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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Una volta che stavo in Inghilterra avevo necessità di mangiare. Ero in un paese del cazzo e non ero mai stata così lontana da casa da sola. A mia disposizione nell’arco di non so quanti isolati di un posto straniero, solo un ristorante italiano. E non avevo la minima idea che fosse la festa della mamma in Inghilterra! Immaginate l’unico tavolo con una persona sola a mangiare, e non c’erano neanche gli smartphone per fingere di fare qualcosa o cazzeggiare su Facebook, dicendo a tutti che stare soli al ristorante è una cosa ipermegastrana. Quello è stato un battesimo di fuoco. Poi non ho trovato più così strano fare le cose per conto mio.

Ci sono gesti che uno lo sa che contano qualche cosa, però ci deve riflettere un attimo su.

Ad esempio, no? Oggi volevo starmene per i fatti miei, e non c’è posto migliore di un posto affollato per starsene per i fatti propri.

Non avere un orario, non dover avvisare, poter mangiare quello che vuoi, comprare persino qualcosa, se ti va. Queste sono cose che da piccolo non puoi fare, perché non puoi fare da solo. E da grande fare le cose da soli è considerata una cosa da strani. E di solito le cose da strani sono quelle che sono considerate da strani perché fanno paura.

Saper stare da soli non è facile, e forse solo chi ama la compagnia lo può capire. Così come può far ridere per davvero solo chi capisce profondamente il dolore.

In realtà, fare le cose per conto proprio e nel momento che decidi te un po’ significa pure essere grandi.

Fare le cose quando non è ora di farle, sedere a mangiare da soli, andare al cinema da soli, andare ad un concerto da soli, e poi stare in un posto affollato perché te ne vuoi stare per conto tuo, comodamente seduto davanti ad un negozio dove comprano le cose i fighi che fanno snowboard, mangiando il gelato all’ora di cena, perché oggi faccio come mi pare.

E forse sono pure grande.

Oppure non ha senso.

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Voglio aprirla così questa storia. Che è una storia anche se non c’è una trama, ma per una storia non c’è bisogno che ci sia. Il punto è che ho scoperto un account. Non so chi ci sia dietro, forse non mi interessa per niente. Anzi, effettivamente proprio non mi interessa. Tanto chiunque ci sia per me sono sempre loro, I Fratelli Pheega.
fratelli pheega Ce ne stanno migliaia di account farlocchi ma questo…questo non è farlocco. Questo ha una missione e non è quella che credete. Sì, certo, la figa è al centro delle attenzioni e degli interessi, ma in realtà c’è molto di più dietro. I Fratelli Pheega sono non conformisti estremamente tradizionalisti, sessuomani fedeli, castigatori ma non castigati, politicamente scorretti, uomini veri che vogliono solo donne vere. A quanto risulta dalla loro timeline, il primo tweet lanciato è il seguente:

In pochi mesi, le loro pillole hanno arricchito la vita e l’autostima dei follower. Senza fare sconti, senza perbenismi inutili e senza pudori fuori luogo, l’argomento è in realtà l’amore passionale, quello carnale che unisce due amanti. Non quelli finti, che inventano scuse o mettono al primo posto la partita di calcetto o il Grande Fratello. Quelli che mettono al primo posto il proprio uomo o la propria donna, unica ragione per la quale vale la pena profondere il massimo delle energie.

E tutti i problemi del mondo, le insicurezze, le pippe mentali…nonono i Fratelli Pheega non le concepiscono.

Sono femministi d’avanguardia

Consulenti matrimoniali

Amatori rinascimentali

Insomma io ho deciso che li amo, e che sono d’accordo con la totalità delle loro affermazioni sull’amore, sul sesso, sulla vita. Credo che la ricetta per una storia d’amore felice e duratura stia tutta nei consigli dei Fratelli Pheega, che vi consiglio di seguire, far seguire e ubbidire sempre alla lettera. Non sbagliano mai. Sono praticamente infallibili. E vi raccontano che il 90% dei problemi che solitamente si vivono in una relazione sono falsi problemi, pippe immani, cagate. E che la felicità di coppia esiste, è possibile, ed è bellissima.

