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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Tag Archives: famiglia

Prima ci sono le scatole. Scatole di legno, di ceramica, biscottiere, bomboniere…scatole e scatoline che dentro c’è sempre qualcosa, anche solo un bottone, due bottoni.
Poi ci sono i cassetti, questi tutti di legno. Legno marrone, marrone scuro, marrone chiaro…legno azzurro cielo, piccoli, grandi, attaccati tra loro che ne apri uno e si apre pure quello sotto e fatto un cassetto unico e da fuori non si vede. E anche qui dentro c’è sempre qualcosa, vestiti, lenzuola, asciugamani, cornici vuote, cornici piene, bottoni pure qui, e pezzi di cose che non si sa più cosa sono.
Poi ci sono i mobiletti, e dentro ci sta roba che tu non puoi neanche immaginare se sia mai servita a qualcosa.
E poi ancora ci stanno i libri, tutti gialli, solo ed esclusivamente libri gialli che uno si chiede anche il perché ma io il perché lo so, sono gli unici libri che legge la Contessa, che di solito è fedele solo ai settimanali con le foto a colori e ai quotidiani che con uno te ne danno due.
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E ogni volta che guardo quella piccola libreria di gialli fantastico di ritirarmi da eremita per qualche settimana, forse mesi, e campare al paese solo passeggiando, facendo la spesa al mini market e leggendo i gialli della Contessa.

Questo paese non è mio. Non lo è mai stato e non lo sarà mai. Ma la casa sì, e a me basta. È mia perché se apro quella biscottiera nel salotto, che è anche la camera di tutti quelli che passano qui, e anche la mia ora, ci trovo un mazzetto di foto di vent’anni fa, dove le facce dei giovani sono le facce dei piccoli,  e dove le facce dei vecchi sono le facce degli adulti, e dove ci sono pure le facce di chi non c’è più ma ce le ricordiamo lo stesso.

Così affondo il viso nei cuscini che sanno di tutte le cose di cui sanno le cose nei cassetti che dicevo prima e sento un po’ anche il profumo di quelle facce. E anche se il paese non è mio, non lo è mai stato e non lo sarà mai, questa terra mi appartiene.

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Dunque, si parla tanto di quella cosa che viene dall’Europa, che io pensavo si potesse già fare, e cioè quella cosa che uno può anche prendere il cognome della madre.

Ci ho pensato un po’ e le chiacchiere che sono nate intorno a questa cosa non mi interessano minimamente dal punto di vista…come dire…ideologico. Mi interessa molto di più capire come questo potrebbe influire, o avrebbe potuto influire, sulla mia vita.

Direi che ormai è un tantino tardi per cambiare cognome. Mi conoscono tutti con il cognome di mio padre! Perciò ho deciso di evitare per motivi pratici.

Ma potrei esaminare cosa sarebbe accaduto se i miei avessero deciso di darmi il cognome della mia mamma. Sarebbero diverse molte cose.

Innanzitutto questo blog non si chiamerebbe più The Selbmann ma The Paccosi. Un duro colpo per tutto il web. Su Twitter mi chiamerei conseguentemente @ThePaccosi, altro duro colpo.

Poi nessuno mi avrebbe mai chiamato con versioni fantasiose del mio cognome, come ho avuto già modo di spiegare proprio su queste pagine.

Ma non vorrei con questo lasciar passare l’idea che Paccosi sia un cognome esente da storpiature. Sovente mia madre ha dovuto subire storpiature non da poco: Taccosi, Pacossi, Pacosi e via discorrendo.

Essendo io incline al riso, la versione che più mi sta a cuore è sicuramente Pallosi. È la storpiatura che preferisco e indubitabilmente la più adatta al personaggio di mia madre, che quasi tutti i miei tre o quattro amici chiamano semplicemente Lapaccosi.

Voi capite che non posso correre il rischio che ci cofondano…mi tengo il cognome che ho.

Continuate pure a chiamarmi The Selbmann.

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Il perfido Gru non adotta tre simpaticissime orfanelle per bontà d’animo, ma per perseguire un malefico piano per diventare il più cattivo di tutti. Come sappiamo, poi Gru arriva ad amare le tre bimbe infinitamente, come fossero sue. E’ il loro papà grande e grosso ed è il loro giocattolo preferito.

