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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Tag Archives: letteratura

Dai, è la giornata mondiale della poesia e l’ho saputo solo ora. Stavo giusto mangiando una patatina e la prima, primissima poesia che mi è venuta in mente è questa, che mi ricorda di quando avevo 17 anni, ed è di Boris Vian.

Sarebbe fico sapere qual è la prima poesia che vi viene in mente, senza pensare, così! Di getto! Se vi va…

Questa è la mia:

Io non vorrei crepare
senza aver visto almeno i cani messicani neri
che senza sognare dormono a ciel sereno;
senza aver conosciuto ai tropici le voraci
scimmie divoratrici (le scimmie a culo nudo).
O anche i ragni argentati dai serici nidi felici
di spruzzi traforati.

No, non vorrei crepare ignorando se la presunta
monetina che spunta sotto la faccia della luna
stia a nascondere una seconda faccia a punta.
Se – dopo gran riflessioni – il sole e’ freddo.
Se le famose quattro stagioni
son proprio quattro e non tre.
Senza aver passeggiato per il corso in vestaglia
guardando fissa la marmaglia dei guardoni.
Senza aver ficcato i miei coglioni
in ogni posto vietato.

Io non vorrei finire senza sapere la lebbra
(beh, si fa per dire)
o almeno la febbre dei sette mali che
piu’ o meno certamente si acchiappano laggiu’:
resterei indifferente al bene e al male
purche’ di tutta questa vasta delizia
l’assoluta primizia
fosse riservata a me.

E poi non basta, c’e’ tutto cio’ che conosco,
che ho imparato ad amare: il fondo verde bosco
del mare dove le alghe sottili gareggiano nel
disegnare onde di valzer sugli arenili.
E ancora la terra, che a giugno crepita e sbotta
di odori, e le conifere, e un semplice pugno d’erba…

… e i baci di quella ! Si, insomma quella, signori.
Ursula.
Ursulotta. La piu’ bella orsacchiotta
fra tutte le orse maggiori.
Quella per cui non vorrei proprio crepare
prima di averla avuta tutta. Goderla la bocca nella bocca,
i bei seni nelle mie mani, poi con gli occhi il resto e…
Basta! Questi son fatti miei. Taccio.

Crepare ? Non puoi, come faccio ? ( come si fa ? )
Come vuoi crepare senza che ancora si siano inventate
le cose che contano: le rose eterne, le giornate di un’ora,
i monti marini e le spiagge, beh, le spiaggie montagnose.

La cuccagna finiti tutti i tormenti, i quotidiani
splendenti di colori, i bambini contenti e tutti i trucchi
ancora dormenti dentro i crani stipati di ingegneri ingegnosi,
socialisti associati, urbanisti urbanizzati e pensatori pensosi.

Dio, quante cose da fare, da intendere e volere
da contare e aspettare, mentre la fine gia’ avanza,
in notti sempre piu’ nere striscia, con la schifosa sembianza
di un rospo, non c’e’ piu’ scampo, eccola gli occhi nei miei…
proprio no, non vorrei crepare, nossignori, nossignore,
non senza aver fatto esperienza
del sapore tormentoso di cui sono goloso e geloso.
Il sapore piu’ delicato che si possa sentire,
il piu’ forte. No!

No, non voglio morire
prima di aver gustato
il gusto della morte.

boris

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Coloro che sognano di giorno sanno molte cose che sfuggono a chi sogna soltanto di notte.

poe

Vi consiglio quindi la lettura di un post del mio amico Marino, che sul suo blog scrive sempre cose interessanti e oggi ce n’è una ancora più interessante, perché parla di un grande scrittore, uno dei più grandi di tutti in tempi, un genio assoluto, maestro incontrastato della short story. Va da sé che uno così non poteva essere felice. Infatti morì giovane, povero, solo e alcolizzato.

Oggi sarebbe il suo compleanno e quindi io e Marino gli facciamo gli auguri, certi che un uomo così non può che essere immortale e da qualche parte vive ancora. Nei libri che abbiamo letto, nei racconti horror e nei thriller che non finiscono di prendere ispirazione dal suo genio, nelle nostre paure e nei nostri incubi.

Leggete il post di Marino su Nel cuore del buio!

