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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Category Archives: Essere Accaldati

Avevo messo la radio pop di Spotify perché forse non mi andava di sentire niente, ma appena l’ho messa è partito Bruno Mars, che copia i Police, e quindi ho capito che volevo ascoltare i Police.

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Perché i Police mi fanno sentire come se non stessi davvero facendo la Cassia ma come se stessi guidando verso una spiaggia, su una decappottabile bianca o rossa e sarà più o meno il 1980, 81…più o meno. E poi i Police hanno questo gusto reggae rock che mi è sempre piaciuto, prima che Sting andasse in giro per il mondo vestito con il colletto rotondo come Biagio Antonacci, prima che si vantasse di quante ore di fila riesce e fare sesso con la moglie, che credo si chiami Trudy, il che è buffo perché si chiama come la moglie di Gambadilegno.

E mentre ascolto Can’t stand losing you penso a quando al liceo facevo le tavole di disegno tecnico ascoltando Owner of a Lonely Heart degli Yes e tutto l’album con quella canzone, e quante cose sono successe da quei pomeriggi sulle tavole e gli Yes, che adesso proprio non potrei sopportare di perdere quello che ho, perché mi è costato un sacco e quando uno mette un’ancora è esattamente lì che lo stavano aspettando sulla terra ferma. E sicuramente qualcuno mi aspettava pure quando stavo con la lampada da scrivania accesa e la cassetta degli Yes e tracciavo righe e curve e non sapevo dove sarei stata 15 anni dopo. E no, non voglio perdere niente:

Penso che mi sembrava che Alanis Morissette avesse cantato una canzone dei Police nell’umplugged famoso che fece per Mtv, ma non mi ricordavo che fosse King of Pain, che è fichissima, e anche lei era fichissima in quegli anni, prima che diventasse una signora. Avevo il cd dell’umplugged e me lo ero consumato durante gli anni del liceo e anche dopo, lo amavo da morire:

E guido felice a pensare a queste cose, e al rischio che diventiamo come Alanis da signora o Sting in versione Biagio, ed è una cosa che va assolutamente evitata. E guido felice e poi quando vado a casa voglio scrivere qualcosa perché almeno mi fisso tutto quello che sto pensando. E potrei pure farlo su un foglio e tenermelo per me ma poi inizia Message in a Bottle e penso che è per questo che ho aperto il blog, e che tutti quelli che scrivono un blog scrivono messaggi in bottiglia, e penso a tutte le volte che ho pensato e penso rescue me before I fall into despair. Quindi io questa canzone la amo, e lo voglio scrivere:

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No che non mi va ma so che mi farà bene.

Esco di casa senza niente, neanche i documenti,  così se stramazzo in un angolo nessuno potrà identificare il corpo di una fiacca che stava facendo una corsetta. Sono una schiappa, pochi balzi e sono già senza fiato,  mi sento alla fine della Stramilano. Mi dirigo verso Villa Torlonia in cerca di un posto dove allenarmi alla fatica e scoprire quanto sono pippa.

Mentre provi a fare qualcosa c’è sempre l’intoppo e cose che succedono nel frattempo.

Cittadini comuni che non sanno che non sono abbastanza agile da aggirarli indugiano sul mio rettilineo incerto. Due indiani mi vedono arrivare e so che si stanno dicendo nella loro lingua difficile che sono una sega immonda, che Kalì correrebbe sicuramente meglio e non avrebbe pietà di me. Poi l’asfalto irregolare, cartacce scivolose, merde di cani, i capelli che si slegano lentamente ma inesorabilmente e la mia ombra sembra quella della Maria Pelosa. Dall’altra parte della strada c’è quella che però trotta vestita da arlecchino, e ha anche un marsupio. Sembra della Leopard. Cazzo erano 20 anni che non pensavo alla Leopard. Tutto sommato non sto messa così male in confronto a quella. Certo, in confronto a questo che tira certe falcate che a me sarebbe già partito un legamento e mantiene un respiro regolare come un soldato, io sono una monnezza. E poi ecco il cazzo di pedone che cammina verso di me. Non mi posso fermare,  sarebbe un disonore,  sputo un polmone e tiro dritto. E poi la saliva si appesantisce da morire e l’ultimo sputo finisce sempre troppo vicino.

Mentre mi streccio le poche fibre muscolari che il mio corpo precario ha conservato sotto la polvere sottile di Roma penso che una volta avevo persino gli addominali, e che devo fare la dichiarazione dei redditi. Penso che a fine giugno lascio casa. Penso che forse. Penso che boh. Penso che è un casino.

