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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Tag Archives: trenitalia

Metti una domenica che stai a Roma e vuoi andare a Viterbo, perché per pura combinazione la tua famiglia vive lì.

Ti rechi a Valle Aurelia, la comoda stazione nella quale le scale mobili funzionano a targhe alterne, probabilmente per risparmiare energia e rispettare l’ambiente. O per puro sadismo.

Ti accorgi che, essendo domenica, il gentilissimo giornalaio che funge da biglietteria Trenitalia purtroppo è chiuso. Tra l’altro c’è un nubifragio eccezionale. Alemanno ha messo allerta meteo il weekend che non ha piovuto quasi per niente, ma oggi no, non se l’è sentita, o forse s’è scordato, o magari non me ne è giunta voce.

Ti rendi conto di dover cercare delle macchinette automatiche per farti il biglietto. Ma ben presto realizzi che non ce ne sono. O meglio, ci sono solo quelle Atac.

Così tua sorella, cioè The Selbmann, che ben conosce i disservizi di Trenitalia ed è sempre pronta a pararsi il culo, con la sua lunga carriera di problem solver ti tranquillizza. Il tuo abbonamento Atac ti garantisce la tratta fino a Cesano di Roma, intanto sali sul treno, e poi lei ti farà il biglietto on line e te lo manderà per email, visto che possiedi uno smartphone.

Il controllore, anche se si tratta di un biglietto da 3,60 euri, potrebbe cagarti il cazzo. Primo perché i controllori ti cagano il cazzo a prescindere e sono anche antipatici, e ne ho visti personalmente alcuni che commettono atti osceni sui treni, visti con i miei occhi scandalizzati; secondo perché il nome del viaggiatore risulta essere quello di tua sorella. Può accadere, perché tua sorella ha un’utenza Trenitalia a suo nome. Così lei scriverà nella email che ti manderà una sorta di delibera, nella quale dichiarerà che ha effettuato l’acquisto in favore di suo fratello, omettendo che non cagassero i coglioni.

Tuttavia, questo non ti salverà dal fatto che il treno non arriverà fino a Viterbo Porta Romana, perché si fermerà a Capranica. E sai perché? Perché la tratta da Capranica a Viterbo Porta Romana è chiusa per lavori.

Trenitalia, fai cacare, francamente. Sei la dimostrazione che questo paese non andrà da nessuna parte, indipendentemente dalla legge elettorale che decideranno di mettere in piedi, indipendentemente dalle primarie dei partiti, indipendentemente da Grillo e dall’Europa, e persino da chi vincerà X Factor.

Noi italiani siamo bravi solo all’estero. E sai perché? Perché all’estero ci mettono in riga, all’estero fanno sul serio. E noi italiani funzioniamo solo se qualcuno ci mette in riga.

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Mi prudono le mani. Non so da dove iniziare. Sono emozionata.

Certe cose capitano una volta nella vita e non bisogna certo lasciarsele scappare. C’è poi il rischio di sprecarle, di non rendere giustizia alla realtà, di smussarla e non darle il peso artistico che merita. Io mi sento umile di fronte a questo compito. Lo abbraccio con umiltà infinita e rispetto. Mi metto a lavoro seriamente e tento di raccontare lo spettacolo meraviglioso di 4 giovani d’oggi.

Tutto iniziò a Milano, Porta Garibaldi. Frecciarossa verso Roma Termini. Stiamo per partire alla volta di Bologna. Intorno a me c’è un ricambio di passeggeri: chi scende, chi sale, chi si accorge di aver sbagliato posto, chi va a fare la cacca, chi va a fumare. Un viavai disordinato, gente comune, gente qualunque. E poi arrivano loro.

Sono carichi come muli e sistemano le pesanti valigie un po’ ovunque, ma la borsa più preziosa la tengono vicino, per non perderla di vista. Si incastrano e scastrano, biascicando un linguaggio che pensavo nessuno parlasse davvero. Invece questi 4 sono un museo a cielo aperto. Mi circondano. Avrei potuto lasciare il mio posto e farli stare in 4, ma nessuno di loro me lo ha chiesto. Perciò non l’ho ritenuto opportuno. Sono rimasta tra le palle. Tre di loro occupano i posti liberi intorno al tavolinetto dove sono seduta io. Uno si mette di fianco. Puzzano di birra e affermano di averne già bevute tre. Ne tirano fuori un’altra. E’ una Poretti Splugen. Controllo l’orologio. Non mi sbagliavo. Sono le 10 del mattino.

Accanto a me è seduto Rasta il Pignolo, lo chiamano così, anche se non ha i capelli rasta. Davanti a me ci sono Yuri e Il Biondo. Lo chiamano Yuri perchè si chiama Yuri, e Il Biondo perchè è biondo. Accanto a me, all’altro tavolinetto, c’è Ghengsta. Continuano ad aprire una birra alla volta e a passarsela. Inutile dire che sono diretti a Riccione.

Ogni 3 minuti consultano il pannello che indica la velocità del Freccia.

Oh ragaz io voglio andare ai 300. Si lamentano che la velocità non è quella che speravano.

Ma quando mettono la musica? Quando arrivano i mojiti? Adesso sparo Jake La Furia. Secondo me le sorez ascoltano Jake La Furia, dice Il Biondo indicando (indovina) le tre suore esattamente dietro di me. Ecco, questo qui è Jake La Furia. Se mangiasse di meno non è che si sentirebbe male, ma perderebbe la sua imponenza, credo.