Poe non ha scritto solo cose spaventose, non tutti lo sanno. Una delle cose più belle e terribili che lui abbia mai scritto è una poesia che mi tocca sempre in un modo che non saprei spiegare e quindi la scrivo qui. Non la traduco perché a tradurre una cosa così si fa peccato, e io sulle spalle di peccati ne ho già abbastanza. Il mio pezzo preferito è l’ultimo, che mi dilania sempre vai a capire perché.

Buona lettura:

It was many and many a year ago,
In a kingdom by the sea,
That a maiden there lived whom you may know
By the name of Annabel Lee;
And this maiden she lived with no other thought
Than to love and be loved by me.

I was a child and she was a child,
In this kingdom by the sea;
But we loved with a love that was more than love-
I and my Annabel Lee;
With a love that the winged seraphs of heaven
Coveted her and me.

And this was the reason that, long ago,
In this kingdom by the sea,
A wind blew out of a cloud, chilling
My beautiful Annabel Lee;
So that her highborn kinsman came
And bore her away from me,
To shut her up in a sepulchre
In this kingdom by the sea.

The angels, not half so happy in heaven,
Went envying her and me-
Yes!- that was the reason (as all men know,
In this kingdom by the sea)
That the wind came out of the cloud by night,
Chilling and killing my Annabel Lee.

But our love it was stronger by far than the love
Of those who were older than we-
Of many far wiser than we-
And neither the angels in heaven above,
Nor the demons down under the sea,
Can ever dissever my soul from the soul
Of the beautiful Annabel Lee.

For the moon never beams without bringing me dreams
Of the beautiful Annabel Lee;
And the stars never rise but I feel the bright eyes
Of the beautiful Annabel Lee;
And so, all the night-tide, I lie down by the side
Of my darling- my darling- my life and my bride,
In the sepulchre there by the sea,
In her tomb by the sounding sea. 

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Questo è un trailer di uno spettacolo teatrale.

In Inghilterra non sono grulli come da noi. Loro sulla cultura ci fanno mercato e non devono per forza ricorrere a Euripide per mettere in scena uno spettacolo a teatro. Loro celebrano i loro autori contemporanei, una cosa che noi non abbiamo ancora imparato a fare, visto che ogni anno ci propongono la rassegna su Shakespeare.

Se andassi a Londra mi piacerebbe andare a vederlo questo spettacolo. Ma so che non potrei mai andarci perché mi metterei a piangere già dall’inizio e sarebbe un po’ seccante. Lo spettacolo è tratto da un libro scritto da un signore che si chiama Mark Haddon, che è fatto così:

Mark HaddonIo ho finito di leggere The Curious Incident of the Dog in the Night-Time (Lo Strano Caso del Cane Ucciso a Mezzanotte) mentre ero in treno. Era la seconda volta che scoppiavo il lacrime dopo aver finito un libro a bordo di un treno. Mi era capitato la prima volta con Questa Storia, di Baricco, che non è piaciuto credo a nessuno tranne a me, che invece l’ho adorato da matti.

Sarà che Christopher, il protagonista di questo libro qui, ha l’Asperger e io ultimamente vedo Asperger dappertutto. Max di Parenthood (che è una serie che amo) ha l’Asperger, e la suoneria del mio telefono è stata questa fino a ieri sera:

La canzone dice che non si scherza su queste cose e mentre lo dice sa che non è assolutamente vero. Si può scherzare su queste cose e anzi si deve scherzare. E se ci scherzi non vuol dire che non le rispetti.  A volte magari le avvicini a te e poi è più facile capirle.

Ho percorso tutto d’un fiato i giorni che separano Christopher dall’ultima pagina del libro, che poi è la prima pagina del resto della sua vita. Ed è un sollievo incredibile leggere:

E so di potercela fare perché sono andato a Londra da solo e perché ho risolto il mistero di CHI HA UCCISO WELLINGTON? e ho trovato mia madre e sono stato coraggioso e ho scritto un libro e questo significa che posso fare qualunque cosa.