Tiro una ventina di falcate grandi nell’ultimo tratto di ritorno verso casa, davanti al kebabbaro che mi ha nutrito la sera prima, che ero di ritorno da un viaggio ed ero triste e senza l’amore.

Tutto il tempo ho in testa una sola canzone. Una e basta.
C’è un motivo.
Il trucco è continuare a respirare.
Respirare.
Respira.

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Regoli il volume al massimo e infili il cellulare nello zainetto, così manderà tutta la playlist che hai scaricato illegalmente. La verità è che fare sport con le cuffie è una merda, mi cadono sempre, forse ho le orecchie piccole. Inforchi la bici vecchia e malfunzionante e vai.

A seconda della canzone che esce puoi immaginare di essere uno dei bambini di E.T. o un atleta consumato in testa al gruppo, in fuga verso la vittoria. Puoi anche essere uno scaltro e moderno lavoratore che attraversa il ponte di Brooklyn pedalando verso i soldi. Alternativamente, puoi pedalare per raggiungere il tuo amore, o per consegnare un messaggio di importanza cruciale prima che avvenga qualcosa di irreparabile. Puoi essere la star colta in un informale momento in bici e immortalata sul settimanale scandalistico più in voga. Puoi essere un amante della natura o un poliziotto di Pacific Blue. Puoi essere Jessica Fletcher che va a comprare le verdure o il pesce al porto di Cabot Cove.

Poi armeggi con i bulloni per regolare il sellino e puoi essere qualcuno che ha grande dimestichezza con gli attrezzi e con le mani riesce e mettere a posto tutto.

Perché alla fine fare sport è un po’ come leggere. Solo che leggere è un po’ meno faticoso.

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Ci portavamo spesso dietro la videocamera perché una volta si usava far vedere ai parenti e agli amici stretti i filmati dei posti dove andavi. Ovviamente era una palla. Erano quelle riprese che quello che riprende chiede a un altro: allora? dove siamo oggi?

Nel 2013 è una cosa meno frequente perché appena poggi le chiappe in un posto scatti subito una foto,  la mandi su Facebook, fai check-in, e subito tutti sanno dove sei, con chi sei, a fare cosa e che tempo fa.

Quando ero piccola avevamo la roulotte. Mio fratello, Pino, non voleva dormirci, diceva che non voleva stare in una casa finta. Ma poi si è abituato. Di quella vacanza in Sardegna, quando la mia famiglia aveva la roulotte, ho rivisto un video di quelli di cui sopra, un sacco di tempo fa ormai, tanto che neanche ricordo quando. Tutti abbiamo un video in cui si sentono sotto i cricri delle… cicale credo. E chi viene ripreso non vuole quasi mai essere ripreso e fa lo scocciato ma per finta, perché in fondo non è davvero scocciato, ha solo paura di venire brutto.

Io in quel video non sono neanche brutta. Sono una bambina. Avrò quei…9 anni? Più o meno. E sono un vero, classico maschiaccio. Ma sì, niente fronzoli. Sono un maschiaccio scocciato di essere ripreso. Ma di quella vacanza ricordo una cosa in particolare. Ci eravamo portati le bici, perché partivamo carichi all’inverosimile, che preparare le cose per partire era stress vero, era la parte peggiore della vacanza. Forse è anche per questo che oggi ci metto circa 20 minuti a prepararmi la valigia.

Quindi dicevo ci portavamo le bici. E con la bici andavamo dalla piazzola fino al centro del campeggio, passando per il viale principale, dove c’erano macchine in uscita e in entrata e bisognava stare attenti. Da lì si faceva il giro dalla parte opposta e si tornava alla piazzola. Una volta siamo andati a fare questo giro io e Pino. Io ero ancora in quel periodo che anche se sei una femmina sei più forte, ma solo perché Pino era più piccolo di me. Poi quando è cresciuto ho cominciato a perdere tutte le lotte sul lettone e le gare a sport vari. Che disdetta!

Avevo iniziato a pedalare e mi ricordo che lui era un po’ indietro. Sulla bici mi sembrava sempre un gattino, tanto lo vedevo piccolo… persino adesso a volte mi sembra piccolo anche se fa l’avvocato, fuma e difende la gente importante che non paga le tasse, e non c’è modo nel quale io possa batterlo a qualsiasi lotta su qualsiasi superficie. Da piccolo diceva sempre un attimo! Quando lo chiamavi, quando doveva mettere a posto qualcosa, e anche quando rimaneva indietro in bici. E non so perché ma mi ero un po’ scocciata di aspettarlo quel giorno. Magari mi girava il culo. O forse era perché dovevo andare veloce per fingere di fare il giro d’Italia. Un altro giorno della stessa vacanza ho fatto un giro da sola, sono andata veloce per fingere di fare qualche gara sportiva, mi sono voltata indietro come per vedere se i miei avversari mi raggiungevano (anche se ovviamente dietro non c’era nessuno) e sono andata a sbattere dritta contro una macchina ferma, facendomi pure piuttosto male.

