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theselbmann

Jean de Santeul aveva ragione. E anche Eddie Murphy. E anche Charles Darwin.

Monthly Archives: ottobre 2013

Quanta soddisfazione ci deve essere quando il frutto della tua fantasia, del mondo che avevi creato nella tua testa e al quale hai dato in qualche modo vita, diventa culto. Ci sono personaggi immortali, tipo Frankenstein. Mary Shelly non avrebbe mai pensato che la sua creatura sarebbe diventata un giorno così celebre. Esistono tanti tipi di legittimazione, di prova che la tua fantasia ha raggiunto un livello di popolarità superiore, un gradino successivo. Sarà che è Halloween, la gente si maschera. E in effetti non ci avevo mai pensato ma la maschera è una prova assolutamente inconfutabile che il tuo personaggio è diventato qualcosa di più. Una categoria a parte. La gente si traveste e sa che qualcuno riconoscerà all’istante da cosa è travestito.

Dracula, acchiappafantasmi, Harry Potter, Jack Sparrow…

Cercavo il modo di parlare del fatto che ieri sera mi sono divorata il finale di serie di Breaking Bad.

Sono pochi a non saperlo ormai. Breaking Bad è la storia di Walter White, un mediocre e sfigato insegnante di chimica che si scopre malato di cancro e capisce che non lascerà nulla dietro di sé se non il dolore per la sua scomparsa. Niente soldi, niente di concreto. Così pensa bene di sfruttare, per una volta nella vita, le sue capacità. Insieme al suo ex allievo Jesse Pinkman, inizia a “cucinare” anfetamina, con un tocco di blu, artistico. La migliore, la più buona sul mercato. Ovviamente questo ha ripercussioni giganti su tutta la sua vita e su quella degli altri. Il Cartel messicano, multinazionali che trafficano in droga, delinquenti comuni, tossicomani, boss, sicari, falsari, avvocati surreali, galeotti, ex galeotti, prostitute…tutta gente con la quale Walter non aveva avuto mai a che fare in vita sua, diventano pane quotidiano. Muore chi se lo merita e muore anche chi non se lo merita. Finché qualcuno non riesce ad acchiapparti o ad ucciderti. Perché è così che finisce di solito per quelli come lui.

Come finisce per lui? Niente spoiler. Mi hanno già detto che non devo spoilerare troppo su questo blog e non lo farò.

Ci sono tante cose in ballo in questa serie, ad esempio che il mercato della droga è molto più meritocratico della vita onesta. Ma la cosa che cercavo di dire a me stessa ieri notte, dopo aver visto il finale, è che Breaking Bad è diversa da altre serie magari ugualmente fichissime. Non capivo bene il perché. Poi ho capito. Ha avuto il merito di creare un personaggio, Walter White. Questo è il motivo questo, e io non riuscivo ad averlo chiaro finché Renato, in diretta da Lucca Comics, mi manda queste due foto su WhatsApp:

meth

walt

E mi scrive: abbiamo una dose!

Eccola la legittimazione definitiva. Hai diritto ad essere mascherato da qualcosa se, e solo se, la gente sa da cosa sei mascherato. Altrimenti non ha alcun senso. Quando ti mascheri da Walter White e la gente capisce da cosa sei mascherato e ti chiede una bustina di metanfetamina blu, significa che hai creato qualcosa che in qualche modo rimarrà, il tuo personaggio vivrà oltre il finale di stagione.

E ovviamente tu sei un figo.

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Chi viene a Viterbo per la prima volta, lo porti per forza a vedere il Palazzo dei Papi, come quando vai ad Avignone. Io ci sono stata ad Avignone e anche il loro Palazzo dei Papi è bellino. Ma il mio è più bello.

Da qualche anno a questa parte, tra le informazioni che non puoi omettere, da brava guida turistica fai-da-te, c’è anche qualcosa di meno storico. Fai voltare i tuoi ospiti verso la Valle Faul e dici, guardate bene, che pubblicità ve ricorda? ve ricordate che dda llì c’usciva la Micra? 

