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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Tag Archives: mare

Sebbene oberata di studio e ansia tipica di chi fa un concorso pubblico d’estate, mi sono tuttavia concessa un paio di giorni con le chiappe a mollo nella ridente località di Tarquinia. Non è argomento nuovo per questo blog. Tarquinia è parte della mia storia. Abbiamo tutti i nostri lati oscuri, Tarquinia è un po’ il mio lato inquinato, quel lato che avrebbe bisogno di un restauro, anche solo un’imbiancata.

Iniziamo col dire che non sei un vero frequentatore di Tarquinia se non ricordi a memoria la successione degli stabilimenti balneari dal Porticciolo alla Foce. E tu lo devi sapere, lo devi cazzo sapere che ogni stabilimento ha il suo popolo, che divide le classi sociali in compartimenti non troppo stagni, perché siamo comunque al mare, e il costume è una livella, la sabbia sul culo umido è una livella, l’acqua torbida e oleosa del litorale dove vai ad ammollarcelo è una livella. E quella è la livella più democratica e quindi spietata. Tu hai il macchinone e i soldi, io no, però il culo lo ammolliamo nella stessa melma. Adesso io e te siamo uguali.

In questi due giorni di mare sono finita per caso nello stabilimento della cacca. La cacca è un concetto che conosco sin da piccola. La cacca sono tutti quei cognomi che si sa chi sono. Figlio di, nipote di, moglie di, imparentato con. La chiama cacca la Contessa, la chiama cacca mia mamma e perciò la chiamo cacca pure io. La Contessa ha sciarpellato fino all’ombrellone, si è seduta sulla sdraio, si è guardata intorno per qualche secondo ed ha commentato: Mmmmh…Quanta Cacca….

Eh sì in questo stabilimento c’è tanta cacca. Ma a me fa un sacco ridere. Mi fa ridere che questi arrivano in spiaggia e appena appoggiano la pianta del piede sudato sulla passerella di cemento elencano ai clienti storici le mete che hanno calcato prima di approdare a questa crudele e sabbiosa livella sociale. Un paio di loro, mentre pranzano al fresco del self service, commentano che lo stabilimento non è al livello di una volta. Eh no, se ci sto persino io… direi proprio di no. O forse è la cacca che non è al livello di una volta. Specialmente quando assisti alla scena del maschio non più giovane che afferma di chiamarsi Ranieri e rimarca ad alta voce, con il tuo orecchio a due centimetri, che cognome importante eh?! 

Chissà se i Ranieri, quelli veri, hanno la sabbia sul culo e lo ammollano nella melma come me…

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Da quando ero piccola, ci sono un sacco di canali in più. Ad esempio, ci sono canali tipo Rai4. Da quando ci sono così tanti canali a disposizione, sono sensibilmente aumentate le possibilità di trovare filmacci orridi a qualsiasi ora del giorno e della notte. E questo è interessante, perché sono convinta che nell’orrido risiede molto. Ma veramente molto.

Ad esempio, ieri sera su Rai4 passavano uno dei film più brutti che io abbia mai visto: Street Fighter.

Se cerchi Street Fighter su Wikipedia, scopri che esiste una tipologia di videogiochi classificata come picchiaduro. E questo è buffo.

Io giocavo a Street Fighter qualche volta quando ero piccola. Infilavo la monetina, vincevo qualche incontro e alla fine perdevo sempre. Spingevo i pulsanti totalmente a cazzo di cane. Stavo in un campeggio in Calabria. Era l’anno che la mia squadra della caccia al tesoro vinse la caccia al tesoro ma io non potevo considerarmi vincitrice perché a metà caccia al tesoro ero andata via con i miei. A dire il vero c’ero rimasta un po’ male perché avevo dato il mio contributo e sarebbe stato giusto che anche io fossi tra i premiati. Quell’anno non ho vinto niente. Io e mio fratello arrivammo secondi anche al torneo di biliardino. Ma tornata a casa, quando parlavo con gli altri bambini, dicevo che, visto che i microscopici partecipanti venivano da tutta Italia (perché in vacanza in Calabria ci vanno da tutta Italia) ero evidentemente arrivata seconda ad un torneo nazionale.

Erano anni difficili, ammettiamolo. Erano anni in cui non ti salva nessuno. Anni in cui pensi che sia una buona idea iscriversi a pallavolo o fare gli scout. In cui credi che una maglietta dell’Adidas oversize possa in qualche modo darti un tono. Poi magari un pischelletto te la buca per errore con la sigaretta mentre pomicia con una, e non ti senti la forza di creparlo con uno sputo. Ma sì, erano anni di merda.