Se vi chiedete, come ho fatto io, se valga la pena ascoltare Jake La Furia, la risposta è SI. Anche perchè sicuramente lo avete già ascoltato senza saperlo, visto che è nei Club Dogo, dei quali propongo un capolavoro:

Tra di loro i 4 si chiamano Zio, Raga, Ragaz e si richiamano con epiteti vari e mezzi insulti, come ad esempio fogna, bastardo, o anche catto, che non so bene cosa significhi. Si dicono anche parole come safari e chinotto, sempre come insulti. Ma non so proprio cosa vogliano dire.

Es: passami l’alcol, fogna.

Yuri ha gli occhiali da sole arancioni e la maglietta della discoteca Hollywood. Rasta il Pignolo sembra essere il più intelligente ed ha una maglietta da basket della nazionale brasiliana. Il Biondo ha una croce fosforescente che pende dal collo, più un’altra croce ma non capisco cosa ci sia al posto di Gesù. Ha un cappello di paglia della Corona Extra, occhialoni da sole, cinturone con fibia tarocca e qualche tatuaggio. Ghengsta è sfuggente, ogni tanto rutta, ha una maglia da basket blu e lo stesso taglio rasato ai lati e lungo sopra e dietro che ha Il Biondo, una specie di gatto morto messo per lungo sul cranio, in pratica.

Io non riesco a capire che faccia devo fare, non voglio ridere, non voglio dare condifenza, non voglio fare quella scandalizzata e allo stesso tempo non voglio in alcun modo essere coinvolta, sarebbe troppo difficile per me restare seria. Quando tirano fuori le carte da gioco e Il Biondo mi propone ammiccante di giocare a scopa, capisco che è giunto il momento di mettermi le cuffie e fingermi addormentata. Sai, come quei mammiferi che per sfuggire alla preda si fingono carcasse. Uguale.

Così iniziano a giocare a carte. Tutti tranne Ghengsta. Ne hanno 39. Il mazzo è di Rasta il Pignolo. Come al solito i ricchi hanno i mazzi di carte farlocchi, dice Il Biondo, che più tardi si lamenta che uno dei due avversari ha tanti assi che sembra un falegname, battuta alla quale ridono di una risata davvero intelligente.

Dopo tanta birra, è comprensibile che a qualcuno scappi la pipì. Ghengsta e Il Biondo si dirigono al cesso ma torna solo Ghengsta, che si è perso Il Biondo al cesso. Poi torna anche Il Biondo, che si siede, rutta e sostiene che gli serve un’altra birra e una giga….Una giga…. bah, immagino sia una sigaretta. E’ il più chiacchierone. Tenta di convincere Rasta a infilare le bottiglie da 66 cl dentro i cestini del Freccia, ma per quanto ci provino non c’entrano. Yuri sostiene poi che dai cestini esca l’aria condizionata e li chiude stupito.

Il nostro breve viaggio volge al termine, i ragazzi sono eccitatissimi. Riccione li aspetta. Il Biondo però, senza musica, s’è veramente annoiato: il carrello non è passato, non mi han portato il mojito e non ci sono tipe single, dice. Poi accusa Yuri di non aver portato abbastanza birre.

Quando scendono, lasciano un grande vuoto in me e, sono certa, anche nelle suore.

Posso togliermi le cuffie e dormire davvero.

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Anche io credevo di non riuscire a varcare di nuovo i confini patri, invece sono tornata dalla locomotiva d’Europa, e per giunta con qualcosa da raccontare.

Però, first things first.

L’inizio delle cose inizia dall’inizio.

Inizia dalla sudata per prendere il Leonardo Express. Il povero Leonardo Da Vinci si rivolterebbe nella tomba se sapesse che hanno chiamato col suo nome uno zozzo regionale, lento, scomodo e carissimo, alla cui fermata c’è puzza di cesso e sporcizia a palate. Mi chiedo un povero turista straniero cosa mai ne penserà di questo servizio reso da Trenitalia. Io ne ho pensato che quando è passato il controllore avrei voluto mozzicargli la mano, staccarla e obliterarla.

Tra rischi indicibili e traversie innumerevoli, sono giunta all’aeroporto di Fiumicino, dove al check-in mi aspettava un piacione addetto al check-in. Malauguratamente, gli ho domandato se per caso egli sapesse se avrei potuto portare lo Zerinol sull’aereo, visto che mi sentivo un po’ di influenza. Questo, ad ogni modo, ci tengo a precisare, non era da parte mia un tentativo di approccio ma, evidentemente, è stato così interpretato. Me tapina, me misera. Mi sono trovata a parlare con l’addetto di quanto il traffico sulla Via del Mare sia peggiore e più pericoloso di quello sul GRA.

Potrei dilungarmi con l’inizio dell’inizio, e dire che sono stata ovviamente perquisita all’imbarco. Non prima di essere stata forzata a levarmi gli stivali e non certo per colpa dello Zerinol. E questo è imbarazzante, perchè io metto i calzini sotto le calze, perchè soffro il freddo.

Potrei dilungarmi su quanto io trovi buffa la cosa che le hostess di terra passano almeno 20 minuti al telefono con non si sa chi prima di controllarti per la trecentesima volta il titolo di viaggio, confrontandolo con il tuo documento di identità, con un campione del tuo sangue e verificando anche se hai l’alito abbastanza fresco per salire a bordo.

Potrei dilungarmi sulla lite intercorsa dietro di me tra un uomo e una donna che si contendevano la posizione lungo la fila all’imbarco.

Potrei dilungarmi ma non lo farò. Mi limiterò alla cosa più importante.

Al check-in c’era anche l’immancabile suora.

Eccone un profilo posteriore:

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