Insomma, quel pomeriggio, anche se non mi andava, l’ho aspettato lo stesso.

Questo per dire che in fondo ripensandoci non ero neanche veramente scocciata. E’ che ero piccola e non capivo che si vive solo aspettandosi. E sono sempre contenta quando aspetto il caro Pino da qualche parte.

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Sebbene oberata di studio e ansia tipica di chi fa un concorso pubblico d’estate, mi sono tuttavia concessa un paio di giorni con le chiappe a mollo nella ridente località di Tarquinia. Non è argomento nuovo per questo blog. Tarquinia è parte della mia storia. Abbiamo tutti i nostri lati oscuri, Tarquinia è un po’ il mio lato inquinato, quel lato che avrebbe bisogno di un restauro, anche solo un’imbiancata.

Iniziamo col dire che non sei un vero frequentatore di Tarquinia se non ricordi a memoria la successione degli stabilimenti balneari dal Porticciolo alla Foce. E tu lo devi sapere, lo devi cazzo sapere che ogni stabilimento ha il suo popolo, che divide le classi sociali in compartimenti non troppo stagni, perché siamo comunque al mare, e il costume è una livella, la sabbia sul culo umido è una livella, l’acqua torbida e oleosa del litorale dove vai ad ammollarcelo è una livella. E quella è la livella più democratica e quindi spietata. Tu hai il macchinone e i soldi, io no, però il culo lo ammolliamo nella stessa melma. Adesso io e te siamo uguali.

In questi due giorni di mare sono finita per caso nello stabilimento della cacca. La cacca è un concetto che conosco sin da piccola. La cacca sono tutti quei cognomi che si sa chi sono. Figlio di, nipote di, moglie di, imparentato con. La chiama cacca la Contessa, la chiama cacca mia mamma e perciò la chiamo cacca pure io. La Contessa ha sciarpellato fino all’ombrellone, si è seduta sulla sdraio, si è guardata intorno per qualche secondo ed ha commentato: Mmmmh…Quanta Cacca….

Eh sì in questo stabilimento c’è tanta cacca. Ma a me fa un sacco ridere. Mi fa ridere che questi arrivano in spiaggia e appena appoggiano la pianta del piede sudato sulla passerella di cemento elencano ai clienti storici le mete che hanno calcato prima di approdare a questa crudele e sabbiosa livella sociale. Un paio di loro, mentre pranzano al fresco del self service, commentano che lo stabilimento non è al livello di una volta. Eh no, se ci sto persino io… direi proprio di no. O forse è la cacca che non è al livello di una volta. Specialmente quando assisti alla scena del maschio non più giovane che afferma di chiamarsi Ranieri e rimarca ad alta voce, con il tuo orecchio a due centimetri, che cognome importante eh?! 

Chissà se i Ranieri, quelli veri, hanno la sabbia sul culo e lo ammollano nella melma come me…

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Mai e poi mai sarei andata in una località di mare romana la domenica. E la prima domenica dall’ingresso dell’estate poi… assolutamente mai.

Così ho deciso di andare. Ma a modo mio. Procrastinando.

La partenza all’alba è una tortura immeritata. Perciò sono per la colazione in tarda mattinata, restando a letto tutto il tempo che serve. Poi si pranza a Trastevere, che tanto la prima domenica d’estate trovi posto senza prenotare. Dopo si fa un giretto da Decathlon perché mi serve un caschetto per la bici, che ormai sono sportiva. Sono sportiva anche se dopo un giro del quartiere mi sento come se avessi inseguito Pantani su una tappa di montagna.

Poi, e solo poi, si può partire per Fregene. Verso le sei, quando è più fresco, quando da Fregene a Roma ci sono due file parallele e ininterrotte che occupano le corsie di percorrenza che procedono in senso contrario al tuo. Tutti in fila. Tutti fermi. E mi viene in mente Alberto Sordi quando diceva che lui non si muoveva mai da Roma, guardava la gente in fila con la macchina e pensava ma che sso mmatti!? Infatti,  matti completamente. Io arrivo a Fregene velocemente, parcheggio davanti a dove voglio parcheggiare. Affondo i piedi nella sabbia e cammino sul bagnasciuga. Anche perché a Fregene non c’è il lungomare. E questo fa schifo. Ma proprio schifo. Un mare senza il lungomare è giustificabile solo laddove non esistessero neanche gli stabilimenti balneari. Ma un mare come Fregene ce li ha gli stabilimenti, perciò senza il lungomare fa schifo e basta.