Il campeggio dove stavo in Calabria era pieno di lucertole e non potevi neanche stare tranquillo a leggere all’ombra perché c’erano tutte queste cazzo di lucertole che smuovevano le foglie e ti facevano prendere un colpo. E ricordo che ce n’era una schiacciata sul vialetto che portava ai bungalow, e sotto il sole tremendo cambiava colore ogni giorno e un giorno era blu, giuro che era blu. Ci passavo vicino ogni tanto. Era brutta ma volevo vedere come finiva.

Così io in campeggio non ci voglio più andare. E non voglio più andare neanche in Calabria. Non voglio gli animatori, non voglio le cacce al tesoro, e non voglio neanche i videogiochi con la monetina.

Street Fighter l’ho visto fino alla fine. Era brutto ma volevo vedere come finiva.

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Mai e poi mai sarei andata in una località di mare romana la domenica. E la prima domenica dall’ingresso dell’estate poi… assolutamente mai.

Così ho deciso di andare. Ma a modo mio. Procrastinando.

La partenza all’alba è una tortura immeritata. Perciò sono per la colazione in tarda mattinata, restando a letto tutto il tempo che serve. Poi si pranza a Trastevere, che tanto la prima domenica d’estate trovi posto senza prenotare. Dopo si fa un giretto da Decathlon perché mi serve un caschetto per la bici, che ormai sono sportiva. Sono sportiva anche se dopo un giro del quartiere mi sento come se avessi inseguito Pantani su una tappa di montagna.

Poi, e solo poi, si può partire per Fregene. Verso le sei, quando è più fresco, quando da Fregene a Roma ci sono due file parallele e ininterrotte che occupano le corsie di percorrenza che procedono in senso contrario al tuo. Tutti in fila. Tutti fermi. E mi viene in mente Alberto Sordi quando diceva che lui non si muoveva mai da Roma, guardava la gente in fila con la macchina e pensava ma che sso mmatti!? Infatti,  matti completamente. Io arrivo a Fregene velocemente, parcheggio davanti a dove voglio parcheggiare. Affondo i piedi nella sabbia e cammino sul bagnasciuga. Anche perché a Fregene non c’è il lungomare. E questo fa schifo. Ma proprio schifo. Un mare senza il lungomare è giustificabile solo laddove non esistessero neanche gli stabilimenti balneari. Ma un mare come Fregene ce li ha gli stabilimenti, perciò senza il lungomare fa schifo e basta.

Ma il mare è bello comunque, affondi i piedi nella sabbia e dimentichi di come si cammina con le scarpe. L’acqua è ancora fredda anche se è arrivata l’estate. C’è quel vento che si alza sempre al pomeriggio sulla costa laziale e io lo conosco da quando ero piccola. Infatti fare il bagno al pomeriggio era più divertente perché si alzavano le onde. La Contessa dice che è colpa delle Bocche di Bonifacio. Non lo so se è vero ma a chi non è del Lazio spiego che c’è vento per via delle Bocche di Bonifacio. Tanto loro che ne sanno…

E poi era dal 2007 che non mi sentivo il Wisconsin in bocca e non avrei mai pensato di riassaggiarlo a Fregene. Il Wisconsin è soprannominato The Badger State. Tutti gli stati americani hanno un soprannome. Anche due o più. Ho assaggiato una birra fatta lì. Mi piaceva un sacco. In Italia si trova poco o forse sono io ad essere poco attenta. Poi ho scoperto che la Miller s’è comprata pure la Peroni. Forse si fa prima dal Wisconsin a Fregene che da Fregene a Roma nell’ora di punta. Dal Wisconsin a Fregene si scorre, come quando torni verso Roma dopo cena, con l’arietta fresca come una Miller sulla spiaggia, e senza fare la fila, perché di solito sono pochi quelli che hanno la pazienza di aspettare le cose più belle. Allora è meglio così, te le godi te in santa, santissima pace.

Nel 2007 la Miller la compravo al supermercato a Houston. Nel 2013 l’ho pagata alla cassa a Fregene e me l’ha data un ciccione. Poco prima di sedermi davanti al sole, poco prima che mettessero un disco del 1994, Space Cowboy. Quando ero adolescente a un campeggio in Calabria non parlavo quasi con nessuno e finiva che Space Cowboy la ballavo da sola, poi mi rompevo le palle. Adesso non ho più paura di parlare con la gente, di ballare da sola o di rompermi le palle.