Poi li fai voltare dal lato opposto, da dove parte il Corteo Storico di Santa Rosa ogni 2 settembre, e dici, e qqui? daje que è facile! Da qui escono e entrano le auto dei carabbigneri del maresciallo rocca! A questa ultima nota di colore, la mia amica Renato ha aggiunto, ecco proprio qui, in questo punto, è dove esplode la sandrelli.

A Viterbo hanno girato molti film. Ma chissà perché quasi sempre ci si dimentica di nominarne uno fondamentale, che ha segnato il gergo, i modi di dire e direi la vita in generale di tutti noi. Grandi Magazzini.

Grandi Magazzini è un film che avremo visto dalle dieci alle venti volte a testa. Un cult. Un’epoca. Fu girato in varie location, e tra queste figurava anche Viterbo. A Viterbo una volta c’era un grande magazzino che si chiamava OKAY. E già solo dal nome si intuisce che llocchei era la cosa più simile all’America che potevamo avere in Tuscia. Si trattava di un megastore multipiano. Sembrava di andare in un posto fichissimo, che ti faceva sentire che vivevi nell’opulenza, anche se poi non eri certo opulento.

Beh in questa OCCHEI ci girarono Grandi Magazzini. E io non lo sapevo. Me lo ha detto il mio amico Pisello sabato sera, davanti al Palazzo dei Papi, nel punto dove esplose la Sandrelli. E ho avuto un flash assurdo. Ho pensato ad una cosa alla quale non pensavo più da mille anni: io all’OCCHEI convinsi i miei a comprarmi un fucile azzurro. Che a ripensarci era un brutto fucile. Era un blocco di plastica, tutto d’un pezzo. Senza cose che potessi muovere, spostare, senza mirino, senza un cazzo di niente. Era una pessima imitazione di un fucile da cowboy. Non aveva nulla di bello, ma aveva una tracollina, e quella era la cosa migliore perché potevo tenerlo sulla schiena facilmente mentre andavo a cavallo per il Far West.

Quell’orrido fucile è uno dei giocattoli che ricordo meglio, paradossalmente. Anni dopo ho ottenuto un’arma più potente. Un Liquidator. Io volevo il mega ultra giga Liquidator fighissimo, ma costava troppo. Quindi optai per il modello base, che era questo qui:

liquidator 30

Non mi serviva certo per il Far West, ma poteva essermi utile durante gli scontri tra street gang, che certamente mi sarebbe capitato di dover affrontare.

Purtroppo, non ho avuto occasione di battermi né nel Far West né tra street gang. Ho perso quel fucile azzurro. Il Liquidator, dopo averlo usato per testarne la gettata dal balcone di casa mia, al mare si rivelò una pezza immane, perché la sabbia intasava la pompetta.

Non sono brava con le armi.

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Quando ti svegli la mattina e leggi qualcosa che rappresenta il tuo modo di pensare e le tue convinzioni più profonde, è una figata. Perché ti senti un po’ meno solo di fronte alle cose che ti capitano, che ti fanno arrabbiare o ti fanno sentire frustrato.

Io combatto contro i mulini a vento. Tribunali, ricorsi, ministeri e documenti. Vedo mia mamma sempre sommersa dalle carte, e la mia famiglia tutta combattere da anni per via di tasse assurde, nuove e vecchie, imposte e balzelli, regole sciocche e perniciose, cavilli su cavilli, commercialisti, geometri, multine, conguagli, presunti esperti del Comune, persino corruzione e via discorrendo.

Ecco perché io non ho alcun dubbio sullo stato che voglio. Ovviamente con la “s” piccola, perché non è certo una qualche divinità, né nome proprio di persona, né autorità alcuna.

