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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Tag Archives: LGBT

Huu quanti ne ho visti di film così, come Water Lilies, quante ne ho lette di storie, racconti, romanzi, quante ne ho indovinate sull’autobus. Si somigliano un po’ tutte e in tutte c’è qualcuno che è come gli altri, ma anche che in fondo no, non è proprio come gli altri. In tutte poi c’è qualcuno che somiglia a qualcuno che conosciamo o abbiamo conosciuto, oppure somiglia a noi, il che è il male.

Per farla breve, sono le storie di quell’imbarazzo totale che è l’adolescenza. Totalissimo, un periodo allucinante. La coda bassa o la gelatina per fare i capelli dritti, i vestiti che non si capisce bene come ti sei vestito, le scarpe quasi sempre da ginnastica, i brufoli, lo zaino grosso, le magliette brutte in alcuni casi pure l’apparecchio. E poi il trucco messo male o non messo per niente. Nel primo caso sembri una battona, nel secondo una che ha appena pulito 12 cessi. Gli atteggiamenti troppo infantili o troppo da grande. Io non so perché Dio ci ha dato l’adolescenza. Certo che è un bel dispetto.

Anche ai protagonisti di questa storia Dio ha dato l’adolescenza. Poracci. Ce li hanno quasi tutti i disagi possibili. Ma a noi interessano quelli della protagonista, che è proprio il prototipo della tristezza. Marò che tristezza. Sto fisico che non sai bene se per Natale devi chiedere il primo completino intimo o  la casa delle fate, e poi tutto il resto, che già da solo basterebbe. No, non ti piace nessuno sport, non sei una persona sportiva, per di più negli spogliatoi saresti pure a disagio perciò per carità che schifo lo sport. E se per caso improvvisamente ti viene da iscriverti a nuoto sincronizzato è solo perché ti piace qualcuno che lo fa. Ah aspetta, se poi ti piace una che è una femmina come te, preparati ad un periodo di merda.

Quindi preparati a mesi e mesi di fraintendimenti, in cui ti troverai pure a darle consigli, a starci male se limona con qualcuno, a sbattere la capoccia sempre contro lo stesso muro, a far finta di niente. Insomma preparati a stare sott’acqua.

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Ah dimenticavo, se poi alla fine riesci, non si sa come, a limonarci te, penserà che ti serviva come esercizio, dal momento che non avevi mai baciato nessuno prima di lei. Oooh, che grama vita, figlia mia. Fortuna che solitamente dopo batoste del genere sono due le cose che ti capitano, in generale. Uno, ti segni per sempre, ma negativamente, e lì sono cazzi tuoi. Due, ti segni per sempre, ma almeno hai fatto il tuffo. Hai ancora quella maglietta di merda, rosa pallido, magari domani la buttiamo, eh? Hai ancora la tua amica sfigata ma sincera, e puoi scommetterci che non ti mollerà. Hai un’espressione serena, sembri felice per la prima volta in un’ora e venti di film. Fregatene del nuoto sincronizzato, sarai pure un po’ un morta adesso, ma sei a galla. Le ninfee stanno in superficie, mica sott’acqua.

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Questa è la storia di Guerrino, e non solo. Ma soprattutto è la storia di Guerrino, che è rimasto vedovo e vive a Bergamo, ed è il 1981 e io non ero ancora nata.

La storia di Guerrino inizia da prima che inizi questa storia, quando era sposato, felice, con un’azienda che andava bene. Poi qualcosa è andato a puttane ed è tutto cambiato, perché non hai mai la sicurezza che le cose non vadano a puttane da un momento all’altro e questo fa tanta paura, specialmente quando sei felice. E quando inizia questa storia Guerrino già non è più felice. Mia moglie era la fine del mondo, dice mentre torna a casa, mentre l’azienda va a rotoli e il vino che vende sa di aceto, mentre la piscina si sporca e divide il letto con la suocera in un concubinato inquietante e malato, e la servitù viene mandata via e nel sidecar ci va da solo.

Ma una notte Guerrino esce di casa e incrocia lo sguardo di una donna bellissima e irraggiungibile. E pur di stare un po’ più a lungo nello stesso posto dove sta lei, segue la sua auto fino all’hotel dove alloggia, si ubriaca come una merda e non riesce a tornare a casa. Così deve affittare una camera per riprendersi.