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Fa caldo, penso al mare, penso ai film italiani, quelli storici, che sono ambientati al mare. Quelli anche un po’ scemi ma che ti fanno venire voglia di villeggiatura.

E pensando al mare io penso a Brunetta.

Mi spiego.

Non so se qualcuno se ne era già accorto, ma non importa.

Sotto suggerimento di mio fratello, mi accorgo di una somiglianza.

Lui è l’ex ministro Renato Brunetta:

Lui è Maurino di Abbronzatissimi:

E niente, giusto così, di invito per il weekend. Perchè mi voglio abbronzare, e spalmandomi la crema, non arrivando alla schiena penserò a Brunetta, che arriverà in mio aiuto in flip flop e mi aiuterà a non scottarmi le scapole.

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Ci sono stati anni d’oro per Tarquinia. Però non vale, perchè erano anni d’oro proprio per l’Italia in generale. Dicono che sono quegli anni che ci hanno portato qui dove siamo adesso.

Da piccola questi anni d’oro li ho vissuti solo a metà. Ma nel mio piccolo posso ricordare almeno 20 anni di storia del litorale cornetano e altri e tanti me ne hanno raccontati.

Bisogna iniziare col dire, per chi non lo sapesse, che Tarquinia non è un paese di mare. E’ un paese molto vicino al mare. Così, con il tempo, si iniziò a costruire il Lido, per renderlo roba turistica, quando la gente iniziò a permettersi la villeggiatura, perchè la gente era più ricca di quanto non lo fosse prima. La gente iniziava ad avere la lavatrice, la macchina, la televisione…

Ora, parecchie delle case che attualmente stanno a Tarquinia Lido appartengono a viterbesi, ternani e romani. Sono le razze dominanti lì. Non tutte, intendiamoci, ma la maggior parte di queste è costata quasi una puzza. Io non ero nata, ma ho sentito tanti racconti. Dicono che le case siano state comprate dalla stessa gente che le costruiva, che dava i permessi, che approvava i piani regolatori, ecc. Beh, non che altrove funzioni diversamente! E posso credere che fino agli anni… 70 circa, e forse anche un po’ prima, Tarquinia fosse un posticino molto carino.

Gli stabilimenti erano ridotti al minimo di edificazione. Erano capannine. In Italia era tutto ancora così. Io non lo saprò mai, se non dalle vecchie cartoline che ancora vendono nelle tabaccherie. Peccato. Con il tempo sono stati cementificati, sono state costruite le cabine, sempre in cemento, che quando da piccoli si giocava a palla, capitava che se finiva lassù non scendeva più e dovevi chiamare qualcuno per farti aiutare.

Aumentava il cemento ma si riduceva la spiaggia. E lì, con la spiaggia, con il mare… hanno sempre lottato.

Il problema è che a Tarquinia sono sempre stati combattuti tra la brama di denaro e un certo odio per il turismo di massa. Hanno sempre desiderato essere famosi per il turismo culturale, perchè ci stanno le tombe etrusche. Quel lido che stava lì buttato tra il porto di Civitavecchia e la centrale nucleare di Montalto, l’hanno trattato male, ma gli è servito per fare soldi, anche se non volevano ammetterlo. Per questo organizzavano gli infausti notturni etruschi, serate in musica smaccatamente celtica, che la gente in cerca di divertimento e spensieratezza avrebbe dovuto apprezzare e preferire ad una discotechina sulla spiaggia. I villeggianti mangiano e spendono, ma sono degli zotici che non apprezzano le nostre tombe etrusche. Quindi meritano di essere schifati. Questo è sempre più o meno stato il ragionamento dei tarquiniesi.

Però negli ultimi 30 anni hanno dovuto fare qualcosa, qua e là, a stracci e bocconi, senza troppa voglia. Perchè la gente lì ancora ci andava a spendere lo stipendio. Noi, che siamo una famiglia normale, cantavamo:

Tutti al mareeee, tutti al mareeeee,
a mostrar le chiappe chiareeee,
co li pesciiiiiii
in mezz’allonneeeeee
noi s’annamo a divertìììììì….

Anche se li pesci in mezz’allonne non ce l’ho visti mai. E crescendo mi sono divertita sempre di meno.

