in bici e suona da schifo ma suona e crede di farlo bene. Il ragazzetto in questione è norvegese e si chiama Karl Ove, come l’autore del racconto, e si innamora di una ragazzetta, e la cosa che nota di più sono ovviamente le tette, ed è tutto come succede a quell’età. E cioè che in fondo non sai neanche che cos’è l’amore e ti sembra che sia amore ma invece non è vero, sono solo grosse tette. Che non sei capace nemmeno di baciare o di parlare, ma pensi che invece sei capacissimo, e forse sei una rockstar o magari un grande calciatore. E quando poi la ragazzetta ti lascia dopo il primo, terribile bacio, ti sembra di morire, e invece non muori.

In pratica, l’adolescenza fa schifo, ma è lì che capisci che niente è come uno si immagina.

A me l’adolescenza mette ansia. Anche quella degli altri, anche solo se la leggo. Mi mette ansia e basta. Non ci ho mai trovato niente di romantico nell’adolescenza. Io da adolescente odiavo la scuola ed ero quasi sempre incazzata ed esaurita, ascoltavo musica tutto il giorno, e spesso anche la notte, e credevo di aver capito un sacco di cose. Sì, insomma, più o meno come adesso…

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Mi sembrava che il nome lo avessi già sentito da qualche parte, e in effetti è così. Jenji Kohan è la donna che sta dietro a Orange is the New Black, ed è la donna che sta dietro a Weeds. In pratica, è un genio. E ancora una volta riesce a tratteggiare personaggi femminili inediti o comunque davvero poco battuti. La Kohan scava nel lato oscuro e nascosto delle donne e ti sbatte in faccia tonnellate di femminilità sconosciuta, quella che pochi riescono a raccontare, in parte perché è difficile da gestire, fa una certa paura, fa effetto.

Per capire di cosa parla Orange is the New Black devi partire da titolo, perché dice un sacco di cose. Cosa significa the new black? Sai che il nero va su tutto, no? Il nero è d’obbligo. Così quando di qualcosa dici che è il new black, intendi in pratica che è il nuovo must del momento, è la cosa della quale non si può assolutamente fare a meno. Perché il nuovo black è l’arancione? Perché in galera non puoi fare a meno dell’arancione, è il modo in cui ti vestono appena arrivi ed è la tua nuova moda. La realtà è quella e non puoi vivere in prigione con la testa fuori dalla prigione. Devi vivere lì dentro.

Orange is the New Black

Quindi Orange is the New Black parla di donne in prigione. E qui arriva la Kohan, che di una situazione che potrebbe risultare tutto sommato normale fa un casino allucinante, ironico, provocatorio e disarmante.

Piper è la protaginista della serie. Carina, biondina, curata, magra, in procinto di sposarsi con un ragazzo un po’ sfigato ma perfetto. Si direbbe una persona ordinaria. Ma lo scopo della Kohan è sempre stato quello di dire che in realtà nessuno di noi è ordinario. L’ordinario non esiste. L’ordinario è, nel migliore dei casi, una semplificazione e, se vogliamo proprio dire la verità, l’ordinario è un’invenzione.

Piper un bel giorno va in galera, perché qualcuno ha fatto il suo nome. E non è che qualcuno ha fatto il suo nome perché ha sbagliato. L’hanno tirata in ballo perché aveva aiutato un cartello internazionale di droga, di eroina in particolare. Perché? Perché aveva bisogno di soldi? Perché ci era finita per sbaglio? No no. Perché aveva una relazione con Alex, una trafficante del cartello. Alex testimonia contro di lei e la manda in galera. Il motivo e le circostanze non ve le dico, perché mi si accusa di spoilerare troppo e quindi non dirò nulla.

Però una cosa la devo dire, guardate questa serie. Certo, fa ridere ed è buffa e surreale, anche se quando la Kohan scrive le cose non sai mai quanto davvero sono surreali, perché ti sembra tutto assurdamente possibile. Ma non è che fa solo ridere, è anche schifosamente ben fatta, e la varietà di personaggi è così grande che ti perdi nelle loro storie e le vorresti conoscere tutte nei minimi dettagli.

Orange is the New Black va visto, perché in galera non ci sta gente diversa da noi. In galera ci sta gente come noi, che ad un certo punto fa la scelta sbagliata, o che non ne ha mai azzeccata una in vita sua. Comunque sia, è assolutamente identica a noi.

Qual è il filo sottile, la differenza che divide chi sta in prigione e chi non ci sta? Il più delle volte, che chi sta in prigione è stato scoperto. Tutto qui. Perché potenzialmente ci stiamo tutti. E qui mi viene da citare Pierpalo Capovilla:

Oh non siamo tutti
chi un po’ di più o chi un po’ di meno
siamo tutti
tutti tutti
completamente pazzi

Tenete a mente che a giugno arriva la seconda stagione, e ovviamente non sto nella pelle:

Ah dimenticavo di dire che la serie tv è basata su una storia realmente accaduta.

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In questi giorni ho sentito un sacco parlare di rivoluzione e di politica e tutte queste cose. Così scrivo di una cosa della quale voglio scrivere da moltissimo tempo, e cioè di una delle mie scene preferite della saga di Harry Potter, e forse delle mie scene preferite in generale.

E devo dire che questa scena qui, con il resto della saga c’entra pochissimo, anzi, sembra quasi un altro film, sembra quasi che non stai guardando Harry Potter. Oppure, forse, è la scena in cui capisci veramente cosa significa la saga di Harry Potter. E non ci crederete, ma non c’entra la magia, non c’entrano gli incantesimi, in Harry Potter.

Io la guardo e penso che è un minuto nella storia di giovani coraggiosi che combattono un potere oscuro e terribile, che combattono per la libertà contro un despota pazzo, sanguinario e spietato. E penso che quando si lotta a volte si è da soli, lontani da casa, lontani dagli amici.

harry e hermione

Questa scena è il mondo delle guerre e delle rivoluzioni visto dal buco della serratura dei rifugi dei rivoltosi, quando non stanno in trincea, quando per un attimo scordano di avere la morte sul collo e decidono che nessun male e nessun terrore può togliere il sorriso dalla bocca dei giusti.

Ed Harry è il leader per eccellenza, il capo dei capi, quello che combatte in prima linea, quello che vede l’amica di tante battaglie che sta perdendo la speranza e trova la forza per alzarsi e fare una cosa semplice.

Insomma a me questa scena fa venire i brividi:

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Quest’anno Google non mi dà la possibilità di commentare un nuovo doodle sull’ammmmore, come invece mi diede lo scorso anno, e l’anno ancora prima.

Così mi sono arrangiata. In ufficio mi hanno offerto un Bacio Perugina e dentro ho trovato un messaggio che almeno non è il solito messaggio di merda:

Baci perugina

Così lo condivido con voi, che l’amore e il PIN non posso condividerlo.

Bella per tutti quelli che almeno una volta nella vita hanno conosciuto l’amore.

Sennò che se campa a fa?

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