Talmente un sollievo che devi per forza farti una lacrima perché hai tenuto dentro tanta tensione e tanta pena e devi un po’ scaricarla, e sei felice. E poi non prendiamoci per il culo. Stai lì e pensi, cavolo anche io posso fare qualunque cosa, come Christopher, e invece mi preoccupo tanto di fallire, di non andare bene, di essere da meno…e guarda qui c’è uno con l’Asperger che dice che può fare qualunque cosa.

Quindi leggetelo, se possibile in inglese, se impossibile in qualunque lingua voi capiate, ma leggetelo.

haddon

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Il Giovane Holden è un titolo brutto.

Avevo una brava insegnante una volta. Parlava delle storie e dei libri e ti aiutava a capirli. A lei piaceva che fossimo noi a tirar fuori dalle pagine quello che c’era da tirar fuori, che fossimo noi a vedere dentro e oltre. Certo ti dava qualche spunto, ma poi lasciava fare a te. All’americana, diciamo. Quando mi esaminò l’ultimo anno di università avevo un raffreddore incredibile, ero senza voce e non facevo che smoccolare. Mentre presentavo il mio lavoro, mi sentivo un po’ in imbarazzo per il mio stato di salute e le chiesi scusa. Mi rimase impressa una cosa davvero semplice ma di potenza. Aveva due grandi occhi blu, mi guardò calma e mi disse semplicemente: it’s human. Quell’it’s human io me lo ricordo spesso. Non lo so bene perché.

All’esame non portai Il Giovane Holden, anche se lo amavo. The Catcher in the Rye. Il titolo in italiano non rende neanche un decimo di quello inglese. Probabilmente neanche un centesimo. Perché il libro si chiama così per via di un disguido, in realtà. Di un disguido del protagonista, Holden. The catcher in the rye è un verso storpiato di una poesia di Robert Burns, il figlio preferito di Scozia. Holden tira fuori questo verso quando parla con la sola persona con cui riesce a parlare, ovvero la sua sorellina piccola, Phoebe. Burns aveva scritto una poesia fondamentalmente a sfondo erotico, sebbene ce ne siano diverse versioni. Ma Holden non arriva al doppio senso. D’altronde è lui stesso che dice I’m quite illiterate, but I read a lot. E poi Holden con il sesso non va molto d’accordo.

Quello che mi ha sempre affascinato di Holden è il suo nome. Hold On, resta il linea, non riagganciare. E io non capisco mai se è lui che sta in attesa o magari ha messo in attesa il mondo. Anche se sono abbastanza sicura che in ascolto ci sia solo Phoebe rimasta, e tutti quelli che forse erano in attesa hanno riagganciato, facendolo parlare da solo.

Holden pensa che la poesia di Burns abbia a che fare con i bambini. E lui vuole essere quello che li difende e non li fa cadere giù da un precipizio. Il catcher, in un campo di grano, dove i bambini giocano ignari del pericolo di cadere. Come spiega questo video:

E come spiega questo disegno:

holden

Così Hold On inizia ad assumere un significato diverso. Mi immagino Holden guardare la sorellina e pensare tipo, aspetta! ferma! Resisti al tempo che passa, perché ti fa perdere tutta l’innocenza delle cose. E dopo è più brutto. E poi … se cresci anche tu…io con chi parlo?

Tutto questo per dire che oggi è l’anniversario della pubblicazione di The Catcher in the Rye. Il sessantaduesimo. L’ho letto non so dove.

Oggi Holden ha 88 anni.

Chissà se con Phoebe fanno ancora gli stessi discorsi…

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Ogni tanto anche gli scrittori muoiono. Un po’ come tutti noi, disgraziatamente. Capita.

Molto più raro, quasi impossibile a dire il vero, è che muoiano le storie che hanno raccontato, le immagini che hanno colorato, i mondi che hanno inventato o i personaggi che hanno lasciato vivere. Certe parole, certi nomi …a volte basta un cenno per aprire la porta a mondi di fantasia che tornano vividi alla memoria. Così io non ho potuto fare a  meno di sentire un brivido, un’emozione forte, quando ho visto questa vignetta:

ismael

Call me Ishmael. E’ la prima cosa che leggi quando apri Moby Dick. Moby Dick è stato scritto più di 150 anni fa. E’ tanto tempo. E’ tradizione che la Walt Disney si occupi delle riscritture dei grandi classici della letteratura, o di momenti cardine della storia mondiale, o di personaggi che hanno lasciato un segno nel nostro tempo. Ricordo che all’Università avevo un professore di storia particolarmente divertente e bravo che a lezione ci fece vedere un cartone animato di Walt Disney che raccontava la Rivoluzione Americana. Credo fosse parte di La Storia Universale Disney.