E se quello che leggerete vi sembrerà volgare, siete persone tristi e infelici, e non capite che per i Fratelli Pheega una storia d’amore è una favola meravigliosa:

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Non ho potuto fare a meno di notarlo anche io che oggi piove. Un po’ lo sentivo da ancora sotto le coperte, un po’ me ne hanno convinto gli status su Facebook, nei quali era evidente che non ero stata l’unica a notare la pioggia. Che ormai siamo diventati come gli inglesi, il tempo è uno dei nostri argomenti preferiti. Non solo! Ci lascia stupiti! Ogni volta che c’è un fenomeno meteorologico sembra la prima volta che vediamo il sole, la pioggia, la neve. In fondo bene così.

Tutti siamo più malinconici con la pioggia, ci sentiamo addosso questo senso della condizione umana e diventiamo tutti filosofi. Ovviamente anch’io. Tranne al mattino.

La pioggia al mattino, alle sette, alle otto, mi porta direttamente alle elementari. Non lo so bene perché. Forse perché essere accompagnati a scuola alle otto che fuori dalla macchina piove e i finestrini sono bagnati e ci sono i lampioni accesi perché è ancora quasi buio per quanto grigio è là fuori, sapeva e sa di profondamente ingiusto. Avrebbero potuto essere le sette di sera, era ora di tornare a casa, non di andare a scuola. E poi a scuola c’erano le luci accese, che ti dava quel senso strano di essere a scuola di pomeriggio, quando la cosa giusta sarebbe stare a casa a giocare, sempre che uno prima abbia finito i compiti. Oppure a fare merenda. Invece devi stare a scuola e tutta la giornata sembra un’eterna sera e stare sul banco è ancora più una schifezza.

Ecco a me la pioggia al mattino fa sentire che ho circa 7 o 8 anni e devo andare a scuola di sera, mi sento lo zaino sulle spalle e forse il cerchietto.

Invece poi scendo a spostare la macchina, accendo il pc per mettermi al lavoro, mangio un pezzo di crostata, metto Spotify e scrivo un post sul fatto che quando piove al mattino io ho 7 o 8 anni.

E quindi basta un po’ di pioggia che uno diventa filosofo. Ma pensa te…

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Andiamo, siamo sinceri, per una volta. Non sapevamo più che dire del Colosseo. Ci avevamo girato film, ci avevamo messo dentro i gladiatori, perché quale luogo migliore del Colosseo per un colossal? Avevamo mandato i giornalisti a scovare il famigerato losco giro dei centurioni che si fanno pagare per fare le foto con i turisti. Avevamo fatto ammirare questa bellezza diroccata a presidenti di variegate nazionalità. Ci avevamo pure messo la gay street attaccata. Poi avevamo lanciato l’allarme che potesse crollare sotto i colpi delle sospensioni delle auto, dei bus, del tremolio della metro, che è più diroccata di lui.

Eravamo decisamente a corto di idee.

Poi arriva Obama, gli dà un’occhiata e …di grazia…cosa avremmo voluto sentirgli dire? Che è meraviglioso? Che il nostro è un grande paese con una grande cultura? Che negli Usa non hanno resti dell’antica Roma e beati noi che invece ce li abbiamo?

Obama si è guardato intorno e ha detto: è più grande di un campo da baseball.

Apriti cielo! Agli italiani bigotti toccagli la tradizione e sei il nemico numero uno. Ma mr. Obama ci ha reso una cortesia insperata, amici. Ha preso le macerie usurate della nostra pomposità e le ha colorate con i pastelli di un gusto pop che il Colosseo non ha mai avuto.

Voi avete Roma, noi il baseball, siamo venuti dopo, ma sticazzi.

E io immagino la figata fotonica di una partita di baseball dentro il Colosseo. E improvvisamente ho voglia di andarci. Una voglia che non avevo da 20 anni.

