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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Category Archives: Essere Re

Prima ci sono le scatole. Scatole di legno, di ceramica, biscottiere, bomboniere…scatole e scatoline che dentro c’è sempre qualcosa, anche solo un bottone, due bottoni.
Poi ci sono i cassetti, questi tutti di legno. Legno marrone, marrone scuro, marrone chiaro…legno azzurro cielo, piccoli, grandi, attaccati tra loro che ne apri uno e si apre pure quello sotto e fatto un cassetto unico e da fuori non si vede. E anche qui dentro c’è sempre qualcosa, vestiti, lenzuola, asciugamani, cornici vuote, cornici piene, bottoni pure qui, e pezzi di cose che non si sa più cosa sono.
Poi ci sono i mobiletti, e dentro ci sta roba che tu non puoi neanche immaginare se sia mai servita a qualcosa.
E poi ancora ci stanno i libri, tutti gialli, solo ed esclusivamente libri gialli che uno si chiede anche il perché ma io il perché lo so, sono gli unici libri che legge la Contessa, che di solito è fedele solo ai settimanali con le foto a colori e ai quotidiani che con uno te ne danno due.
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E ogni volta che guardo quella piccola libreria di gialli fantastico di ritirarmi da eremita per qualche settimana, forse mesi, e campare al paese solo passeggiando, facendo la spesa al mini market e leggendo i gialli della Contessa.

Questo paese non è mio. Non lo è mai stato e non lo sarà mai. Ma la casa sì, e a me basta. È mia perché se apro quella biscottiera nel salotto, che è anche la camera di tutti quelli che passano qui, e anche la mia ora, ci trovo un mazzetto di foto di vent’anni fa, dove le facce dei giovani sono le facce dei piccoli,  e dove le facce dei vecchi sono le facce degli adulti, e dove ci sono pure le facce di chi non c’è più ma ce le ricordiamo lo stesso.

Così affondo il viso nei cuscini che sanno di tutte le cose di cui sanno le cose nei cassetti che dicevo prima e sento un po’ anche il profumo di quelle facce. E anche se il paese non è mio, non lo è mai stato e non lo sarà mai, questa terra mi appartiene.

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Torno dopo qualche tempo a parlare di scuola, ma da un altro punto di vista, dato che il mio ricorso è stato rimandato a novembre. Ancora pazienza, dunque, in fondo ho iniziato la procedura concorsuale solo due anni fa, che vuoi che sia? Chi si fosse perso le puntate precedenti e avesse una curiosità devastante, può recuperare cliccando QUI.

Questa mattina mi sono data alla compilazione della domanda per iscrivermi alla III fascia, quella di chi non c’ha un cazzo, al massimo una laureaccia schifosa e inutilissima. Ebbene, non sto ad entrare nei dettagli ma ci sono cose che ti fanno avere più punteggio, tipo se hai insegnato per un certo periodo, se hai preso un master e via discorrendo.

E sapete, tutti dicono che gli insegnanti devono essere più sganauei e anche un po’ auanasgheps, più tecnologici e fighettoni, più hipster e emoteaching, ultramodern, think pink, girl power, Peppa Pig ecc. Perciò cosa ha pensato il magnifico Ministero? Cosa hanno pensato gli illuminati giovani al governo? Ma molto semplice. Famolo a presa per il culo. Famolo in modo che è una mega presa per il culo.

Vi spiego io cosa si sono inventati. Tra le cose che possono aumentare il tuo punteggio in graduatoria, figurano anche conoscenze di didattica….diciamo moderna. Ad esempio, ti danno punti in più se hai l’ECDL e più ce l’hai figo più punti ti danno. E ci sta, ok.

Poi scorri sotto, un po’ più sotto, e leggi che puoi ottenere punti se hai fatto un corso per usare la LIM e, attenzione per favore perché questa fa ancora più ridere, un corso per usare il TABLET a scopo didattico.

