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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Tag Archives: bambini

Il problema di quella motocicletta, il vero problema, non era neanche che il centauro ci stava attaccato sopra e non si staccava. Il problema era che andava solo avanti e indietro. Non prevedeva curve. Perciò era difficile farci i fichi, con una moto che non curvava.

La desideravo tantissimo, ma proprio tanto, perché in televisione quelle cazzo di moto facevano sempre il diavolo a quattro. E saltavano fossi e torrenti e sollevavano polvere.

Della mia, quella col centauro immobile che andava solo avanti e indietro, ho un solo ricordo, sotto luci artificiali la mattina di Natale. Mi ero alzata prima di tutti e le serrande in salotto della casa nuova erano ancora giù. Così ho acceso la luce piccola e ho messo la moto davanti alla libreria di legno scuro, in modo che potesse percorrerla tutta, fino all’ingresso della cucina.

La ricordo sul pavimento in cotto col riflesso della luce sopra.

La mia moto era rossa, ed era rosso anche il centauro immobile, e volevo che facesse tutte le ficate della televisione. Perché la moto fa molto fico anche se è piccola.

La morale è, prima di comprare una moto per fare le ficate, accertatevi che curvi.

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A volte mi chiedo se riuscirei a gestire una seconda persona oltre  me stessa. Mi spiego, già io mi gestisco a mala pena, procurandomi regolarmente dei pasti e curando la mia persona al limite della decenza del mondo occidentale. Come potrei gestire… un figlio?! Mi sembra una cosa decisamente infattibile. Ne ho avuto recentemente prova.

E’ un caldo pomeriggio di giugno. Decido di uscire con la mia amica Renato e la mia amica Rincojonita, la quale ha un bellissimo bimbo di nome Djacomo. La D è muta. Ci fermiamo in una piazza gremita di gente per veder uscire due novelli sposi dalla chiesa. Fuori gente elegante in modo improbabile, curiosi, invidiosi e altre tipologie umane.

Finito lo spettacolo, Rincojonita afferma: mmmh sto gnomo non ce vole più sta qua dentro, famolo camminà un po’ vva. Me seguite col passeggino?

Io e Renato siamo pronte ad un incarico così facile. Rincojonita parte in quarta e noi la dovremmo seguire a ruota. Ma qualcosa ci blocca.

Il passeggino non si muove. Intuiamo che ha il freno inserito. Sbloccarlo sarà un gioco da ragazzi!

Ecco forse dobbiamo tirare lì. No no aspè, spingi di là… oppure al centro. Tira… no sposta.. 

Renato mi guarda.

Io la guardo.

Se lo caricamo? 

Ignominosamente ci carichiamo il passeggino e lo portiamo a mano, ci facciamo togliere il freno da Rincojonita. Che è meno rincojonita di noi.

Per fare i genitori ci vuole talento…o anche un cervello normodotato.

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Bazzicatori di The Selbmann, avete avuto già una vaga idea del mio rapporto con la fede, in particolare della mia visione escatologica e della storia della mia confessione.

Avrete capito bene che io ci vado in chiesa. Non sempre ma ci vado. Ci vado fondamentalmente con uno scopo: accedere una candela.

Se una chiesa non ha le candele da accendere ci rimango malissimo. Ma ci rimango ancora peggio quando vedo in lontananza un banchetto con piccole luci, mi avvicino con entusiasmo e scopro che sono quelle orride candele elettriche a tempo. Mamma mia, quanta spiritualità in una candelina elettrica!  Orrore e disgusto.

Visitando tante chiese in Italia e nel mondo ho un’idea molto precisa di come debba essere una chiesa per risultare accogliente e ospitale. Vi sono, purtroppo, molte chiese che sono assolutamente prive di queste caratteristiche. Risultano austere, cupe, dispersive…insomma inospitali!

Bene, ho visitato la chiesa più inospitale che mi sia capitato di visitare nella mia vita.

Ci sono passata davanti diverse volte ma non ci ero mai entrata. Decido di entrare e mi accoglie questo cartello:

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Com’era? Lasciate che i pargoli vengano a me. Sbaglio? Uh, Gesù! Giammai bambini fastidiosi in chiesa!

Sono un po’ rumorosa, ma adulta, quindi decido di entrare.

Mi accoglie sulla sinistra un’acquasantiera con acqua corrente:

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Ho subito chiamato mio fratello, Pino Selbmann, in cerca di conforto. Mi ha rassicurato dicendo che certamente hanno benedetto le tubature.

Percorro la fredda navata. Non una candela, manco elettrica. Mi giro verso i lati, e ad ogni cappella appare un sinistro avvertimento:

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Cielo! Guai a portare un bambino capriccioso a messa, sennò si sente rumore. Ma se una vecchietta inciampa e finisce nella cappella, scatta l’allarme …che immagino faccia un casino che altro che il bambino piagnucolone o corridore!