E qui inizia la storia di Chantal, perché questa storia non è solo la storia di Guerrino, ve lo avevo detto. E anche la storia di Chantal inizia da prima che inizi questa storia, ma è avvolta dal mistero, e noi la vediamo soltanto incrociare lo sguardo di Guerrino e non accorgersi di essere seguita fino all’hotel. La vediamo piangere, ubriaca, entrare nella stanza sbagliata, e aver voglia di suicidarsi.

Ma la stanza sbagliata è quella di Guerrino, che si accorge di lei solo quando si stende a letto dopo aver bevuto il bicchiere di veleno che lei aveva preparato per sé. No, no, non muore. Anzi, vive. E prima di correre in ospedale c’è giusto il tempo di innamorarsi e non voler morire più.

Così Guerrino lascia l’ospedale e corre a cercare Chantal, quella donna bellissima che gli ha rapito il cuore. La rincorre fino ad Amsterdam e le chiede immediatamente di sposarlo, non vuole sapere niente di lei, la ama e basta. La sposa e la porta con sé a Bergamo, dove finalmente l’azienda inizia ad andare di nuovo bene, il vino è buonissimo, la piscina è pulita e la servitù è tornata. Guerrino e Chantal si amano follemente, pazzamente, e tutto è bellissimo.

Vi ricordate di quando dicevamo che non sai mai quando le cose vanno a puttane? Ecco. Esattamente. Un giorno arriva un baule. Un baule per Chantal. Guerrino apre il baule e ci trova quello che non sapeva di Chantal, quello che non aveva voluto sapere, perché non aveva alcuna importanza.

nessuno è perfetto

E a casa iniziano ad arrivare telefonate di scherno, lettere anonime. Vissiosi! C’è scritto su una. Porci schifosi! Su un’altra. E la gente non parla d’altro. Guerrino non vuole più uscire né toccare Chantal. D’altronde chi avrebbe mai potuto immaginare una cosa così. E tutto diventa terribilmente complicato, brutto, e Chantal alla fine preferisce fuggire via piuttosto che vivere un vita da prigioniera in casa sua.

C’è una cosa che accade molto spesso, e cioè che si rinunci alla propria felicità. Ed è una cosa molto stupida, sebbene estremamente comune. Anche a Guerrino succede. Ma per fortuna si sveglia in tempo e capisce che l’unico ostacolo alla propria felicità è soltanto lui stesso. Poco importa chi fosse prima Chantal, perché adesso è la donna che ama ed è tutto quello che conta.

Ecco perché corre a riprendersela.

Ed ecco perché, in queste strane serate di fine agosto, io vi consiglio questa storia:

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È proprio difficile parlare di un film famoso che ormai ne hanno parlato tutti. È difficile e basta, cioè…che altro devi dire? Però devo farlo. Per forza.

Avevo una certa paura a guardarlo, perché temevo che mi avrebbe deluso, temevo che fosse un polpettone francese e che avesse vinto Cannes solo perché parlava di due ragazze lesbiche ed era particolarmente esplicito. E poi dai, un film che dura tre ore non può non annoiarti. Ma ad un certo punto Adele dice che a volte ha iniziato libri brevissimi e li ha abbandonati dopo poche pagine, e magari ha divorato libri lunghissimi. Ecco. Esattamente.

Così ho visto due ore di film. Poi mi sono vestita,  sono uscita, ho parlato molto e bevuto troppo. Ed era tardi quando sono tornata ma fino a quasi le 4 del mattino ho dovuto sapere che cosa sarebbe successo.

E io non so spiegare perché quando mancava mezz’ora alla fine pensavo: no cazzo, manca solo mezz’ora…è impossibile che in mezz’ora io sappia cosa ne sarà davvero della vita di Adele. Perché si chiama La Vita di Adele ma in realtà cos’è? Che cos’è veramente la vita di Adele? Il suo carattere, i suoi errori, il suo grande amore con i capelli strani, il suo lavoro con i bambini, oppure sarà quel ragazzo moro che sicuramente le correrà dietro, anche se noi non lo vediamo, ma sarà così perché io lo so. E mi fa paura perché mi sa tanto che non è quello che vuole lei.

Quello che non so è se lei avrà la forza di ricominciare la strada difficile o penserà che, ora che ha perso ciò che desiderava, una cosa vale l’altra. Io questo non lo so. Ma avrei voluto saperlo, sarei stata disposta a vedere la seconda vita di Adele pur di scoprirlo. Ma non è andata così.