E chissà come mai, in queste ultime settimane si moltiplicano fantomatici centri studi e associazioni che, previo pagamento, offrono corsi lampo nelle suddette, complicatissime materie, proprio in tempo per aggiungere il prezioso diplomino alla domanda di inserimento in graduatoria e aumentare facilmente il tuo punteggio. Basta pagare, mon amour, ti sembra strano? E’ il governo del fare, sì, come no? Fare il comodo loro e dei loro amici, che avevano giusto da sfruttare un paio di skills con il TABLET e con la temibilissima LIM per venderti l’indulgenza di quel paio di punti che ti mancavano.

Che zozzoni…che zozzoni immondi.

Dove sono finiti i corsi di aggiornamento?

Ma soprattutto, dove sta la magnifica e specifica formazione che ricevono i rampanti aspiranti docenti nei TFA (sempre a pagamento, ovviamente, che te lo dico a fare)?

Ci vogliono poveri, poveri e disperati. Ci vogliono impauriti e sconfitti, così da indurci a riporre tutte le nostre speranze e i nostri progetti nelle mani di uno stato ladro che ci tratta come mezzadri e favorisce la solita clientela. Ci vogliono ignoranti, bisognosi, apatici. Ci vogliono male, semplicemente male.

Inutile dirvi che sono molto abbattuta e anche piuttosto schifata. Non riesco a smettere di schifarmi e di pensare che quando sarò re, tutto questo avrà una fine. Ve lo prometto. Lo prometto solennemente. Devo solo essere re.

the penguins of madagascar

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Il fatto che è circa un’ora che tento di capire cosa sia meglio scrivere praticamente dice un po’ tutto. Ho un gran bisogno di fissare, anche sommariamente. Invece non riesco a fissare, perché penso a un milione di cose e sono troppe da fissare.

Penso a quando vestivo quasi sempre rosa e una notte, riportando a casa la Rincojonita, non era più notte, era mattina e ha pure cantato il gallo, e lì ho capito che era proprio tardi. E poi penso che oggi è il compleanno del figlio della Rincojonita, e questo mi fa pensare che non è la stessa che ho portato a casa quella notte, e forse manco io, o forse siamo esattamente le stesse ma lo sappiamo solo in segreto.

Penso che in qualche momento tra agosto e settembre io sarò all’Isola del Giglio, devo esserci, perché qualche anno fa io e Nocciolina avevamo detto che nel 2014 dovevamo cenare lì, dove stavamo cenando quando ce lo siamo dette. Non posso dirvi perché ma è così, e deve succedere. E penso se chissà se sono la stessa che parlava con Nocciolina dei Succomarcio a Southampton, e penso che sicuramente no, o forse sì. O se sono la stessa che assaggiava i vini portoghesi a Redondo anche se aveva mal di testa e sia Nocciolina sia Pisello mi prendevano per il culo.

Non so nemmeno se sono la stessa che tentava di far pace al telefono camminando sul Golden Gate, dove tirava decisamente troppo vento per fare pace con chiunque. O quella che il primo maggio di qualche anno fa è uscita di casa per conto suo e ha steso un telo sulla sabbia e ci si è messa per un po’ sperando che non passasse nessuna delle millemila persone conosciute che potevano passare quel giorno affollatissimo.

Ho seri dubbi anche sul fatto di essere la stessa che usciva dai camerini del teatro dove faceva le prove per ascoltare il comizio di Forza Italia in piazza, perché fervente berlusconiana della prima ora, senza neanche l’età per votare. E la mia amica a Barcellona ancora mi rinfaccia il mio thatcherismo, e magari non sono manco la stessa che stava sul cavalluccio di legno a Barcellona, da lei, a fare la giovane, che poi si è pure messo a piovere, ma sulla vita e sul culo si ragiona benissimo alle 4 del mattino e pure sotto la pioggia.

E chi può dirlo? Forse sono la stessa che non riusciva a schiodarsi da quel letto e dalla finestra entrava la voce del Papa, quello prima di questo, ma preferivo di gran lunga il peccato, perché in quella casa strana si stava troppo bene e poi la sua immagine sul davanzale grande con il libro aperto e la sigaretta in mano era qualcosa di magico e nessuno ce la può avere. Era un quadro perfetto.