Auguro a tutti di far visita ad una chiesa ospitale oggi!

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bambina_con_cellulareOra, si sa che i cellulari fanno male alla salute. O meglio, si dice da tempo e, francamente, io ci credo pure. Però nonostante questo non posso più farne a meno. Vivo con il telefonino attaccato al culo e non sarà una minaccia di morte a separarmene, un po’ come la minaccia del cancro ai polmoni non ferma il fumatore incallito. So che gli scarichi delle automobili fanno male ma guido. So che le patatine fanno male ma le mangio. Anche la birra fa male, e il vino, la plastica, le incazzature, lavorare troppo, lo stress, le cose troppo grasse, la povertà, i vestiti troppo aderenti, fare tardi la notte, non fare una buona prima colazione, condurre una vita sedentaria….ci sono milioni di cose che fanno male.

Ebbene, sembra che in Belgio abbiano avuto un’idea geniale: bisogna che i bambini usino meno cellulari giocattolo. Leggere per credere.

Insomma uno parte con il cellulare giocattolo e arriva a volere lo smartphone a 5 anni. In questo modo, invece, preveniamo il rischio di tumore al cervello.

Io non so, sono basita…è come invitare a non giocare con le Lego per prevenire la speculazione edilizia. Come ritirare dal mercato i soldatini perché sennò uno vuole fare la guerra, o i fucili giocattolo perché non sai le stragi che combini poi da grande! Come non poter togliere i vestiti alle Barbie sennò poi diventi un molestatore. O magari mettere nelle cucine giocattolo solo cibi biologici, così speri che i bambini vogliano zucchine lesse al posto di un’altra ottima merendina cioccolatosa.

Nessun supereroe va a fare il supereroe con i mezzi pubblici per contribuire a sanare il pianeta e salvarlo dall’inquinamento atmosferico. Nessun guerriero evita di uccidere il drago cattivo perché è contro la vivisezione. Nessun re evita di sbattere nelle segrete il nemico catturato perché vota amnistia giustizia e libertà.

Insomma, in poche parole, questa proposta è ‘na stronzata.

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E’ solo la seconda volta che chiedo ai pochi disperati che passano di qui di dare un contributo personale. La prima ebbe un certo successo e vennero fuori cose interessanti. Ebbene, stamattina uscendo di casa, non so per quale motivo ma mi è venuta in mente la ninna nanna che mi cantava sempre mia mamma.

Per le ninne nanne è stata piuttosto originale. Me ne cantava due in particolare. Una era questa:

L’altra, quella che mi venne in mente stamattina, è una canzone bellissima, che io sapevo a memoria senza saperne il significato, così come tutte le canzoni che imparavo da piccola, perché come potevo sapere l’inglese da piccola? Non potevo. E insomma la canzone, scoprii poi, raccontava una storia particolarmente triste. Meno male che lo scoprii solo molti anni dopo, sennò sai che delusione…

Beh, è questa:

Arriva il weekend, possiamo riposarci e dormire di più. Come quando eravamo piccoli. Possiamo rilassarci.

Quali sono le canzoni che hanno segnato la vostra tenera infanzia? Ninne nanne in particolare, non importa che fossero cantate da qualche genitore o da chi ne fa le veci. Ninne nanne! O canzoni usate in qualità di ninne nanne.

Dai ditemelo.

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Il nome originale è Gawain, ma noi lo conosciamo come sir Galvano, ed è uno dei cavalieri della Tavola Rotonda. E’ anche uno dei più fedeli e leali servitori di Re Artù. Un cavaliere senza macchia e senza paura, al servizio dei poveri. E’ un po’…l’antivampiro, l’antioscurità, perché quando cala il buio e avanzano le tenebre perde la sua forza. Lui è forte alla luce del sole, quando tutto è limpido, trasparente, quando non c’è nulla da nascondere. Perché lui effettivamente non ha nulla da nascondere e si muove sicuro di sé, ha un cuore puro, un cuore buono. E il suo cuore è anche sincero. In  Excalibur (1981, capovaloro assoluto e inimitabile, ancora ampiamente insuperato), è l’unico ad avere il coraggio di dire al Re che quella strappona unta della moglie, Ginevra, se la fa con Lancillotto.

Un bel fegato, non c’è che dire. Dalla leggenda del ciclo arturiano, Gawain ha avuto una successiva, inaspettata (e forse poco conosciuta) vita nel 1973, grazie ad un signore che si chiamava William Steig.

