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Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Category Archives: Essere Fighi

Da bambini la maschera faceva il fico. Sicuro. Questa è una grande lezione. Il fico era uno che si mascherava originale, immediatamente riconoscibile, che lo guardavi e pensavi Che ficoooo! Mentre te? Da cosa eri mascherato te?

Tutti noi abbiamo un elenco più o meno lungo di maschere arrangiate che hanno caratterizzato la nostra infanzia, più o meno le stesse per tutti, low cost, confuse e rigorosamente dell’ultimo minuto.

La regina di queste maschere è senza dubbio la maschera da punk. Noi nati negli anni 80 siamo stati cresciuti con un’idea terribilmente disordinata di cosa è un punk, e in parte la colpa è da imputare ai nostri genitori che ci hanno mascherato da punk a Carnevale. La mia personale maschera da punk era un miscuglio filosofico di grunge, figli dei fiori e senzatetto. Un’accozzaglia di simboli della pace e linguacce, camicione a quadri e capelli fosforescenti, medaglioni esoterici e anelli al naso. Una merda. Il mascherato da punk lo riconoscevi subito, la sua tenuta era sempre brutta ‘na cifra. Non potevi sbagliare.

Naturalmente il punk non era la sola maschera che si tentava di produrre con il materiale già disponibile in casa. L’altra faccia del punk era infatti la gitana. La gitana era un incrocio tra i vestiti vintage con i quali tua mamma andava all’università da ragazza e trucco mutuato dalle amiche di pretty woman. Mamma apriva l’armadio delle cose vecchie, tirava fuori una gonna lunga simil-Woodstock e una blusa indianeggiante, e poi ti truccava come una battona. Il risultato era da Yoko Ono sulla Salaria, con casuali influenze mediorientali qua e là.

Per tutti poi arrivò il momento di mascherarsi da bambino piccolo. Bastava prendere un grembiule abbondante, farsi dei codini ai lati della testa, disegnare lentiggini e attaccarsi al collo un ciuccio gigante, tanto per non lasciare spazio a fraintendimenti. La cosa peggiore è che questa maschera richiedeva lo sforzo ulteriore di parlare come deficienti, per sottolineare che eravamo mascherati proprio da bambini piccoli. Alcuni si lasciavano andare anche a capricci esagerati con tanto di sbattuta di piedi. Davvero imbarazzante.

Molto gettonato anche il sempreverde costume da fantasma. Di solito in questo caso veniva chiamata in causa una qualche nonna o vecchia zia che, grazie alle sue doti nel ricamo e nel taglia e cuci, veniva incaricata di trasformare quel vecchio lenzuolo in una tunica spaventosa. Anche qui l’effetto sonoro era affossante, dovendosi per forza prodigare in numerosi huuuuuuu per essere fantasmi a tutti gli effetti.

Non ho pretese di esaustività, per l’amor di Dio. Anzi, vi invito calorosamente a farmi presente le maschere di merda che vi vengono in mente.

La maschera di merda che ricordo con maggior terrore fu senza dubbio una che mi fu rifilata con l’inganno. Mia mamma, afflitta perché mi rifiutavo categoricamente di vestirmi da fata dei sogni o da damina, un bel pomeriggio mi fece misurare un paio di pantaloni verdi e una maglia gialla. Ritenni l’accoppiata piuttosto accettabile, anche se non mi era affatto chiaro che tipo di maschera fosse. Il giorno della festa indossai questi due capi chiedendomi da cosa fossi mascherata. La risposta arrivò presto, quando mia mamma mi si avvicino con un’enorme corona di petali colorati. Ebbene sì, ero un cazzo di fiore. Accettai di tenerla in testa per il tempo di una foto, nella quale ho une delle facce più incazzate che la Kodak abbia mai impresso su una pellicola.

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Continua la mia avventura da fashion blogger, per arricchire la sezione Essere Fighi. Inizialmente avevo immaginato che la cosa si sarebbe conclusa lì, ma sento forte in me un’esigenza messianica dalla quale non posso sottrarmi, una crociata di stile che sento di voler portare avanti. Quale sacerdotessa autoproclamata del normcore, mi appresto dunque ad aggiungere un altro tassello alla mia Bibbia modaiola ed a descrivere a tutti i senza-identità-fashion del web la mia mise odierna.

Come ho recentemente notato, la temperatura nella Capitale è passata da grancallo a freddobbecco nel giro di uno starnuto. Manco il tempo de mette via i calzoncini. Stanno ancora lì, sulla sedia, che mi guardano speranzosi di essere utilizzati ancora una volta prima di salutarmi e rivedermi a giugno.