Nel tempo il lido rishiava di scomparire, e sarebbe senza dubbio scomparso se non avessero fatto qualcosa. All’inizio mettevano i sacchi e i pali a riva, per frenare la risacca risucchiante che voleva restituire tutto a Poseidone. Sui sacchi si scivolava e davi delle culate pazzesche, e poi ti veniva un bel livido sul culo abbronzato. Anche perchè ci si formava sopra quella specie di insalatina verde. Sui pali sbattevi sempre qualche piede incauto, e il bagnino non aveva altro compito che toglierti le scheggie di legno che ti si erano conficcate tra il mignolo e l’anulare del piedino di bambina che ti ritrovavi. Ci provarono anche con tonnellate di brecciolino appuntito, che ti faceva sanguinare i piedi e dovevi entrare nell’acqua trovando il lato sicuro. Erano gli anni che compravamo quelle orribili scarpette di plastica colorata salvapiedi.

Poi vennero gli anni delle alghe perenni, e noi bambini ci giocavamo a fare il ristorante o ci decoravamo i castelli di sabbia come se fossero pennacchi e vessilli di qualche reame. Erano gli anni delle meduse nascoste tra le montagne di alghe che si depositavano a riva e i bagnini avevano un nuovo compito: ricoprirle di sabbia.

Poi venne quando i depuratori non funzionavano e uscivi dall’acqua che avevi addosso una melmetta marrone che tutti identificavano come merda.

Poi venne quando ci fu il divieto di balneazione e quando la sabbia verso la foce era trattata e faceva male.

Poi venne quando per tutta la giornata aspettavamo solo l’onda anomala, così ci movimentava le ore.

Poi ci furono gli anni delle grandi manovre. Si misero delle orrende panchine sul lungomare e qualche stabilimento faceva acquagym. Si mise un cinema all’aperto, si mise una discoteca che fallì subito, perchè dava fastidio alla gente. Se ne mise un’altra che non ebbe miglior vita. E intanto le giostre erano le stesse ogni anno, solo che furono spostate all’ingresso del lido, in zona orrore, e la mela del bruco mela fu la stessa da quando per la prima volta ci poggiai le mie chiappette di bambina, solo sempre più sbiadito ne divenne il rosso fuoco dell’inizio. E alle macchinette a scontro ogni tanto gli sbarbatelli facevano a pugni per noia.

Tra le grandi manovre anche questa:

E’ una foto che ho scattato ieri. Direte…e che è sta zozzeria? E’ una fontana. Una moderna, orrida fontana, costruita quando io ero piccola. Ricordo che qualcuno, in segno di apprezzamento, ci buttò dentro il sapone per piatti e diventò tutta schiumata. Bene, hanno fatto bene, Così imparano a costruire una cosa così orrenda coi soldi pubblici. Quello che vedete in lontananza sulla sinistra è addirittura un box di informazioni turistiche.

Tornando alla storia. Poi la risacca ebbe il sopravvento, e così per tanto, tanto tempo mandarono a lavoro le ruspe. Lavori mastodontici, ciclopici, costati non so quanto. Si costruirono porticcioli finti, piccole scogliere artificiali. Si portarono tonnellate su tonnellate di sabbia per allungare la spiaggia e permettere agli stabilimenti di mettere file di ombrelloni ad una distanza umana le une dalle altre. Combattevano la risacca.

Il primo weekend di sole e mare del giugno 2012, il Lido di Tarquinia è deserto. La risacca del mare l’hanno sconfitta, ma quella della gente no.

C’è un gran silenzio, e per me che lavoro a Roma è una benedizione, non so per gli affari…ma se ti muovi dal lido è anche peggio.

Fai una puntata a Tarquinia paese e il primo cartello che ti accoglie è quello di Coldwell Banker. Per tutta la bellissima città vecchia, con tutte le sue torri e le sue chiese rigorosamente chiuse la domenica, cartelli di vendesi, vendesi, vendesi e ancora vendesi. Coldwell Banker, Frimm e Media Re. Mai sentite prima a Tarquinia. Si stanno vendendo tutto e alla gelateria manca pure la panna montata. La gente se ne va per non tornare. E chi compra? Chi compra dove c’è bellezza, ambiente rustico, natura… ma niente lavoro, niente idee, niente mentalità imprenditoriale? Facile! I tedeschi! Gli inglesi! Gli americani! Oh, beautiful Icialia! Buongiiorno seniorina! Al belvedere ci sta un baretto aperto, tutti i vecchietti del luogo stanno all’ombra. Al sole ci stanno solo un uomo e una donna sui quaranta, bevono birre enormi, sono cotti dal sole e parlano inglese. E sul muretto del belvedere, c’è incastonata una targa di ceramica con le parole del poeta Vincenzo Cardarelli:

Qui tutto è fermo

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