Probabilmente non sono manco la stessa che domani uscirà di casa con le cuffie e una maglietta poco seria, e in metro sulla porta sporca penserà che l’immagine riflessa è senza dubbio quella di una rockstar momentaneamente prestata alla vita di ufficio ma che ben presto tornerà a calcare le scene.

Però è ovvio, e anche sin troppo, che fissare è inutile. Ed è un grandissimo casino. Ma mi serviva di scriverlo per capire che è bellissimo.

bellissimo

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Una volta che stavo in Inghilterra avevo necessità di mangiare. Ero in un paese del cazzo e non ero mai stata così lontana da casa da sola. A mia disposizione nell’arco di non so quanti isolati di un posto straniero, solo un ristorante italiano. E non avevo la minima idea che fosse la festa della mamma in Inghilterra! Immaginate l’unico tavolo con una persona sola a mangiare, e non c’erano neanche gli smartphone per fingere di fare qualcosa o cazzeggiare su Facebook, dicendo a tutti che stare soli al ristorante è una cosa ipermegastrana. Quello è stato un battesimo di fuoco. Poi non ho trovato più così strano fare le cose per conto mio.

Ci sono gesti che uno lo sa che contano qualche cosa, però ci deve riflettere un attimo su.

Ad esempio, no? Oggi volevo starmene per i fatti miei, e non c’è posto migliore di un posto affollato per starsene per i fatti propri.

Non avere un orario, non dover avvisare, poter mangiare quello che vuoi, comprare persino qualcosa, se ti va. Queste sono cose che da piccolo non puoi fare, perché non puoi fare da solo. E da grande fare le cose da soli è considerata una cosa da strani. E di solito le cose da strani sono quelle che sono considerate da strani perché fanno paura.

Saper stare da soli non è facile, e forse solo chi ama la compagnia lo può capire. Così come può far ridere per davvero solo chi capisce profondamente il dolore.

In realtà, fare le cose per conto proprio e nel momento che decidi te un po’ significa pure essere grandi.

Fare le cose quando non è ora di farle, sedere a mangiare da soli, andare al cinema da soli, andare ad un concerto da soli, e poi stare in un posto affollato perché te ne vuoi stare per conto tuo, comodamente seduto davanti ad un negozio dove comprano le cose i fighi che fanno snowboard, mangiando il gelato all’ora di cena, perché oggi faccio come mi pare.

E forse sono pure grande.

Oppure non ha senso.

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Tutta questione di fantasia, di immaginazione, è quella che ti fa fare le cose. E’ l’idea di come le cose potrebbero uscire fuori che spinge la gente a farle. Ormai ne sono convinta.

Per esempio, ci sposiamo perché immaginiamo che tutte le mattine ci sveglieremo avvolti dall’amore e dalla gioia, e fare colazione sarà bellissimo e gli occhi assonnati di chi amiamo saranno per sempre un dono prezioso. Ci compriamo la macchina perché immaginiamo che quella macchina ci renderà più fichi, che girare con il gomito appoggiato sul finestrino abbassato, il vento nei capelli e gli occhiali da sole ci renderà belli. Evitiamo di mangiare burro fritto perché immaginiamo che il costume a luglio ci starà bene, meglio, o benissimo, e immaginiamo la nostra pelle tesa sotto il sole bollente e leggermente umida, che abbiamo appena fatto il bagno.

Per farla breve, mi sono comprata il tablet.

E sì, l’ho fatto perché ho avuto uno slancio di immaginazione, di fantasia. Ho avuto l’idea che andrà tutto bene, che mi troverò a risolvere problemi in men che non si dica, a leggere il New Yorker, al quale mi abbonerò a breve, a comunicare come una vera cittadina del mondo, seduta su un treno, o su un aereo, o ad un caffè cosmopolita. Ho immaginato che avrò dei bei capelli, forse anche una bella giacca, sicuramente begli occhiali da sole, e sarò ben truccata e guarderò il traffico silenzioso di una città caotica mentre ho un’idea geniale e la butto giù e viene ancora meglio di come l’avevo pensata. E non è troppo caldo. E non è troppo freddo. E sono innamorata. E sono anche particolarmente scialla, non saprei dire perché.