Grazie, Obama.

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Tutta questione di fantasia, di immaginazione, è quella che ti fa fare le cose. E’ l’idea di come le cose potrebbero uscire fuori che spinge la gente a farle. Ormai ne sono convinta.

Per esempio, ci sposiamo perché immaginiamo che tutte le mattine ci sveglieremo avvolti dall’amore e dalla gioia, e fare colazione sarà bellissimo e gli occhi assonnati di chi amiamo saranno per sempre un dono prezioso. Ci compriamo la macchina perché immaginiamo che quella macchina ci renderà più fichi, che girare con il gomito appoggiato sul finestrino abbassato, il vento nei capelli e gli occhiali da sole ci renderà belli. Evitiamo di mangiare burro fritto perché immaginiamo che il costume a luglio ci starà bene, meglio, o benissimo, e immaginiamo la nostra pelle tesa sotto il sole bollente e leggermente umida, che abbiamo appena fatto il bagno.

Per farla breve, mi sono comprata il tablet.

E sì, l’ho fatto perché ho avuto uno slancio di immaginazione, di fantasia. Ho avuto l’idea che andrà tutto bene, che mi troverò a risolvere problemi in men che non si dica, a leggere il New Yorker, al quale mi abbonerò a breve, a comunicare come una vera cittadina del mondo, seduta su un treno, o su un aereo, o ad un caffè cosmopolita. Ho immaginato che avrò dei bei capelli, forse anche una bella giacca, sicuramente begli occhiali da sole, e sarò ben truccata e guarderò il traffico silenzioso di una città caotica mentre ho un’idea geniale e la butto giù e viene ancora meglio di come l’avevo pensata. E non è troppo caldo. E non è troppo freddo. E sono innamorata. E sono anche particolarmente scialla, non saprei dire perché.

E il tablet adesso sta lì e mi guarda, ancora inscatolato, dentro lo immagino luccicante e nuovo, come il tempo che vivrò tra un minuto o due.  O domani. O a Miami.

tablet

Poi magari vi racconterò di come l’avrò usato per giocare a Candy Crush, in pigiama, nel letto, spettinata e struccata, mentre penso che ho finito il latte.

Ma è una buona vita. Davvero buona. Io lo so. Ma non so perché.

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Da qualche giorno ho riscoperto che è decisamente possibile essere felici, e che anzi è una nobile arte, ma anche che non succede gratis. A qualche cosa devi rinunciare. E diciamolo, non è una cosa che tutti si possono permettere, perché essere felici è mediamente costoso ed è un salto nel buio.

Praticamente, ho deciso di tagliare. Sto riflettendo che non è la sicurezza che ti rende davvero felice, ma il pensiero che le cose vanno bene oggi, adesso, subito. A questo pensiero ho rinunciato per anni. E mmo mme so rotta li cojoni, come si dice dalle mie parti. Quindi ho mollato, per il mio bene. Ho mollato con dolore casa Staminkia, perché ho mollato un lavoro a Roma, perché ho mollato quel senso di responsabilità e serietà per il quale pensavo ok, faccio questo perché un giorno andrà tutto meglio, e adesso va così, ma è giusto perché uno deve un po’ soffrire per poi essere felice.

E chissà come mai, io resistevo resistevo, e poi felice ero solo quando scappavo via e raggiungevo le cose e le persone che mi fanno stare bene davvero. Perciò…ho tagliato. Ho tenuto l’essenziale. E non ho alcuna idea di cosa succederà. E se qualcuno mi chiede come sto, mi sento quasi in colpa a dire bene.

E’ bello svegliarsi al mattino e fare colazione con calma, avere voglia di accendere Spotify e potersi organizzare la giornata in autonomia. E’ bello ridere quando qualcuno dice cacca, amare, concedersi cose, commuoversi, e cucinare anche. E soprattutto dedicarsi a quello che ti interessa, che ti diverte, che tutto sommato non riesci neanche a chiamare propriamente lavoro.