Non ti fidi dello Stato. Non è un pregiudizio ideologico. È quello che ti ha insegnato la vita quotidiana. Ti piacerebbe credere che lo «Stato siamo noi», ma ogni volta ti rendi conto che lo «Stato sono loro». È come si presenta. Non hai mai l’impressione che stia lì, nel suo mondo aggrovigliato di carte e uffici, per darti una mano, per risolvere un problema, per spianarti la strada. Lo Stato arriva e ti complica una vita già faticosa. Ti imbriglia, ti azzanna, ti mette una palla al piede, rende tutto più pesante, ti toglie risorse, economiche e ancora di più umane. Ogni nuova norma sembra farti sprofondare nell’inferno dei burocrati, ogni tassa ti colpisce proprio dove ti fa più male. Alla fine pensi che ce l’abbia personalmente con te. È un tuo nemico. E, in tutto questo, ti chiedi se domani non sarai un’altra croce nel cimitero dei fallimenti. Quello che chiedi allo Stato non è di lavorare per te, ma di lasciarti lavorare bene. Che non ti regali ogni giorno un pesce, ma ti dia gli strumenti per pescare. Quello di cui hai bisogno è un terreno dove fatica e talento possano dare buoni frutti. Chiedi opportunità. Chiedi di poter giocare la partita. Non è possibile? Allora lo Stato se ne stia lontano da casa mia……..

……….Continua a leggere l’articolo di Vittorio Macioce.

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Una volta ero vicino Londra e guardavo la tv.

Era un film che non mi ricordo come si chiama, ma la storia la ricordo benissimo. Era la storia di un uomo che faceva il diavolo a quattro per scovare i ragazzi che avevano ammazzato di botte il figlio fuori da un pub. Nessuno nel quartiere voleva parlare perché tutti avevano paura che il gruppo di assassini si potesse vendicare. Alla fine riesce a farli processare.

Quel film mi ha lasciato addosso una sensazione orribile di ingiustizia e di angoscia che a distanza di anni ricordo ancora vividamente.

La stessa angoscia la provo ogni volta che rivedo le facce di Cucchi, di Aldrovandi, di Shepard e purtroppo di molti altri. Facce di giovani uccisi perché in gruppo ci si sente più forti, perché il branco ti protegge, ti definisce, quando la tua identità è debole e da solo non vali nulla. Sia che tu sia poliziotto, razzista, omofobo, o semplicemente che tu sia un idiota qualunque.
Anche la faccia di Joele mi rimarrà impressa.

Però c’è anche altro da dire. Qualcuno parla, anche se ha paura, proprio come nel film. E qualcun altro non dimentica le facce dei ragazzi che sono morti, spaventati e soli contro la furia di tanti. Quindi per ogni uomo cattivo ce ne sono molti altri che sono buoni, e questo è consolante.

Almeno un po’.

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Si tratta di una manciata di giovanotti piuttosto bruttini. Quello che canta è anche sul mozzarelloso e semicorpulento, come gli americani sanno essere dopo una vita passata a spalmare burro di arachidi su mosci toast mattutini. Probabilmente non mi sarei invaghita di questi scoppiati se non avessi eletto Pull & Bear a mia nuova catena di abbigliamento preferita. Sebbene le taglie si addicano più alla pubertà che non all’età adulta, non mi rassegno. La cosa migliore del fare shopping parsimonioso da Pull & Bear è usare Shazam mentre esplori i capi esposti.

Un giorno mi capitò di imbattermi in una canzone dei Surfer Blood.

Surfer-Blood-PR-2010

Mi sono subito affiliata ai simpatici giovanotti. Ho bisogno di qualcosa di nuovo da ascoltare per appropinquarmi al difficile periodo di merda che mi aspetta al varco dopo la decerebrata pausa di Halloween e del ponte di Ognissanti. Ho bisogno di sentire nelle cuffie qualcosa che mi faccia pensare che non sto veramente camminando su un marciapiede sporco di sputi e merda di cane.

