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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Monthly Archives: marzo 2014

Andiamo, siamo sinceri, per una volta. Non sapevamo più che dire del Colosseo. Ci avevamo girato film, ci avevamo messo dentro i gladiatori, perché quale luogo migliore del Colosseo per un colossal? Avevamo mandato i giornalisti a scovare il famigerato losco giro dei centurioni che si fanno pagare per fare le foto con i turisti. Avevamo fatto ammirare questa bellezza diroccata a presidenti di variegate nazionalità. Ci avevamo pure messo la gay street attaccata. Poi avevamo lanciato l’allarme che potesse crollare sotto i colpi delle sospensioni delle auto, dei bus, del tremolio della metro, che è più diroccata di lui.

Eravamo decisamente a corto di idee.

Poi arriva Obama, gli dà un’occhiata e …di grazia…cosa avremmo voluto sentirgli dire? Che è meraviglioso? Che il nostro è un grande paese con una grande cultura? Che negli Usa non hanno resti dell’antica Roma e beati noi che invece ce li abbiamo?

Obama si è guardato intorno e ha detto: è più grande di un campo da baseball.

Apriti cielo! Agli italiani bigotti toccagli la tradizione e sei il nemico numero uno. Ma mr. Obama ci ha reso una cortesia insperata, amici. Ha preso le macerie usurate della nostra pomposità e le ha colorate con i pastelli di un gusto pop che il Colosseo non ha mai avuto.

Voi avete Roma, noi il baseball, siamo venuti dopo, ma sticazzi.

E io immagino la figata fotonica di una partita di baseball dentro il Colosseo. E improvvisamente ho voglia di andarci. Una voglia che non avevo da 20 anni.

Grazie, Obama.

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Tutta questione di fantasia, di immaginazione, è quella che ti fa fare le cose. E’ l’idea di come le cose potrebbero uscire fuori che spinge la gente a farle. Ormai ne sono convinta.

Per esempio, ci sposiamo perché immaginiamo che tutte le mattine ci sveglieremo avvolti dall’amore e dalla gioia, e fare colazione sarà bellissimo e gli occhi assonnati di chi amiamo saranno per sempre un dono prezioso. Ci compriamo la macchina perché immaginiamo che quella macchina ci renderà più fichi, che girare con il gomito appoggiato sul finestrino abbassato, il vento nei capelli e gli occhiali da sole ci renderà belli. Evitiamo di mangiare burro fritto perché immaginiamo che il costume a luglio ci starà bene, meglio, o benissimo, e immaginiamo la nostra pelle tesa sotto il sole bollente e leggermente umida, che abbiamo appena fatto il bagno.

Per farla breve, mi sono comprata il tablet.

E sì, l’ho fatto perché ho avuto uno slancio di immaginazione, di fantasia. Ho avuto l’idea che andrà tutto bene, che mi troverò a risolvere problemi in men che non si dica, a leggere il New Yorker, al quale mi abbonerò a breve, a comunicare come una vera cittadina del mondo, seduta su un treno, o su un aereo, o ad un caffè cosmopolita. Ho immaginato che avrò dei bei capelli, forse anche una bella giacca, sicuramente begli occhiali da sole, e sarò ben truccata e guarderò il traffico silenzioso di una città caotica mentre ho un’idea geniale e la butto giù e viene ancora meglio di come l’avevo pensata. E non è troppo caldo. E non è troppo freddo. E sono innamorata. E sono anche particolarmente scialla, non saprei dire perché.

E il tablet adesso sta lì e mi guarda, ancora inscatolato, dentro lo immagino luccicante e nuovo, come il tempo che vivrò tra un minuto o due.  O domani. O a Miami.

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Poi magari vi racconterò di come l’avrò usato per giocare a Candy Crush, in pigiama, nel letto, spettinata e struccata, mentre penso che ho finito il latte.

Ma è una buona vita. Davvero buona. Io lo so. Ma non so perché.

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Da qualche giorno ho riscoperto che è decisamente possibile essere felici, e che anzi è una nobile arte, ma anche che non succede gratis. A qualche cosa devi rinunciare. E diciamolo, non è una cosa che tutti si possono permettere, perché essere felici è mediamente costoso ed è un salto nel buio.

Praticamente, ho deciso di tagliare. Sto riflettendo che non è la sicurezza che ti rende davvero felice, ma il pensiero che le cose vanno bene oggi, adesso, subito. A questo pensiero ho rinunciato per anni. E mmo mme so rotta li cojoni, come si dice dalle mie parti. Quindi ho mollato, per il mio bene. Ho mollato con dolore casa Staminkia, perché ho mollato un lavoro a Roma, perché ho mollato quel senso di responsabilità e serietà per il quale pensavo ok, faccio questo perché un giorno andrà tutto meglio, e adesso va così, ma è giusto perché uno deve un po’ soffrire per poi essere felice.