Mio grosso malgrado, ho dovuto adattare l’abbigliamento alla nuova situazione climatica. Come ho fatto? Semplice. Al buio pesto e in punta di piedi, per non svegliare la mia compagna di stanza, ho infilato un braccio nel buco nero che è la mia parte di armadio. Ne ho estratto qualcosa. Poi ho trovato a tastoni la sedia, ho toccato un tessuto che mi pareva jeans, e l’ho carpito. In seguito, sono uscita dalla stanza e ho preso un paio di calzini dallo stendino. Infine, sono entrata in bagno per cambiarmi e ho trovato alcune paia di scarpe di mia proprietà, ne ho preso un paio e l’ho infilato. Non paga, sono rientrata al buio di camera da letto, ho riaperto l’armadio e con la luce del cellulare ho scovato la giacca che volevo. Vado ad illustrare il risultato:

Jeans blu con i filetti trapuntati che stanno per dirmi addio per sempre – Zara

Converse nero gessato alte alla caviglia – un anonimo outlet di San Antonio in Texas

Maglino nero che posso mettere ora che non ho più la panza – Zara

Giacchino mezzo fico rosso, azzardo di quando avevo un po’ più di soldi  – Benetton

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Happy Normcore fashion dalla vostra nuova fashion blogger, The Selbmann.

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Questo post va dritto nella sezione Essere Fighi, perché di questo si tratta. E finalmente, direi. Ho un problema con l’abbigliamento e questo purtroppo non cambierà, a meno che non mi spediate dritta da Ma Come ti Vesti? Io, elegante, solo ai matrimoni. L’accessorio sfizioso mi fa sentire una abat- jour, il tacco lo metto solo per non sfigurare in altezza, non vesto marche superiori a Zara e adoro i calzini a righe colorate. La mia tenuta sempreverde consta di un paio di pantaloni e qualcosa sopra che abbia delle maniche.

E ho scoperto che spacco i culi.

Nel senso che io non sono una che non segue le mode. Io faccio le mode. Io forse sono la moda. Perché sono stata recentemente informata che sono normcore. Come me, molte star di Hollywood, rocker, attori, fiche e fichi.

LAweekly si è chiesto se per caso la gente normale sia in questo modo diventata improvvisamente fica. La risposta ce l’ho io. La risposta è sì.

Pare che la cosa risalga addirittura a Steve Jobs, ma io ho iniziato a vestirmi a cazzo di cane molto prima che lo facesse la buonanima. Ormai il jet set mi chiama per chiedermi cosa mettere prima di uscire di casa.

Ora, io non mi sono mai sentita una fashion blogger ma forse è il caso che inizi.

Quindi vediamo, vado a descrivere il mio abbigliamento odierno, senza mettere niente in posa, come una normcore fashion blogger, sperando di esservi d’aiuto e spunto:

Jeans giallo che casca un po’ male addosso – Zara

Converse un po’ sporche blu puffo – AwLab

Fantasmini che in foto non si vedono – Oviesse, quelli dei bambini

Canotta verde a righe che mi sta un po’ lunga – Tezenis

Robetto grigio con bottoncini – Stradivarius

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Happy Normcore fashion dalla vostra nuova fashion blogger, The Selbmann.

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Il problema di quella motocicletta, il vero problema, non era neanche che il centauro ci stava attaccato sopra e non si staccava. Il problema era che andava solo avanti e indietro. Non prevedeva curve. Perciò era difficile farci i fichi, con una moto che non curvava.

La desideravo tantissimo, ma proprio tanto, perché in televisione quelle cazzo di moto facevano sempre il diavolo a quattro. E saltavano fossi e torrenti e sollevavano polvere.

Della mia, quella col centauro immobile che andava solo avanti e indietro, ho un solo ricordo, sotto luci artificiali la mattina di Natale. Mi ero alzata prima di tutti e le serrande in salotto della casa nuova erano ancora giù. Così ho acceso la luce piccola e ho messo la moto davanti alla libreria di legno scuro, in modo che potesse percorrerla tutta, fino all’ingresso della cucina.

La ricordo sul pavimento in cotto col riflesso della luce sopra.

La mia moto era rossa, ed era rosso anche il centauro immobile, e volevo che facesse tutte le ficate della televisione. Perché la moto fa molto fico anche se è piccola.

La morale è, prima di comprare una moto per fare le ficate, accertatevi che curvi.

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Avevo messo la radio pop di Spotify perché forse non mi andava di sentire niente, ma appena l’ho messa è partito Bruno Mars, che copia i Police, e quindi ho capito che volevo ascoltare i Police.

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Perché i Police mi fanno sentire come se non stessi davvero facendo la Cassia ma come se stessi guidando verso una spiaggia, su una decappottabile bianca o rossa e sarà più o meno il 1980, 81…più o meno. E poi i Police hanno questo gusto reggae rock che mi è sempre piaciuto, prima che Sting andasse in giro per il mondo vestito con il colletto rotondo come Biagio Antonacci, prima che si vantasse di quante ore di fila riesce e fare sesso con la moglie, che credo si chiami Trudy, il che è buffo perché si chiama come la moglie di Gambadilegno.