Ma il mare è bello comunque, affondi i piedi nella sabbia e dimentichi di come si cammina con le scarpe. L’acqua è ancora fredda anche se è arrivata l’estate. C’è quel vento che si alza sempre al pomeriggio sulla costa laziale e io lo conosco da quando ero piccola. Infatti fare il bagno al pomeriggio era più divertente perché si alzavano le onde. La Contessa dice che è colpa delle Bocche di Bonifacio. Non lo so se è vero ma a chi non è del Lazio spiego che c’è vento per via delle Bocche di Bonifacio. Tanto loro che ne sanno…

E poi era dal 2007 che non mi sentivo il Wisconsin in bocca e non avrei mai pensato di riassaggiarlo a Fregene. Il Wisconsin è soprannominato The Badger State. Tutti gli stati americani hanno un soprannome. Anche due o più. Ho assaggiato una birra fatta lì. Mi piaceva un sacco. In Italia si trova poco o forse sono io ad essere poco attenta. Poi ho scoperto che la Miller s’è comprata pure la Peroni. Forse si fa prima dal Wisconsin a Fregene che da Fregene a Roma nell’ora di punta. Dal Wisconsin a Fregene si scorre, come quando torni verso Roma dopo cena, con l’arietta fresca come una Miller sulla spiaggia, e senza fare la fila, perché di solito sono pochi quelli che hanno la pazienza di aspettare le cose più belle. Allora è meglio così, te le godi te in santa, santissima pace.

Nel 2007 la Miller la compravo al supermercato a Houston. Nel 2013 l’ho pagata alla cassa a Fregene e me l’ha data un ciccione. Poco prima di sedermi davanti al sole, poco prima che mettessero un disco del 1994, Space Cowboy. Quando ero adolescente a un campeggio in Calabria non parlavo quasi con nessuno e finiva che Space Cowboy la ballavo da sola, poi mi rompevo le palle. Adesso non ho più paura di parlare con la gente, di ballare da sola o di rompermi le palle.

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Arriva con un taxi che possa ospitarci tutti, altrimenti 4 persone più valigie non sarebbe stato facile. Notiamo subito che probabilmente ha appena seppellito qualcuno, probabilmente un laziale (vivo o morto non possiamo dirlo), perché ha ancora le unghie delle dita contornate da un elegante marrone scuro. Guida ai 120 e raramente guarda la strada, provocandoci improvvisi attacchi di scagazza da ho visto la morte passarmi davanti e farmi il gesto dell’ombrello. Tiene la macchina con il 90% dei fili scoperti

De dove sei te? Novara? Vicino a Milano? O sai che cc’è dde bbello a MMilano? Er treno pe Romaaaa! Hahahaha e cche cc’ha dda esse!? In effetti non ha poi tutti i torti. Questo tassista ti può dare molteplicissime informazioni su quello che hai sempre voluto sapere. Il tragitto fino a Termini dura al massimo un trenta minuti, neanche. Ma abbiamo il tempo per apprendere i fondamenti dell’urbanistica di Asti, luogo dove il nostro eroe faceva il militare. Poi si comportò male e per punizione lo mandarono a Vercelli. Accidenti, deve averla davvero fatta grossa, questo simpatico tassista…

Non solo, abbiamo tempo sufficiente per sapere che Cinecittà e Torino sono praticamente la stessa cosa, che il viterbese non è male come zona, ma è molto diverso dai Castelli Romani. Il nostro amico non segue più la Viterbese calcio perché è una pippa. Abbiamo tempo di ricordare quando la Morace allenò la squadra, senza però ottenere i risultati sperati. Lei è ppure ‘n avvocato co ddu palle ccosì. Calabbrese. Giocava nela nazionale femminile e ffece nzesà quanti gol.

Ci ha decisamente preso in simpatia. Ci racconta la storia di Franco Califano e di come pare abbia salvato un sacco di ragazzi di strada facendoli giocare a pallone. Però ormai lo spingono sul palco, che non ce la fa più a cantare.

E comunque mo sti tatuaggi se li stanno a ccancellà, perché a llavoro non li vojono mica! Aoh tutti se tatuavano qui sur braccio AMO MAMMA. AMO MAMMA!!! Ma annava ner trentasette AMO MAMMA! 150 euro pe scrive AMO MAMMA! ‘Na vorta ho conosciuto uno che ss’era scritto qqui sur braccio DONNA CHE TRADISCE NON MERITA PERDONO.

Wow – dico – saranno almeno 350 euro…

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