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Insomma, Gru è un single che adotta tre bimbe e le fa stare bene, non fa loro mancare nulla. Certo se avessero anche una mamma sarebbe bello, sarebbe praticamente perfetto, ma questa strana famiglia fatta di Gru, bimbe e minions non è poi così male, funziona e funziona anche bene. L’istinto paterno vale come quello materno.

Certo che nessuno è geneticamente programmato per vivere da solo, così quando Gru conosce Lucy Wilde, la stramba spia che si innamora di lui e della sua famiglia, tutto finisce per il meglio e il quadro si completa:

Grulucy

Che la tua famiglia sia composta da pochi o da molti, che tu abbia un paradiso a una stanza o una grossa casa con tre bimbe adottate, una nuova mamma acquisita e centinaia di buffi esseri gialli ovunque, quello è il posto dove crescere bene, perché l’unico posto dove crescere bene è dove circola tanto amore.

E questo serva da monito a chi ancora sostiene il contrario.

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Vorrei raccontare una storia.

La storia è quella di una giovane donna, una mamma single. La vita di una mamma single non è facilissima, ci sono un sacco di cose che devi fare da sola. Ma lei riesce a sorridere, perché prende in prestito una vecchia canzone di Aretha Franklin, che si chiama One Room Paradise, e la canzone dice che per essere felice non ha bisogno di altro che del suo piccolo paradiso a una stanza e dell’uomo che ama. La storia è quindi molto semplice. La giovane donna vive in una piccola casina con suo figlio, che è l’uomo che ama, e grazie ai mobili dell’Ikea riescono a trovare spazio per tutto, anche per un cagnolino, e riescono ad essere felici. Lei si prende cura del figlio in modo totale e amorevole, e quando si concede uno strappo alla regola è l’ometto di casa a preparare la colazione e portargliela a letto, e ad asciugare le sue lacrime quando un film fa commuovere tanto. Anche questa è una famiglia tradizionale, perché l’amore è la cosa più tradizionale che esista.

Fine della storia.

Vi è piaciuta?

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Ci portavamo spesso dietro la videocamera perché una volta si usava far vedere ai parenti e agli amici stretti i filmati dei posti dove andavi. Ovviamente era una palla. Erano quelle riprese che quello che riprende chiede a un altro: allora? dove siamo oggi?

Nel 2013 è una cosa meno frequente perché appena poggi le chiappe in un posto scatti subito una foto,  la mandi su Facebook, fai check-in, e subito tutti sanno dove sei, con chi sei, a fare cosa e che tempo fa.

Quando ero piccola avevamo la roulotte. Mio fratello, Pino, non voleva dormirci, diceva che non voleva stare in una casa finta. Ma poi si è abituato. Di quella vacanza in Sardegna, quando la mia famiglia aveva la roulotte, ho rivisto un video di quelli di cui sopra, un sacco di tempo fa ormai, tanto che neanche ricordo quando. Tutti abbiamo un video in cui si sentono sotto i cricri delle… cicale credo. E chi viene ripreso non vuole quasi mai essere ripreso e fa lo scocciato ma per finta, perché in fondo non è davvero scocciato, ha solo paura di venire brutto.

Io in quel video non sono neanche brutta. Sono una bambina. Avrò quei…9 anni? Più o meno. E sono un vero, classico maschiaccio. Ma sì, niente fronzoli. Sono un maschiaccio scocciato di essere ripreso. Ma di quella vacanza ricordo una cosa in particolare. Ci eravamo portati le bici, perché partivamo carichi all’inverosimile, che preparare le cose per partire era stress vero, era la parte peggiore della vacanza. Forse è anche per questo che oggi ci metto circa 20 minuti a prepararmi la valigia.

Quindi dicevo ci portavamo le bici. E con la bici andavamo dalla piazzola fino al centro del campeggio, passando per il viale principale, dove c’erano macchine in uscita e in entrata e bisognava stare attenti. Da lì si faceva il giro dalla parte opposta e si tornava alla piazzola. Una volta siamo andati a fare questo giro io e Pino. Io ero ancora in quel periodo che anche se sei una femmina sei più forte, ma solo perché Pino era più piccolo di me. Poi quando è cresciuto ho cominciato a perdere tutte le lotte sul lettone e le gare a sport vari. Che disdetta!