E poi è bello ascoltare i White Lies e riempirsi il piattino dell’aperitivo con più cose di quante ce ne possano entrare, e riflettere che questo inverno non hai mai avuto davvero freddo, per la prima volta dopo tanti anni. E ormai è tardi per avere freddo, se ne riparla a novembre. Ormai basta.

E in fondo penso ancora che questa non è la vita vera. Ce l’ho questa retroidea che l’idillio con se stessi, con la propria macchina, con le strade e con il tempo prima o poi finisce.

Per ora c’è.

E rido da sola se dico cacca.

E ringrazio Michele per questa foto mentre mezza dormivo in autostrada.

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Dai, è la giornata mondiale della poesia e l’ho saputo solo ora. Stavo giusto mangiando una patatina e la prima, primissima poesia che mi è venuta in mente è questa, che mi ricorda di quando avevo 17 anni, ed è di Boris Vian.

Sarebbe fico sapere qual è la prima poesia che vi viene in mente, senza pensare, così! Di getto! Se vi va…

Questa è la mia:

Io non vorrei crepare
senza aver visto almeno i cani messicani neri
che senza sognare dormono a ciel sereno;
senza aver conosciuto ai tropici le voraci
scimmie divoratrici (le scimmie a culo nudo).
O anche i ragni argentati dai serici nidi felici
di spruzzi traforati.

No, non vorrei crepare ignorando se la presunta
monetina che spunta sotto la faccia della luna
stia a nascondere una seconda faccia a punta.
Se – dopo gran riflessioni – il sole e’ freddo.
Se le famose quattro stagioni
son proprio quattro e non tre.
Senza aver passeggiato per il corso in vestaglia
guardando fissa la marmaglia dei guardoni.
Senza aver ficcato i miei coglioni
in ogni posto vietato.

Io non vorrei finire senza sapere la lebbra
(beh, si fa per dire)
o almeno la febbre dei sette mali che
piu’ o meno certamente si acchiappano laggiu’:
resterei indifferente al bene e al male
purche’ di tutta questa vasta delizia
l’assoluta primizia
fosse riservata a me.

E poi non basta, c’e’ tutto cio’ che conosco,
che ho imparato ad amare: il fondo verde bosco
del mare dove le alghe sottili gareggiano nel
disegnare onde di valzer sugli arenili.
E ancora la terra, che a giugno crepita e sbotta
di odori, e le conifere, e un semplice pugno d’erba…

… e i baci di quella ! Si, insomma quella, signori.
Ursula.
Ursulotta. La piu’ bella orsacchiotta
fra tutte le orse maggiori.
Quella per cui non vorrei proprio crepare
prima di averla avuta tutta. Goderla la bocca nella bocca,
i bei seni nelle mie mani, poi con gli occhi il resto e…
Basta! Questi son fatti miei. Taccio.

Crepare ? Non puoi, come faccio ? ( come si fa ? )
Come vuoi crepare senza che ancora si siano inventate
le cose che contano: le rose eterne, le giornate di un’ora,
i monti marini e le spiagge, beh, le spiaggie montagnose.

La cuccagna finiti tutti i tormenti, i quotidiani
splendenti di colori, i bambini contenti e tutti i trucchi
ancora dormenti dentro i crani stipati di ingegneri ingegnosi,
socialisti associati, urbanisti urbanizzati e pensatori pensosi.

Dio, quante cose da fare, da intendere e volere
da contare e aspettare, mentre la fine gia’ avanza,
in notti sempre piu’ nere striscia, con la schifosa sembianza
di un rospo, non c’e’ piu’ scampo, eccola gli occhi nei miei…
proprio no, non vorrei crepare, nossignori, nossignore,
non senza aver fatto esperienza
del sapore tormentoso di cui sono goloso e geloso.
Il sapore piu’ delicato che si possa sentire,
il piu’ forte. No!

No, non voglio morire
prima di aver gustato
il gusto della morte.

boris

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