E chissà come mai, io resistevo resistevo, e poi felice ero solo quando scappavo via e raggiungevo le cose e le persone che mi fanno stare bene davvero. Perciò…ho tagliato. Ho tenuto l’essenziale. E non ho alcuna idea di cosa succederà. E se qualcuno mi chiede come sto, mi sento quasi in colpa a dire bene.

E’ bello svegliarsi al mattino e fare colazione con calma, avere voglia di accendere Spotify e potersi organizzare la giornata in autonomia. E’ bello ridere quando qualcuno dice cacca, amare, concedersi cose, commuoversi, e cucinare anche. E soprattutto dedicarsi a quello che ti interessa, che ti diverte, che tutto sommato non riesci neanche a chiamare propriamente lavoro.

E poi è bello ascoltare i White Lies e riempirsi il piattino dell’aperitivo con più cose di quante ce ne possano entrare, e riflettere che questo inverno non hai mai avuto davvero freddo, per la prima volta dopo tanti anni. E ormai è tardi per avere freddo, se ne riparla a novembre. Ormai basta.

E in fondo penso ancora che questa non è la vita vera. Ce l’ho questa retroidea che l’idillio con se stessi, con la propria macchina, con le strade e con il tempo prima o poi finisce.

Per ora c’è.

E rido da sola se dico cacca.

E ringrazio Michele per questa foto mentre mezza dormivo in autostrada.

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Dai, è la giornata mondiale della poesia e l’ho saputo solo ora. Stavo giusto mangiando una patatina e la prima, primissima poesia che mi è venuta in mente è questa, che mi ricorda di quando avevo 17 anni, ed è di Boris Vian.

Sarebbe fico sapere qual è la prima poesia che vi viene in mente, senza pensare, così! Di getto! Se vi va…

Questa è la mia:

Io non vorrei crepare
senza aver visto almeno i cani messicani neri
che senza sognare dormono a ciel sereno;
senza aver conosciuto ai tropici le voraci
scimmie divoratrici (le scimmie a culo nudo).
O anche i ragni argentati dai serici nidi felici
di spruzzi traforati.

No, non vorrei crepare ignorando se la presunta
monetina che spunta sotto la faccia della luna
stia a nascondere una seconda faccia a punta.
Se – dopo gran riflessioni – il sole e’ freddo.
Se le famose quattro stagioni
son proprio quattro e non tre.
Senza aver passeggiato per il corso in vestaglia
guardando fissa la marmaglia dei guardoni.
Senza aver ficcato i miei coglioni
in ogni posto vietato.

Io non vorrei finire senza sapere la lebbra
(beh, si fa per dire)
o almeno la febbre dei sette mali che
piu’ o meno certamente si acchiappano laggiu’:
resterei indifferente al bene e al male
purche’ di tutta questa vasta delizia
l’assoluta primizia
fosse riservata a me.

E poi non basta, c’e’ tutto cio’ che conosco,
che ho imparato ad amare: il fondo verde bosco
del mare dove le alghe sottili gareggiano nel
disegnare onde di valzer sugli arenili.
E ancora la terra, che a giugno crepita e sbotta
di odori, e le conifere, e un semplice pugno d’erba…

… e i baci di quella ! Si, insomma quella, signori.
Ursula.
Ursulotta. La piu’ bella orsacchiotta
fra tutte le orse maggiori.
Quella per cui non vorrei proprio crepare
prima di averla avuta tutta. Goderla la bocca nella bocca,
i bei seni nelle mie mani, poi con gli occhi il resto e…
Basta! Questi son fatti miei. Taccio.

Crepare ? Non puoi, come faccio ? ( come si fa ? )
Come vuoi crepare senza che ancora si siano inventate
le cose che contano: le rose eterne, le giornate di un’ora,
i monti marini e le spiagge, beh, le spiaggie montagnose.

La cuccagna finiti tutti i tormenti, i quotidiani
splendenti di colori, i bambini contenti e tutti i trucchi
ancora dormenti dentro i crani stipati di ingegneri ingegnosi,
socialisti associati, urbanisti urbanizzati e pensatori pensosi.

Dio, quante cose da fare, da intendere e volere
da contare e aspettare, mentre la fine gia’ avanza,
in notti sempre piu’ nere striscia, con la schifosa sembianza
di un rospo, non c’e’ piu’ scampo, eccola gli occhi nei miei…
proprio no, non vorrei crepare, nossignori, nossignore,
non senza aver fatto esperienza
del sapore tormentoso di cui sono goloso e geloso.
Il sapore piu’ delicato che si possa sentire,
il piu’ forte. No!