Avevo iniziato a pedalare e mi ricordo che lui era un po’ indietro. Sulla bici mi sembrava sempre un gattino, tanto lo vedevo piccolo… persino adesso a volte mi sembra piccolo anche se fa l’avvocato, fuma e difende la gente importante che non paga le tasse, e non c’è modo nel quale io possa batterlo a qualsiasi lotta su qualsiasi superficie. Da piccolo diceva sempre un attimo! Quando lo chiamavi, quando doveva mettere a posto qualcosa, e anche quando rimaneva indietro in bici. E non so perché ma mi ero un po’ scocciata di aspettarlo quel giorno. Magari mi girava il culo. O forse era perché dovevo andare veloce per fingere di fare il giro d’Italia. Un altro giorno della stessa vacanza ho fatto un giro da sola, sono andata veloce per fingere di fare qualche gara sportiva, mi sono voltata indietro come per vedere se i miei avversari mi raggiungevano (anche se ovviamente dietro non c’era nessuno) e sono andata a sbattere dritta contro una macchina ferma, facendomi pure piuttosto male.

Insomma, quel pomeriggio, anche se non mi andava, l’ho aspettato lo stesso.

Questo per dire che in fondo ripensandoci non ero neanche veramente scocciata. E’ che ero piccola e non capivo che si vive solo aspettandosi. E sono sempre contenta quando aspetto il caro Pino da qualche parte.

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Sebbene oberata di studio e ansia tipica di chi fa un concorso pubblico d’estate, mi sono tuttavia concessa un paio di giorni con le chiappe a mollo nella ridente località di Tarquinia. Non è argomento nuovo per questo blog. Tarquinia è parte della mia storia. Abbiamo tutti i nostri lati oscuri, Tarquinia è un po’ il mio lato inquinato, quel lato che avrebbe bisogno di un restauro, anche solo un’imbiancata.

Iniziamo col dire che non sei un vero frequentatore di Tarquinia se non ricordi a memoria la successione degli stabilimenti balneari dal Porticciolo alla Foce. E tu lo devi sapere, lo devi cazzo sapere che ogni stabilimento ha il suo popolo, che divide le classi sociali in compartimenti non troppo stagni, perché siamo comunque al mare, e il costume è una livella, la sabbia sul culo umido è una livella, l’acqua torbida e oleosa del litorale dove vai ad ammollarcelo è una livella. E quella è la livella più democratica e quindi spietata. Tu hai il macchinone e i soldi, io no, però il culo lo ammolliamo nella stessa melma. Adesso io e te siamo uguali.

In questi due giorni di mare sono finita per caso nello stabilimento della cacca. La cacca è un concetto che conosco sin da piccola. La cacca sono tutti quei cognomi che si sa chi sono. Figlio di, nipote di, moglie di, imparentato con. La chiama cacca la Contessa, la chiama cacca mia mamma e perciò la chiamo cacca pure io. La Contessa ha sciarpellato fino all’ombrellone, si è seduta sulla sdraio, si è guardata intorno per qualche secondo ed ha commentato: Mmmmh…Quanta Cacca….

Eh sì in questo stabilimento c’è tanta cacca. Ma a me fa un sacco ridere. Mi fa ridere che questi arrivano in spiaggia e appena appoggiano la pianta del piede sudato sulla passerella di cemento elencano ai clienti storici le mete che hanno calcato prima di approdare a questa crudele e sabbiosa livella sociale. Un paio di loro, mentre pranzano al fresco del self service, commentano che lo stabilimento non è al livello di una volta. Eh no, se ci sto persino io… direi proprio di no. O forse è la cacca che non è al livello di una volta. Specialmente quando assisti alla scena del maschio non più giovane che afferma di chiamarsi Ranieri e rimarca ad alta voce, con il tuo orecchio a due centimetri, che cognome importante eh?! 

Chissà se i Ranieri, quelli veri, hanno la sabbia sul culo e lo ammollano nella melma come me…

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CONTESSA: Ao la Luisa s’è ccomprata ‘n vestitaccio bbrutto 9 euro.

IO: Eh, mbè..? Me ll’ho dda comprà pure io ‘n vestitaccio bbrutto 9 euro?

CONTESSA: Beh ma c’è dde artri colori…

IO: Eh ho ccapito ma sempre ‘n vestitaccio bbrutto rimane! De che ccolore era?

CONTESSA: Questo era colore m…. caffellatte!

IO: Stavi a ddi mmerda t’ho ccapito sa?

CONTESSA: hahahahaha

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