Ho bisogno di pensare che mi sto recando a piedi o in bici verso un ufficio casualmente adagiato sulla spiaggia di San Diego, e che più tardi forse berrò qualcosa sul mare al tramonto. Ho bisogno che mi arrivi qualche schizzo di sangue di surfista qui, fino in Italia. 

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Chi ha seguito la mia piccola odissea del concorso a cattedra sa che alla fine, con tanto sudore e con poca speranza, ce l’ho fatta. Tra nove giorni sono disoccupata, ma ho passato un concorso pubblico per diventare prof di inglese.

Aspeèèè, mica è così facile! Secondo il fantastico Ministero dell’Istruzione e di svariate altre cose, io mi ero laureata troppo recentemente per poter partecipare ad un concorso a cattedra. Eh sì…proprio così. E non ero manco abilitata all’insegnamento, a differenza degli altri insegnanti abilitati e con anni di scuola alle spalle che, a differenza mia, non hanno passato le prove.

Così decisi di fare ricorso e venni ammessa con riserva. Il resto è storia recente. Nonostante i miei SOLI 30 anni e nessuna abilitazione, sono del tutto idonea per fare la prof di inglese. O almeno così ha stabilito il concorso.

Ebbene, niente di fatto. Mi hanno sbattuto fuori dalle graduatorie che ho faticosamente ottenuto, nelle quali tra l’altro mi hanno anche dato meno punti di quanti ne meritassi e ho dovuto protestare e non mi hanno manco detto ah ciao, abbiamo ricevuto la tua protesta, puppa.

Nel frattempo, dicevo, ancora qualche giorno e starò con le pezze al culo. E passerò la mia disoccupazione dando fondo ai miei guadagni per fare battaglie legali al solo fine di cercare di spiegare al Miur che il loro bando faceva schifo, che ha mortificato ennesimamente i giovani e la meritocrazia e che forse sarebbe il caso di darsi una svegliata, in questo paese.

Ovviamente in tutto ciò sono un puntino umano contro la gioiosa macchina statale, senza volto, senza nome, senza responsabili, senza identità. Un’entità che mi si vuole far credere che stia lì per me, anzi… che io ne sia parte integrante! Magari mi si dice pure che agisce per la mia tutela, dandomi servizi, opportunità, roba che mi serve. Chissà come mai poi mi ritrovo a dovermi difendere da quella stessa entità anonima.

Qualche volta se piove merda e qualcuno deve metterci un ombrello e chi chiamerai? Mi servirebbe l’avvocato degli Acchiappafantasmi…

louis

…e le sue arringhe

E io che temevo di annoiarmi, senza lavoro…

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L’ex deputato assenteista Luca Barbareschi, che ricordiamo per assolutamente niente e per essere passato dal Pdl a Fli e poi ancora al Gruppo Misto (basta che se magna), dopo il quale purtroppo ho perso le sue tracce, ora esce con un suo film, del quale lamentevolmente cura anche la regia, avendo scoperto un improvviso interesse per le frodi alimentari.

Tra i produttori del film figura anche RAI CINEMA. Il che, per quanto se ne può intuire, significa soldi nostri. Soldi che aveva già ampiamente percepito in quanto deputato della Repubblica italiana.

Non dovremmo forse bruciare la pellicola alla pubblica piazza mettendolo in ginocchio sui ceci?

Alla Fantozzi! Alla Prof. Guidobaldo Maria Riccardelli!

Così pensavo, mentre scendevo le scale del multisala dove avevo appena visionato quella mezza cagata clamorosa di Gravity con gli effetti speciali belli.

Così pensavo, quando un ragazzo, che stava scendendo le scale giusto dietro di me, diceva alla sua fidanzata che l’aveva colpito il trailer del film di Luca Barbareschi, che ci avevano propinato giusto prima dell’inizio di Gravity.

Ma io dico che ve meritate tutto. Tutto.

Anche questo trailer di merda. Tiè. Bello… ammazza….

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