William ha avuto una lunga vita, sufficientemente lunga da permettergli di sposarsi 4 volte e fare 3 figli. Doveva essere un tipo particolare.  Era figlio di immigrati, gente che dall’Europa era andata negli Stati Uniti. William raccomandava sempre ai propri figli di non trovarsi mai un lavoro 9 to 5, ovvero che li tenesse impegnati in ufficio dalla mattina alla sera. Mai, perché nella vita è molto importante coltivare i propri interessi, i propri talenti, i gusti, le inclinazioni.  E i suoi figli l’hanno preso alla lettera: uno suona il flauto, una dipinge e l’altra è attrice. William è stato un illustratore molto famoso, lavorava per The New Yorker e scrisse anche storie per bambini.  Molti associano il suo nome a Shrek, perché è lui che s’è inventato il personaggio di quell’adorabile, burbero orco puzzoloso, nel 1990. Ma io non ne sapevo nulla. Io ero rimasta a Gawain.

Non ne sapevo nulla perché in quegli anni, i primi anni 90, quando ho conosciuto Gawain, non potevo sapere chi fosse Shrek, sarebbe diventato famoso solo molti anni dopo. Ero piccola ed ero andata in vacanza con la mia famiglia. Divoravo libri come fossero pasticcini, ne leggevo una quantità incredibile. Soprattutto d’estate. A mia madre piaceva che io leggessi tanto, perché anche lei ha sempre letto tanto. Così mi comprò un libricino della Mondadori. Era di quelli delle collane per bambini. Per leggerlo dovevi avere almeno 8 anni e io ero abbastanza grande da poterlo leggere. Si intitolava Il Vero Ladro e William ne scrisse la storia e ne curò le illustrazioni.

Il protagonista era Gawain. Gawain è… un’oca. O meglio UN oca. E’ un onesto cittadino, che ha accettato di mettere da parte la sua vita tranquilla e serena per servire il suo Re, perché è estremamente fedele e affezionato al suo sovrano, proprio come un cavaliere della Tavola Rotonda.

Anche lui, come sir Galvano, non ha niente da nascondere. E’ uno a cui piace andare in giro a testa alta, uno amato da tutti e da tutti considerato buono e sincero. Finché un giorno iniziano a sparire pezzi del tesoro reale al quale fa la guardia. Lui e il grosso Re orso sono le uniche persone ad avere le chiavi della stanza del tesoro. E un bel giorno, mentre inizia a salire il sospetto, un orribile gatto, ministro del Re, suggerisce che l’unica cosa saggia da fare è processarlo. Le prove a suo carico sono meramente indiziarie, ma come spesso accade, anche nel nostro mondo di umani in stile XXI secolo, il sospetto, la diceria, l’insinuazione…possono molto, anche molto più della giustizia, della dea bendata. E la gente, che prima considerava Gawain un simbolo di onestà e rettitudine, gli volta le spalle, lo guarda storto, lo disprezza. In fondo si tratta delle loro tasse! Ha rubato le loro tasse!

Le guardie reali perquisiscono ogni angolo della sua casa, viene interrogato più volte, spogliato della divisa e infamato. Ma la refurtiva è introvabile. Basterebbe questo a proteggerlo dalle accuse, non trovi il corpo del reato, non trovi il reato! Ma il Re, che lo amava almeno quanto era amato a sua volta dalla sua fedele guardia, incalzato dalla gente e dal velenoso germe del sospetto, non può che ordinarne l’arresto.

Sotto l’ombra scura dell’odio, anche Gawain si indebolisce, proprio come sir Galvano. Si insinua dentro di lui l’idea che nessuno più merita la sua onestà, il suo rispetto e la sua lealtà. Si sente solo e abbandonato…e si incazza giustamente come una belva, così se ne vola via prima che lo acchiappino per arrestarlo e si nasconde nella foresta, dove vive da esule.

Intanto il vero ladro, Derek, è a piede libero, ma si sente tremendamente in colpa. Nessuno lo nota, perché Derek è un topo, che ha trovato un minuscolo ingresso segreto alla stanza del tesoro reale, e si è decorato quella topaia di tana che si ritrova con ricchezze inimmaginabili. Non che sia un topo avido, è solo uno che non ha mai avuto niente nella vita. Ma l’idea di pensare a se stesso come ad un ladro lo fa morire dentro. Perciò decide di continuare i furti in modo scagionare il buon Gawain.

A quel punto, la città intera è sgomenta. Si sentono tutti delle merde per aver dubitato di quel buon oca. Derek invece è felicissimo perché sente di aver fatto la cosa giusta. Non gli importa di finire in prigione. Corre a cercare Gawain e lo convince a tornare.

Non ho mai capito come Gawai riesca a perdonare i suoi detrattori. Forse sono troppo rancorosa. Ma gli ho sempre voluto bene a questo personaggio dalle bianche piume. E la cosa che mi ha molto colpito di questa storia, e che mi colpisce ancora, è un’illustrazione che si trova alla fine del libro. William ha disegnato il Re che abbraccia Gawain e piange. Non so perché ma mi ha sempre commosso a palate.

Bisogna sempre stare attenti quando si sta lì a decidere della vita delle persone. O delle oche.

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