E mentre ascolto Can’t stand losing you penso a quando al liceo facevo le tavole di disegno tecnico ascoltando Owner of a Lonely Heart degli Yes e tutto l’album con quella canzone, e quante cose sono successe da quei pomeriggi sulle tavole e gli Yes, che adesso proprio non potrei sopportare di perdere quello che ho, perché mi è costato un sacco e quando uno mette un’ancora è esattamente lì che lo stavano aspettando sulla terra ferma. E sicuramente qualcuno mi aspettava pure quando stavo con la lampada da scrivania accesa e la cassetta degli Yes e tracciavo righe e curve e non sapevo dove sarei stata 15 anni dopo. E no, non voglio perdere niente:

Penso che mi sembrava che Alanis Morissette avesse cantato una canzone dei Police nell’umplugged famoso che fece per Mtv, ma non mi ricordavo che fosse King of Pain, che è fichissima, e anche lei era fichissima in quegli anni, prima che diventasse una signora. Avevo il cd dell’umplugged e me lo ero consumato durante gli anni del liceo e anche dopo, lo amavo da morire:

E guido felice a pensare a queste cose, e al rischio che diventiamo come Alanis da signora o Sting in versione Biagio, ed è una cosa che va assolutamente evitata. E guido felice e poi quando vado a casa voglio scrivere qualcosa perché almeno mi fisso tutto quello che sto pensando. E potrei pure farlo su un foglio e tenermelo per me ma poi inizia Message in a Bottle e penso che è per questo che ho aperto il blog, e che tutti quelli che scrivono un blog scrivono messaggi in bottiglia, e penso a tutte le volte che ho pensato e penso rescue me before I fall into despair. Quindi io questa canzone la amo, e lo voglio scrivere:

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Andiamo, siamo sinceri, per una volta. Non sapevamo più che dire del Colosseo. Ci avevamo girato film, ci avevamo messo dentro i gladiatori, perché quale luogo migliore del Colosseo per un colossal? Avevamo mandato i giornalisti a scovare il famigerato losco giro dei centurioni che si fanno pagare per fare le foto con i turisti. Avevamo fatto ammirare questa bellezza diroccata a presidenti di variegate nazionalità. Ci avevamo pure messo la gay street attaccata. Poi avevamo lanciato l’allarme che potesse crollare sotto i colpi delle sospensioni delle auto, dei bus, del tremolio della metro, che è più diroccata di lui.

Eravamo decisamente a corto di idee.

Poi arriva Obama, gli dà un’occhiata e …di grazia…cosa avremmo voluto sentirgli dire? Che è meraviglioso? Che il nostro è un grande paese con una grande cultura? Che negli Usa non hanno resti dell’antica Roma e beati noi che invece ce li abbiamo?

Obama si è guardato intorno e ha detto: è più grande di un campo da baseball.

Apriti cielo! Agli italiani bigotti toccagli la tradizione e sei il nemico numero uno. Ma mr. Obama ci ha reso una cortesia insperata, amici. Ha preso le macerie usurate della nostra pomposità e le ha colorate con i pastelli di un gusto pop che il Colosseo non ha mai avuto.

Voi avete Roma, noi il baseball, siamo venuti dopo, ma sticazzi.

E io immagino la figata fotonica di una partita di baseball dentro il Colosseo. E improvvisamente ho voglia di andarci. Una voglia che non avevo da 20 anni.

Grazie, Obama.

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Tutta questione di fantasia, di immaginazione, è quella che ti fa fare le cose. E’ l’idea di come le cose potrebbero uscire fuori che spinge la gente a farle. Ormai ne sono convinta.

Per esempio, ci sposiamo perché immaginiamo che tutte le mattine ci sveglieremo avvolti dall’amore e dalla gioia, e fare colazione sarà bellissimo e gli occhi assonnati di chi amiamo saranno per sempre un dono prezioso. Ci compriamo la macchina perché immaginiamo che quella macchina ci renderà più fichi, che girare con il gomito appoggiato sul finestrino abbassato, il vento nei capelli e gli occhiali da sole ci renderà belli. Evitiamo di mangiare burro fritto perché immaginiamo che il costume a luglio ci starà bene, meglio, o benissimo, e immaginiamo la nostra pelle tesa sotto il sole bollente e leggermente umida, che abbiamo appena fatto il bagno.

Per farla breve, mi sono comprata il tablet.

E sì, l’ho fatto perché ho avuto uno slancio di immaginazione, di fantasia. Ho avuto l’idea che andrà tutto bene, che mi troverò a risolvere problemi in men che non si dica, a leggere il New Yorker, al quale mi abbonerò a breve, a comunicare come una vera cittadina del mondo, seduta su un treno, o su un aereo, o ad un caffè cosmopolita. Ho immaginato che avrò dei bei capelli, forse anche una bella giacca, sicuramente begli occhiali da sole, e sarò ben truccata e guarderò il traffico silenzioso di una città caotica mentre ho un’idea geniale e la butto giù e viene ancora meglio di come l’avevo pensata. E non è troppo caldo. E non è troppo freddo. E sono innamorata. E sono anche particolarmente scialla, non saprei dire perché.

E il tablet adesso sta lì e mi guarda, ancora inscatolato, dentro lo immagino luccicante e nuovo, come il tempo che vivrò tra un minuto o due.  O domani. O a Miami.

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Poi magari vi racconterò di come l’avrò usato per giocare a Candy Crush, in pigiama, nel letto, spettinata e struccata, mentre penso che ho finito il latte.

Ma è una buona vita. Davvero buona. Io lo so. Ma non so perché.

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