Dal numero 3003 del Topo è possibile tuffarsi nelle acque solcate dalla baleniera comandata dal capitano Quackab. Non perdetevi questa chicca, perché è davvero impressionante. La cosa più bella secondo me? La dignità che il Topo ha dato alla storia drammatica della caccia alla balena bianca. Perché la storia di Moby Dick è drammatica, a tratti onirica, simbolica. E leggere questo fumetto a puntate è davvero come trattenere il fiato e guardare tutto da sott’acqua, con gli occhi aperti e che pizzicano. E’ un racconto macchiato del blu delle acque salate, che filtra i dialoghi dei paperi navigatori come un velo steso disordinatamente su una memoria a metà tra sogno e incubo. Questo velo, i ghigni alterati dei cattivi, le figure insolite dei nostri eroi piumati, riescono fare in modo che anche un bambino sappia cogliere la tensione drammatica della narrazione di Melville.

E’ anche così che funzionano le riscritture postmoderne.

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All’uscita mariti e fidanzati aspettano fumando nervosamente, come fossero fuori dalla sala parto.

In entrata, invece, un picaleccio assurdo. Una schiacciante maggioranza di femmine non più nel fiore degli anni. Un abbigliamento decisamente brutto e brutti capelli. Aliti pesanti. Nebbia…un quartiere di merda. Dizionari vecchissimi e borse tarocche. Finte Hogan ai piedi. Sorrisi di circostanza e malcelata invidia. Tutti sperano che gli altri facciano un compito di merda, inutile nascondercelo. Infatti meglio non parlare con nessuno. Me ne sto sulle mie.

Al cesso c’è la fila perché tutti vogliono fare quelle due gocce prima che inizi la prova, e magari anche la cacca…

E alla fine poi la prova somministrata non è che volesse verificare se hai studiato il programma, quanto se hai una qualche esperienzaccia come insegnante. Se stai lì perché non sai dove cazzo sbattere la testa o se stai lì perché potresti effettivamente essere idoneo a insegnare. E diciamolo, è strutturata per favorire chi insegna già, chi non ha avuto un cazzo di tempo per prepararsi e quindi ha ringraziato il cielo che non gli abbiano chiesto chi è Smollett e di che parla Roderick Random, che tanto non si fa mai.

Ed è una prova tutta sulla lettura. Un brano di Virginia Woolf che parla di lettura, tratto da The Common Reader; domande sulla lettura; tutto sulla lettura.

Io personalmente mentre svolgevo la prova, a parte avere un mal di testa boia e la sensazione che non ce l’avrei mai fatta a finire in tempo, me la ridacchiavo un po’, perché non potevo fare a meno di pensare ad Alan Bennett. Bennett é uno dei  miei scrittori preferiti, che ho conosciuto grazie niente di meno che ad Anna Marchesini, che ha magistralmente interpretato alcuni suoi monologhi.

queen-reading-264x300Ebbene, Bennett ha scritto un breve romanzo molto godibile e divertente, come nel suo stile. Il romanzo si chiama, guarda caso, The Uncommon Reader. Parla, ovviamente, di lettura, e richiama evidentemente in causa Woolf. In italiano è stato tradotto con il titolo La sovrana lettrice. Perché la sovrana? Perché la protagonista del libro è la regina d’Inghilterra, la quale scopre il meraviglioso mondo della lettura e questo rappresenta per lei un cambiamento radicale in termini di visione del mondo, di stile di vita, di considerazione del suo ruolo e di se stessa. Insomma, una svolta totale. Il tutto con una sapiente vena comica e un traspirante, incondizionato e assoluto amore per i libri. Che sono una di quelle cose che stanno lì per tutti. Literature […] is a commonwealth; letters a republic. E sono soprattutto un posto che tutti dovrebbero bazzicare poiché, parafrasando Bennett, nei libri scopri e riscopri la tua natura; non ci trovi la vita dello scrittore, ci trovi la tua vita. A volte, infatti, per capire cosa vorremmo dire di noi stessi, abbiamo bisogno che qualcuno ci spieghi come si fa. Quel qualcuno può essere lo scrittore. Per come la vedo io, può essere anche il regista, il pittore, l’attore… insomma, uno che di mezzo espressivi se ne intende.