Perciò Adele avrà per sempre quella faccia senza rughe, i capelli disordinati, un appetito vorace e si allontanerà per sempre,  da sola, col peso di una cazzata sulle spalle, una sola cazzata che le è costata tutto, o forse le è costata meno di quanto non sembri ora, che pare tutto una merda, come sembra una merda sempre quando perdiamo l’amore. E che poi alla fine più che una cazzata è una conseguenza, ma è complicato.

Adele si allontanerà da sola ogni volta che mi verrà in mente la sua faccia, senza farmi sapere nient’altro di lei.

E a me dispiace parecchio…
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In Cina hanno un programma di recupero per rieducare gli omosessuali ad una sana eterosessualità. E qualcuno pensa che sarebbe una cosa utile, in generale, non solo in Cina.

Poi esistono persone che pensano che sia meglio cancellare la Giornata della Memoria.

E ancora, ci sono suore che malmenano bambini e ci sono preti pedofili. Ma quelli non vanno rieducati ad una sana sessualità. Non so perché.

Ci sono persone che coprono le atrocità altrui per convenienza personale o per paura.

Tutte queste cose e cose ancora peggiori le racconta American Horror Story – Asylum, che poi sarebbe la seconda stagione della fortunata serie americana che parla di cose orrende e schifose, inquietanti e  paurosissime. La prima stagione si svolgeva in una casa maledetta, la famosa casa maledetta. Questa seconda ha luogo negli ani 60, in un manicomio gestito da una suora raggelante, insieme a un dottore ex nazista sessualmente ipodotato.

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Questa stagione la sto guardando di corsissima, perché la terza è già uscita e mi dicono che sia fantasmagorica e nettamente superiore alle prime due. Quello che mi piace da morire di questa serie è la capacità sapientissima di riassumere tutto ciò che l’uomo teme da sempre, dalla notte dei tempi, ma con un occhio contemporaneo e rendendo omaggio alle grandi storie horror di tutti i tempi e soprattutto al cinema horror cult. La serie riassume tutto. Tutti i collegamenti malati che la nostra mente produce, tutto quello che non osiamo dire e non osiamo ammettere. Questo è l’horror in generale, solo che c’è modo e modo di farlo, l’horror. E queste horror stories sono fatte particolarmente bene, probabilmente perché sono americane. Gli americani fanno bene tutto, dagli hamburger alla birra alle storie horror.

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Attenzione perché qui faccio spoiler. Poi non vi lamentate.

In genere amo aspettare per vedere come finirà una serie, anche perché il finale della prima stagione mi ha sorpreso tantissimo, ma ho avuto bisogno di leggermi un brevissimo spoiler per sapere almeno che l’eroina, Lana, giornalista lesbica internata nel manicomio per venire rieducata, un po’ come in Cina oggi, alla fine si salva. Non potevo sopportare di non saperlo, era troppo brutto. Meno male, cazzo. Daje, Lana!

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Il Natale ha le sue tradizioni ed ha anche le sue persone tradizionali. Tipi umani che fanno assolutamente parte della tradizione del Natale.

Tra queste, ci sono persone molto brutte. Tra queste ci sono quelli che escono a comprare i regali di sabato 21 dicembre e si lamentano della confusione. Che è come prenotare un tour nel deserto e lamentarsi della sabbia, come andare a Oslo a dicembre e lamentarsi delle rigide temperature. Queste persone orribili ti fanno sentire come se tu stessi disturbando la loro tranquilla e serafica passeggiata alla ricerca dei 76 regali che ancora mancano all’appello. C’è quello che sbuffa e si allenta la sciarpa; poi c’è quella con il bambino in mano che ti si para dietro dicendo all’infante silenzioso, eh no amore non si passa neanche qui, non si passa da nessuna parte, come se il pargolo stesse soffrendo le pene dell’inferno; oppure c’è quello che vuole esaminare lo stesso articolo che stai valutando te, e ti alita addosso per infastidirti.

Fanno parte della tradizione natalizia anche quelli che, in fila alla Feltrinelli, si fanno ad alta voce battute culturali, in modo che tutti sentano in che modo intelligente sanno ridere loro e con quali cose dotte sanno fare ironia. Altra tradizione natalizia tutta Feltrinelli è la tremenda usanza di non darti una cazzo di coccardina da appiccicare sul regalo che stai acquistando. Non ti danno un cazzo, solo quelle bustine di cartone di merda. Il motivo è molto semplice: la Feltrinelli deve sempre fa quella che butta un occhio al sociale, al bene comune. Devi dunque recarti al banco dei pacchetti, dove un’associazione ti impacchetterà i doni, se darai un’offerta. Ovviamente questo comporta che te devi fa ‘n’altra fila. E io non ci penso nemmeno.