E il tablet adesso sta lì e mi guarda, ancora inscatolato, dentro lo immagino luccicante e nuovo, come il tempo che vivrò tra un minuto o due.  O domani. O a Miami.

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Poi magari vi racconterò di come l’avrò usato per giocare a Candy Crush, in pigiama, nel letto, spettinata e struccata, mentre penso che ho finito il latte.

Ma è una buona vita. Davvero buona. Io lo so. Ma non so perché.

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Da qualche giorno ho riscoperto che è decisamente possibile essere felici, e che anzi è una nobile arte, ma anche che non succede gratis. A qualche cosa devi rinunciare. E diciamolo, non è una cosa che tutti si possono permettere, perché essere felici è mediamente costoso ed è un salto nel buio.

Praticamente, ho deciso di tagliare. Sto riflettendo che non è la sicurezza che ti rende davvero felice, ma il pensiero che le cose vanno bene oggi, adesso, subito. A questo pensiero ho rinunciato per anni. E mmo mme so rotta li cojoni, come si dice dalle mie parti. Quindi ho mollato, per il mio bene. Ho mollato con dolore casa Staminkia, perché ho mollato un lavoro a Roma, perché ho mollato quel senso di responsabilità e serietà per il quale pensavo ok, faccio questo perché un giorno andrà tutto meglio, e adesso va così, ma è giusto perché uno deve un po’ soffrire per poi essere felice.

E chissà come mai, io resistevo resistevo, e poi felice ero solo quando scappavo via e raggiungevo le cose e le persone che mi fanno stare bene davvero. Perciò…ho tagliato. Ho tenuto l’essenziale. E non ho alcuna idea di cosa succederà. E se qualcuno mi chiede come sto, mi sento quasi in colpa a dire bene.

E’ bello svegliarsi al mattino e fare colazione con calma, avere voglia di accendere Spotify e potersi organizzare la giornata in autonomia. E’ bello ridere quando qualcuno dice cacca, amare, concedersi cose, commuoversi, e cucinare anche. E soprattutto dedicarsi a quello che ti interessa, che ti diverte, che tutto sommato non riesci neanche a chiamare propriamente lavoro.

E poi è bello ascoltare i White Lies e riempirsi il piattino dell’aperitivo con più cose di quante ce ne possano entrare, e riflettere che questo inverno non hai mai avuto davvero freddo, per la prima volta dopo tanti anni. E ormai è tardi per avere freddo, se ne riparla a novembre. Ormai basta.

E in fondo penso ancora che questa non è la vita vera. Ce l’ho questa retroidea che l’idillio con se stessi, con la propria macchina, con le strade e con il tempo prima o poi finisce.

Per ora c’è.

E rido da sola se dico cacca.

E ringrazio Michele per questa foto mentre mezza dormivo in autostrada.

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La Selbmann e l’Atroce sono in fila alle poste, dove la cosa migliore è teorizzare. Al lungo semaforo di Porta Romana, si sono detti che la politica è un sacco dentro alle cose, forse troppe, proprio dappertutto, in tutti i discorsi e a volte, detto fra noi, te la porti pure a letto. E uno tifa già allo stadio e diventa impegnativo avere troppe squadre a cui stare appresso.

E nessuno vuole vivere in perenne campagna elettorale. Le persone vogliono solo essere felici, provarci, e cercano come possono una cosa sola, che poi è stare bene. Alcuni vogliono diventare ricchi, ad altri non interessa. E questo, come tutte le verità, è estremamente banale.

La teoria è semplice: va su un governo e se tra cinque anni io sarò stato bene, rivoterò quel governo. Se sarò stato male, ne voterò un altro. Nel frattempo, però, non rompete troppo i coglioni che ho parecchio da fare.

Invece no. Perché è forte la tentazione di scambiare il “sarò stato bene” con “hanno deciso ciò che mi serve, perché lo sanno meglio di me”. Meno comune è leggere “sarò stato bene” con “ho deciso cosa è meglio per me e non mi hanno rotto i coglioni mentre ho cercato di ottenerlo”.

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liberi

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