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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Una volta usava chiamare così quello che possedevi, specialmente se si trattava di terreni, anche perchè una volta la gente possedeva più i terreni che le case. La chiamavano la roba, o come si dice dalle mie parti, la robba. La Contessa ce la chiama ancora; mi racconta che la bisnonna diceva sempre che niente di quello che possiedi ti appartiene, è tutto dello stato e tu ce l’hai solo in affitto, un affitto che gli devi pagare. Lo paghi te, lo pagano i tuoi figli e i figli dei tuoi figli, e così per sempre. Dopo qualche generazione l’hai pagato il doppio, il triplo del suo prezzo, e ancora non basta.

Verga non l’ho mai sopportato, però ultimamente ho pensato spesso a Mazzarò. Ci ho pensato parlando con le persone, leggendo i giornali. Ci ho pensato perchè in qualche modo mi ha ricordato la storia del signor Rearden e della sua speciale lega di metallo, più forte dell’acciaio.

Quando ho letto dei suoi 10 anni di lavoro matto ho pensato a quel personaggio: […] aveva accumulato tutta quella roba, dove prima veniva da mattina a sera a zappare, a potare, a mietere; col sole, coll’acqua, col vento; senza scarpe ai piedi, e senza uno straccio di cappotto; che tutti si rammentavano di avergli dato dei calci nel di dietro, quelli che ora gli davano dell’eccellenza, e gli parlavano col berretto in mano.

Quando ho letto dei suoi operai ho pensato a quel personaggio: […] Più di cinquemila bocche, senza contare gli uccelli del cielo e gli animali della terra, che mangiavano sulla sua terra […].

Quando ho letto della prima colata del suo metallo speciale e del sentimento di stordimento che provava nel tornare a casa e voltarsi a guardare l’insegna della sua industria, ho pensato a quel personaggio: Era che ci aveva pensato e ripensato tanto a quel che vuol dire la roba, quando andava senza scarpe a lavorare nella terra che adesso era sua, ed aveva provato quel che ci vuole a fare i tre tarì della giornata, nel mese di luglio, a star colla schiena curva 14 ore […].

Quando ho letto degli imprenditori veneti che si ammazzano per i debiti e perchè hanno dovuto mandare a casa la gente, ho pensato a quel personaggio: […] per mantenere tutta quella gente, col biscotto alla mattina e il pane e l’arancia amara a colazione, e la merenda, e le lasagne alla sera, ci volevano dei denari a manate […]. Egli era tutto l’anno colle mani in tasca a spendere, e per la sola fondiaria il re si pigliava tanto che a Mazzarò gli veniva la febbre, ogni volta.

Quando sento la gente parlare e leggo i giornali scrivere degli imprenditori come se fossero tutti bastardi evasori e pidocchi arricchiti, penso a quel personaggio: Questa è una bella cosa, d’avere la fortuna che ha Mazzarò! – diceva la gente; e non sapeva quel che ci era voluto ad acchiappare quella fortuna: quanti pensieri, quante fatiche, quante menzogne, quanti pericoli di andare in galera, e come quella testa che era un brillante avesse lavorato giorno e notte, meglio di una macina del mulino, per fare la roba.

Quando ero al liceo non capivo tanto bene. Di Mazzarò ti spiegavano solo che era un avido vecchio, triste e solo. Adesso una cosa sola mi fa incazzare di Mazzarò: mi fa incazzare che si lagni. Si lagna di dover lasciare la sua roba perchè prossimo alla morte. Mi fa incazzare che la roba sulla quale ha sudato non andrà ai suoi prossimi. Peggio per lui, avrebbe potuto lasciarla ai figli che non ha mai voluto avere, alla moglie che non ha mai voluto prendere. Chissà, magari ha fatto bene a non prendere moglie, sarebbe potuta essere un’antipatica come quella di Rearden. Forse ha fatto pure bene a non fare figli, che tanto avrebbero dovuto continuare a pagare una fortuna in tasse al re.

E mi fa anche incazzare che questo, dai tempi di Verga, non sia per niente cambiato.

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