No, non voglio morire
prima di aver gustato
il gusto della morte.

boris

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Quando ho visto il trailer ho sentito un colpo al cuore, perché quell’uomo vestito anni 70 e baffuto aveva un sorriso che mi ricordava quello di Nino Manfredi, e sono sicura che lui sarebbe stato perfetto per girare Lei al posto di Joaquin Phoenix, anche se pure lui è stato perfetto, perfettissimo.

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Anche perché se il film fosse stato girato negli anni 70 non è che sarebbe cambiato molto. E quella storia che Lei parla della solitudine dell’uomo moderno e del suo rapporto malato con la tecnologia non me la bevo neanche per un secondo. E datemi retta, non bevetevela nemmeno voi. E’ una balla.

Theodore sembra uscito dagli anni di piombo, non pare per niente un cittadino della Los Angeles del futuro, con quei pantaloni a vita alta, quegli occhialoni, quella borsa a tracolla. E a parte qualche giochetto tecnologico a ricordarcelo, anche il futuro non è molto diverso da oggi, o dagli anni 70, o 80, o 90. Sì è vero, Theodore è triste ed è solo, ma non è perché vive in un futuro un po’ istagrammato, come se tutte le scene della sua vita presente e passata avessero attraversato un filtro modificatore che le rende più artistiche e calde, e non è nemmeno perché ha un rapporto malato con la tecnologia. Theodore è triste e solo perché sta divorziando e perché tutta la sua gioia è morta, tutti i suoi progetti sono andati dritti nel cesso. E sì, è vero, Theodore si innamora di una voce, o meglio di una voce che non esiste, o meglio ancora (o peggio?) di una persona che non esiste, perché è la voce di un sistema operativo.

E se il film fosse solo una pippa immane su quanto comunichiamo poco e su quanto la tecnologia ci abbia sterilizzato sarebbe un film inutile e pure palloso. Voglio pensare che a queste zozzerie regressive scippa applausi non ci creda più nessuno.

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Quindi, invece di infarcire di banalità luddiste un film che è tutt’altro, riflettiamo per un secondo. Quanta parte della nostra vita è fatta di sogno? Quanta parte delle nostre relazioni è fatta di immaginazione? Quanto spesso immaginiamo di stare con la persona che amiamo nei momenti in cui ci è lontana? Quante volte vi siete addormentati cullandovi nell’idea di non essere da soli nel letto, o di avere il vostro amore al posto del passeggero mentre siete sulla tangenziale o al semaforo? Quante volte ci è capitato di desiderare chi non possiamo avere e di vivere nell’idea di averlo lo stesso? E quanto tempo passiamo a sognare di essere persone diverse in un posto diverso? E quante volte ci siamo sentiti quasi in compagnia durante un aperitivo, o bevendo una birra con gli amici, e tornando a casa abbiamo avuto quella sensazione di vuoto, di mancanza, di irrisolto?

Ecco, adesso forse la storia di Theodore si può leggere in modo un po’ diverso.

Lei non parla affatto di quanto è malato innamorarsi di un sistema operativo e di quanto è anonima Los Angeles nel futuro e di quanto la gente sarà sempre più sola.

Lei parla di quanto è facile costruirsi una felicità che non esiste con il solo scopo di riuscire a sopravvivere ad un’infelicità intollerabile.

E questo succede anche senza sistemi operativi quasi umani.

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La Selbmann e l’Atroce sono in fila alle poste, dove la cosa migliore è teorizzare. Al lungo semaforo di Porta Romana, si sono detti che la politica è un sacco dentro alle cose, forse troppe, proprio dappertutto, in tutti i discorsi e a volte, detto fra noi, te la porti pure a letto. E uno tifa già allo stadio e diventa impegnativo avere troppe squadre a cui stare appresso.

E nessuno vuole vivere in perenne campagna elettorale. Le persone vogliono solo essere felici, provarci, e cercano come possono una cosa sola, che poi è stare bene. Alcuni vogliono diventare ricchi, ad altri non interessa. E questo, come tutte le verità, è estremamente banale.

La teoria è semplice: va su un governo e se tra cinque anni io sarò stato bene, rivoterò quel governo. Se sarò stato male, ne voterò un altro. Nel frattempo, però, non rompete troppo i coglioni che ho parecchio da fare.

Invece no. Perché è forte la tentazione di scambiare il “sarò stato bene” con “hanno deciso ciò che mi serve, perché lo sanno meglio di me”. Meno comune è leggere “sarò stato bene” con “ho deciso cosa è meglio per me e non mi hanno rotto i coglioni mentre ho cercato di ottenerlo”.

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liberi

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