Quindi chiariamo le cose, riassumiamo. Io sono la più brava di tutti e tutte e non ho le Hogan tarocche. Anzi, di avere le Hogan non me ne frega proprio niente. Per questo e altri motivi, merito naturalmente di vincere. Questo non significa che vincerò. Anzi. Non significa un cazzo di niente. Da una parte spero di non aver passato lo scritto, così non mi faccio illusioni. Dall’altra spero ovviamente di averlo passato, per potermi illudere un po’, che non fa mai male. Ad ogni modo, qualunque sia il risultato, meriterei la vittoria. E se non ci sarà sappiate che sarà un’ingiustizia nonché un torto enorme per tutti quegli studenti che potrebbero beneficiare della mia grossa, grassa simpatia.

Ah, a quelli che correggeranno le prove vorrei dire che io scrivo piccolo. Dicono che dietro la scrittura piccola ci sia una mente geniale.

Beh…adesso non esageriamo….

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Elizabeth Bennet è la protagonista di un famoso romanzo scritto 200 anni fa. Esattamente 200 anni fa. Elizabeth ha 20 anni nel momento in cui si svolge la storia. Dubito che qualcuno non  ricordi, anche vagamente, la trama di Pride and Prejudice. Sicuramente a molti di voi hanno fatto leggere questo romanzo di Jane Austen da adolescente, o giù di lì. O forse dovrei dire a moltE di voi, perché i romanzi di Austen sono stati considerati a lungo roba disimpegnata, da donnette.

Oggi non è più così. Sebbene in qualche testo di letteratura si trovi ancora qualche commento facilone e spicciolo nella paginetta dedicata a questa scrittrice inglese, qualsiasi persona che conosca i rudimenti della letteratura inglese ha il dovere di raccontare che non è più così.

Sarebbe una vera palla se io entrassi nel merito, perciò non lo farò.

Mi limiterò solo a ricordare quanto Pride and Prejudice abbia imbevuto la vita della mia generazione e di quelle anagraficamente limitrofe. Sì, sì, anche la vita di chi il romanzo non l’ha mai letto. Perché sicuramente tutti sanno qualcosa di quel simpatico personaggio che si chiama Bridget Jones, la nubile sfigata in cerca di relazione fissa scopo matrimonio. Ecco, quella storia è ispirata al libro di Austen.

Forse meno conosciuta, ma secondo me ancora più godibile, la riscrittura di Pride and Prejudice che porta il titolo di Lost in Austen. Qui succede, in poche parole, che Amanda Price, una ragazza dei giorni nostri, stanca del suo ragazzo trascurato e di una vita priva di romanticismo, trova rifugio nella lettura compulsiva del romanzo della Austen, fino a…perdercisi letteralmente dentro! Catapultata in quell’Inghilterra narrata nel suo libro preferito, non fa difficoltà ad adattarsi ad un modo che conosce a menadito e nel quale ha sempre desiderato abitare. Eccola in vesti austeniane, in un languido sguardo con Mr Darcy:

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In realtà non è solo lei ad essersi stancata del suo mondo. Neanche Elizabeth Bennet non ne può più del suo! Così si perdono l’una nella vita dell’altra, e ad un certo punto noi ci troviamo davanti ad una irriconoscibile Elizabeth, perfettamente a suo agio nel mondo contemporaneo, che segue una dieta macrobiotica, usa il cellulare e adora la televisione, ma senza l’audio. Eccola:

elizabeth bennet

Non voglio anticiparvi niente. La storia è talmente carina e ben fatta che merita una chance. Guardatevi Lost in Austen, mini serie prodotta dalla BBC, basata sul libro di Emma Campbell Webster e disponibile gratuitamente su Youtube:

Gli scrittori talvolta muoiono. I loro libri, le loro storie e i loro personaggi non muoiono mai.

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