Parte della tradizione è poi l’esercito di commessi e commesse della Rinascente. A volte sono anche sui pattini. Appena entri ti fanno subito assaggiare un profumo, e io ti sfido ad avere il fegato di dire che non ti è piaciuto e che forse puzza anche un po’. Scampata la pattinatrice con in mano l’ultima fragranza di Boss, vorresti andare subito verso l’uscita dall’altra parte del negozio ma per farlo devi passare davanti ad almeno 12 altri commessi. Il trucco è vestirsi male, così pensano che sei poverissimo e non comprerai mai nel loro negozio elegante. Altro trucco, da usare se non sei vestito di merda, è abbassare lo sguardo o fingere di telefonare.

Ma nessun trucco ti salverà mai dalle temibili commesse di Lush, che vogliono trovare il sapone perfetto per la tua personalità. Giusto per curiosare, entro. Subito mi placca una signorina pettinata molto meglio di me. Mi chiede: se so come funziona il negozio, cosa cerco, in quale quantità lo cerco, se vedo tutti insieme i destinatari dei regali o li vedo separatamente (questa poi non mi era mai capitata..). La verità è che io col cazzo che compro una saponetta da Lush, non ci penso proprio. Ero solo curiosa, ma la curiosità me l’ha fatta passare sta stronza. E che palle, basta! Addio.

Continuo dunque il mio giretto e penso che sarebbe molto carino entrare nel Disney Store. L’enorme bodyguard nero all’ingresso dirige minacciosamente il traffico umano, ma alcune signore scaltre fanno comunque finta di non capire che si entra un po’ per volta e cercano di intrufolarsi con studiata disinvoltura. Il bodyguard le secca con uno sguardo. Non gliela fai, al bodyguard del Disney Store.

Tipologia umana figlia della recessione, è poi la grande quantità di gente alla quale senti dire: e meno male che c’è la crisi!

Ho certamente tralasciato qualche personaggio, in questa breve rassegna. Magari la aggiornerò, o la completerete voi che passate di qui!

Buon Natale 2013, orribili zozzoni!

Di seguito, un’immagine delle orripilanti luminarie arcobaleno, che il sindaco di Roma, un uomo molto brutto, ha deciso di sostituire a quelle tricolore, che invece erano molto più belle ed esteticamente eleganti. Sono assolutamente pro-LGBT, ma ste luminarie fanno cacare:

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Non avevo detto ancora nulla su quella sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, giusto?
Ecco non dirò nulla. Mi limito a questo:

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Noi probabilmente conosciamo solo ABC 123, e forse neanche quella. In realtà i Broder Daniel in Svezia sono praticamente un’istituzione e di canzoni ne hanno scritte tante. E adesso sono anche un po’ leggenda, visto che il chitarrista, che si chiamava Anders, si è ammazzato a Stoccolma nel 2008, a soli 33 anni. Ai loro concerti i giovani si mettevano due stelline luccicanti sotto gli occhi, e queste brillavano come se ci fosse una luce che si rifletteva su due lacrime. Una cosa da ragazzi, insomma. I Broder Daniel sono stati scelti per la colonna sonora di un film che ormai ha più di 10 anni, che non so quanta gente abbia avuto il piacere di vedere. Un filmetto costato probabilmente due lire. Quando studiavo a Firenze ricordo di aver visto un volantino che diceva che lo proiettavano a queste cose culturali studentesche alle quali mi sono sempre ben guardata dal partecipare. Forse ho fatto male, perché poi alla fine il film me lo sono visto e mi è piaciuto.

Iniziamo con dire che Elin non è felice. E vabè, non è una novità. Ha 14 anni, vive in un paesino sperduto, dove tutti si conoscono, sono in pochi, hanno il destino quasi già segnato. E’ un posto dove i giovani si vestono tutti uguali, dove il massimo passatempo è fare le feste a casa dei compagni di scuola, sballarsi pur di divertirsi un po’, perché se rimani sobrio sai che palle. Obbiettivamente non è bella, ma forse nella media della sua scuola non è poi così male. Ma è la ragazza più popolare della scuola, perché a quell’età per essere popolare basta andare con tanti ragazzi. Ti dà un certo potere, le altre ragazze ti si fanno amica per non temerti. Tutti credono che Elin l’abbia data via come il merluzzo fresco, in realtà non ne ha mai avuto nessuna voglia. Sembra che le giornate non le passino mai. Qualsiasi cosa la annoia e la deprime. Non sopporta stare a casa e non sopporta uscire, non trova la sua dimensione da nessuna parte. Il che, tutto sommato, alla sua età è più che normale. Però tutte le persone che conosce sguazzano più o meno tranquillamente in quella realtà isolata, dove le mode arrivano quando altrove sono già out, dove i giovani escono in tuta da ginnastica, dove i maschi si intendono di tecnologia e le femmine di look.

Chi ha viaggiato per la Scandinavia lo sa che le case non sono certo fitte. Sa che la densità di popolazione è bassa. Sa che se vivi a Stoccolma è un conto. Stoccolma è una figata. Ma se ti allontani dai grandi centri trovi posti meravigliosi ma pieni di un grande silenzio. Alcuni direbbero che è pace. Ma la pace te la godi se ce l’hai dentro. E Elin non ce l’ha. E quella pace la sente come una prigione, come una quiete che deve necessariamente trasformare in tempesta, per avere l’impressione di sentire qualcosa, di provare qualcosa.

E la prima cosa che riesce a provare, a sentire fortemente, è l’amore. E ti pare poco! E’ la prima cotta vera, quella che non mangi, non dormi, sembra quasi che soffri! Solo che non se lo aspettava. Cioè, non si aspettava che potesse provare questo sentimento per qualcuno che …insomma che non aveva decisamente previsto.

Perché, vi spiego, ci sono due persone che sono innamorate di Elin. Uno è un ragazzo di 17 anni che si chiama Johan. E’ un bravo ragazzo, carino, buono, direi adorabile. Oddio, non è un’aquila, ma almeno non è uno sbruffone come gli altri, ed è tanto dolce, somiglia tanto al mondo di Elin, è vicino alla sua realtà. L’altra persona invece è una ragazza, che si chiama Agnes e ha 16 anni. Si è trasferita da un anno e mezzo in quel buco di culo che si chiama Amal, che si pronuncia omol,  e non si è fatta neanche un amico, un po’ perché è molto timida, un po’ perché si sente questa cosa dentro che non la fa stare a suo agio. Insomma a lei piacciono le ragazze e questo l’ha capito da un pezzo. E non è una cosa con la quale convive serenamente. E poi… le piace tanto Elin, che sembra irraggiungibile, e soprattutto non sembra interessarsi minimamente a lei.

A questo punto si capisce no? Di chi si innamorerà Elin? Troppo facile? Sì, certo, si innamora di Agnes.

Ma che ti credi? Mica è così, pam, automatico. All’inizio è tanto per…per scherzo! Le ruba un bacio per 4 corone, per scommessa. E poi torna, e la bacia per davvero, e allora non è più per scommessa.

E poi scappa, ma a questa ragazza ci pensa e ci ripensa, e ci ripensa ancora, e la cosa la preoccupa sempre di più. Così cerca di cacciare via questa cosa complicata, perché sa benissimo che le renderà la vita in salita, che le farà mettere in discussione una serie di cose che dava per scontate. E poi che vai a dire a tua mamma? E a tua sorella Jessica? E agli amici?  E a scuola? Naaah, troppo difficile, è impossibile, che Agnes si fotta. Così Elin si mette con Johan. Ci va persino a letto,  perché almeno è fatta, ha passato il confine e non si torna indietro. Eh vabè, ma quanto può durare? Dura un cazzo, perché alla fine tanto pensa sempre a Agnes, che di lei a questo punto non ne vuole più sapere, per quanto l’ha ferita.

Finché un giorno Elin raccoglie il coraggio e la convince a farsi ascoltare. E così noi siamo lì, seduti sul divano o dov’è che siamo, e assistiamo con il fiato sospeso ad un coming out un po’ particolare, non dall’arcinoto closet ma dal cesso di una scuola:

E adesso? Adesso che succede? Rivoluzione? Fuoco e fiamme? Esplosioni? No no… niente di tutto questo. Succede che Elin non si annoia più delle cose semplici, succede che capisce che sono favolose, se solo sai con chi condividerle, con chi goderne. E non deve più scappare, o sballarsi, o fuggire dalla quotidianità, perché la quotidianità è quello che desidera. Non c’è il solito bacio languido che chiude il film. C’è invece una scena…banale. Sono solo due ragazze, sedute lì, dentro casa, che bevono un bicchiere di latte al cioccolato e parlano di cose ordinarie. Fuori c’è sempre la merdosissima Amal, ma dentro ci stanno loro. E quindi è tutto diverso.

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